Santiago Posteguillo.

IL TRADIMENTO DI ROMA. Parte 2.

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Titolo originale: La traicin de Roma.
Traduzione di: Adele Ricciotti.
2018 - MONDADORI LIBRI per PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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39.

L'AVANZATA VERSO SUD.
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Nord-Est dell'Hispania, Aprile del 195 a.C.

Le legioni di Marco Porcio Catone avanzavano verso sud da Emporiae. Si erano spostate un poco verso l'interno per andare a soccorrere, finalmente, il popolo degli Ilergeti. Il console osservava lo sguardo sempre pi serio e preoccupato del principe, man mano che si avvicinavano al suo territorio. I campi che attraversavano erano stati completamente bruciati dai nemici, i quali non avevano concesso alcuna clemenza alle popolazioni vinte. Non c'era anima viva e le fattorie disseminate in quella regione erano deserte o, la maggior parte, rase al suolo dal fuoco della guerra. Appariva evidente che le trib ispaniche vicine avessero deciso di avanzare verso nord per affrontare le legioni romane solo dopo essersi assicurate che gli Ilergeti non potessero attaccarle nella retroguardia.

Catone comprendeva la sofferenza crescente del suo ostaggio, ma, a differenza del giovane, si rallegrava di fronte a quello spettacolo avvilente. Alla gioia per la sua vittoria nel Nord, si univa ora quella per la vittoria nel Sud, frutto dello stratagemma messo in atto per ingannare gli Ilergeti. Man mano che avanzavano in quel territorio desolante, era infatti sempre pi evidente quanto quel popolo avesse resistito fino alla fine, in attesa dei rinforzi romani. E in quella resistenza dovevano essere caduti anche molti nemici appartenenti alle altre trib, il che aveva ridotto la quantit di nemici da abbattere tra quelli che si erano riuniti nel Nord e avevano combattuto nella battaglia di Emporiae.

Catone si sentiva particolarmente sicuro di s mentre constatava che ci che aveva intuito in pochi minuti veniva ora del tutto confermato. In attesa dell'aiuto da parte di Roma, quei popoli si erano massacrati tra loro.

Giunsero infine al villaggio principale, la capitale di quella trib, l dove Bilistage, il padre del giovane principe, aveva resistito fino alla fine. Era una valle desolata. Gli avvoltoi volavano nel cielo azzurro. Dal suolo proveniva l'inconfondibile odore di putrefazione di migliaia di cadaveri. La battaglia doveva essere stata brutale.

A quanto pare tuo padre ha lottato con ferocia disse il console.

Il principe, lo sguardo stralunato, osservava come il suo peggior timore si fosse realizzato. Non piangeva perch il figlio di un re non piange, e perch era un altro il sentimento che dominava il suo essere: una rabbia fredda, gelata, tagliente come il ghiaccio gli stava emergendo dalle viscere per dominare tutto il suo spirito; un odio smisurato verso Roma e quel maledetto console che non solo aveva negato l'aiuto che gli accordi stipulati in passato esigevano, ma che, cosa perfino peggiore, aveva illuso suo padre facendolo sperare in soccorsi mai giunti.

Catone osservava con attenzione quel principe che, ai suoi occhi, ormai non valeva pi nulla. I pochi Ilergeti sopravvissuti erano ormai dispersi, e il console cominci a riflettere sul da farsi. La cosa pi giusta da fare, e pi leale, sarebbe stata, in forma di risarcimento per i servigi prestati e di riconoscimento per la dura resistenza condotta da Bilistage, concedere al principe il governo di quella regione e aiutarlo a ricostruire la citt sulle sue stesse fondamenta, per permettere cos agli Ilergeti dispersi di riunirsi nuovamente. Quella sarebbe stata la cosa giusta da fare. Ma Catone non poteva ignorare l'odio che trapelava dallo sguardo del futuro re. Lui conosceva bene l'odio, poich chi odia tenacemente da molto tempo  capace di riconoscere immediatamente il medesimo sentimento negli altri e sa quando un rancore  definitivo e irreversibile, come quello che ora leggeva sul volto del principe. E ramment in che modo il suo antico mentore Fabio Massimo aveva risolto situazioni simili, come dopo l'assedio di Taranto.

Il principe, intanto, aveva superato il console e i suoi lictores. Di fronte al silenzio del loro generale, i legionari si erano limitati a seguire il giovane mentre avanzava tra i cadaveri riconoscendo, ovunque posasse gli occhi, amici e familiari morti.

Marco Porcio Catone si rivolse a voce bassa al proximus lictor.

Questo ostaggio non ci serve pi disse senza aggiungere altro. Non era necessario.

Mentre il proximus lictor annuiva lentamente e si separava dalla scorta del console, Catone mantenne lo sguardo fisso su di lui. Il lictor cammin deciso verso le spalle di colui che, con la morte di Bilistage, era il nuovo re degli Ilergeti. Quando si trov a cinque passi da lui, compiendo ci che per Catone fu un inutile gesto di nobilt, rivolse la parola all'ostaggio affinch si voltasse.

Fu cos che il giovane re degli Ilergeti ricevette nel petto il colpo che lo port a riunirsi al resto dei cadaveri di quella maledetta valle.

40.

IL CUORE DELL'HISPANIA.

Turdetania, Sud dell'Hispania, Da maggio a settembre del 195 a.C.

Catone riusc a ottenere il controllo di tutto il territorio a nord dell'Ebro, specialmente lungo la costa. Ebbe qualche difficolt a sottomettere i Begistani, che vivevano nell'interno in prossimit del fiume Segre, ma alla fine soggiog anche loro. La maggior parte delle citt iberiche gli avevano obbedito e avevano distrutto le proprie mura e fortificazioni per timore di essere annientate dalle legioni del nuovo console di Roma. Solo Segeda si rifiut, e fu rasa al suolo dall'esercito di Catone.

Assicuratosi il Nord, e per rispondere alle petizioni dei pretori situati oltre l'Ebro che non cessavano di richiedere aiuti, Catone si lanci nella riconquista del Sud della penisola ispanica e part da Tarraco in direzione del cuore della Turdetania, in quella che i Romani chiamavano Betica. L si concentravano le grandi miniere d'oro e d'argento di enorme interesse strategico per Roma. Dopo lo scoppio della rivolta generale in Hispania, il regolare flusso di minerali preziosi da quelle miniere si era gradualmente ridotto fino a cessare del tutto. Quello era un danno che Roma, prossima a dover affrontare nuove guerre contro i Galli e le varie leghe greche, o perfino contro la Macedonia, non poteva permettersi. Dunque, il recupero del controllo di quel territorio era essenziale per il prestigio di Catone, e a esso il console dedic gran parte dei suoi sforzi durante la seconda parte della sua campagna in Hispania.

La situazione intanto si era fatta caotica: i Turdetani ricevevano aiuto costante da un popolo ribelle dell'interno della penisola particolarmente ostile a Roma, i Celtiberi. Questi inviavano un gran numero di guerrieri di fanteria e terribili reggimenti di cavalleria per appoggiare gli attacchi dei Turdetani, impedendo alle legioni d'imporsi. Catone dapprima tent di sconfiggerli con le armi, tuttavia risult impossibile: aveva bisogno di rinforzi ma si rifiutava di chiederli a Roma. Dopo aver criticato per anni gli Scipioni per le loro richieste di risorse, ora non poteva fare lo stesso. Prov allora a separare i Turdetani e i Celtiberi offrendo denaro a questi ultimi perch cessassero di appoggiare i primi. La negoziazione con il nemico era la strategia che Catone si era imposto per recuperare il controllo dell'Hispania, ma il suo mandato di console stava per scadere e lui non aveva pi tempo.

Infine, grazie alla diserzione di alcune trib dall'insurrezione generale della regione, riusc a ottenere che il flusso di oro e argento riprendesse. La Turdetania non era ancora sottomessa, ma almeno poteva inviare minerali preziosi a Roma. Nel console albergava ancora la speranza di convertire quella debole vittoria in un'altra assai pi epica, in modo da poter poi dirigere le sue truppe di nuovo verso nord, nell'interno della selvaggia Hispania in cerca dei terribili Celtiberi.

Per tutti gli di! Tra tutti i popoli della Celtiberia, chi sono i pi temibili? chiese Catone ai pretori che amministravano la regione della Turdetania.

Uno dei veterani rispose con precisione e sicurezza.

Sono in molti a vendersi come mercenari, ma i guerrieri pi pericolosi sono senza dubbio quelli provenienti da una citt che gli Ispanici chiamano Numanzia.

Numanzia ripet a voce bassa il console, e rimase a riflettere guardando verso il Nord dalla porta del praetorium. Aveva gi visualizzato la posizione di quella citt sulle mappe di cui disponeva, ma nessun Romano si era mai avventurato tanto a Nord, e cos all'interno. Solo uno straniero aveva osato tanto, e altri non era che Annibale in persona; ma il Cartaginese si era spinto pi verso ovest, a Salmantica e in altre citt pi occidentali, mai a Numanzia. Numanzia ripet. Domani, all'alba, partiremo verso questa citt. Se essa rappresenta l'origine di tutti i nostri mali in Hispania, dobbiamo strappare le radici proprio l, dove nasce l'erba cattiva, invece che continuare a tagliare i suoi steli qui, nel Sud.

E rientr all'interno del praetorium lasciando i suoi ufficiali, tribuni, centurioni e decurioni con la gola secca. Tutti avevano sentito parlare di quella citt e nessuno aveva voglia di avvicinarsi alle sue mura. Da l nessuno era mai tornato vivo.

Celtiberia, centro dell'Hispania
Da ottobre a dicembre del 195 a.C.

Avanzata dell'esercito consolare

L'avanzata verso il Nord risult molto pi lenta di quanto si fosse immaginato. Catone sapeva, dalle mappe che aveva con s, che c'erano molte montagne da attraversare lungo il cammino verso l'interno in cerca della terra dei Celtiberi, ma se avesse consultato di pi i Turdetani o se non avesse sottomesso e umiliato tanto gli Ispanici sconfitti, con un tale sadismo e orrore, forse avrebbe potuto ottenere delle guide pi esperte che lo avrebbero aiutato a condurre le legioni attraverso quegli stretti e faticosi passi che si trovarono costretti a percorrere. Inoltre, l'autunno era al termine e l'inverno, quell'anno, sembrava aver anticipato la sua venuta con l'arrivo di un vento gelido che aveva invaso l'intera regione e che faceva patire ai legionari un terribile freddo durante le notti e rendeva difficoltosa la marcia giornaliera, sotto un cielo plumbeo, incessantemente accompagnati dagli di del vento che li tormentavano con terribili e taglienti raffiche.

Catone marciava a piedi, in testa, per dare l'esempio, per dimostrare che non obbligava nessuno a fare ci che lui stesso non facesse; anche se, naturalmente, in quanto ufficiale, lui non era tenuto a trasportare armi e parte delle provviste militari, obbligo per i soldati dopo che il console, per accelerare l'avanzata, aveva ridotto il numero dei carri e asini da carico.

Durante una delle brevi pause permesse lungo il tragitto, il console esplor con lo sguardo i dintorni che li circondavano. Com'era possibile vivere in quel luogo? Si trattava di una terra selvaggia, inospitale, densa di vegetazione, con ampie steppe che terminavano ai piedi di alte montagne quasi invalicabili. E man mano che si avvicinavano alla meta, diminuiva la terra coltivabile e i boschi sempre pi folti e fitti ricordavano ai Romani le frequenti imboscate dei Galli in Liguria. I pretori li avevano gi informati che i Celtiberi di Numanzia ricorrevano ad altri popoli per acquistare il grano di cui avevano bisogno.

Sono essenzialmente guerrieri aveva spiegato uno di loro. Al momento Catone non aveva prestato molta attenzione a quelle parole, ma ora, man mano che si approssimavano alla citt nemica, si rendeva conto che era proprio cos. Erano i Vaccei, situati pi a nord-est, a rifornire di grano i Celtiberi di Numanzia, mentre le altre popolazioni procuravano loro il bestiame. I Celtiberi, da parte loro, pensavano solo a combattere i Romani; per questo erano tutti degli agguerriti e temibili mercenari.

Catone scosse la testa. Sicuramente erano leggende che ingigantivano la verit a causa del timore per l'ignoto. Presto avrebbero raggiunto le mura di Numanzia e finalmente si sarebbe fatto un'opinione concreta.

Console, a nord gli disse il proximus lictor interrompendo i suoi pensieri.

Catone si volt verso di lui infastidito, ma di fronte allo sguardo spaventato del lictor guard verso il punto segnalato dall'uomo della sua scorta. Esattamente a nord della loro posizione, dove terminava l'ampia valle che stavano attraversando, s'intravvedeva la sagoma di migliaia di soldati nemici a piedi e a cavallo, posizionati sulle colline che si elevavano all'orizzonte. Il console sollev il braccio e immediatamente i legionari interruppero la marcia. Catone avanz di qualche passo, accompagnato solo dalla scorta e dai due tribuni delle legioni.

Quanti? chiese.

I tribuni osservavano la fine della vallata stringendo gli occhi nello sforzo di calcolare il numero dei nemici.

Difficile prevederlo da qui, cominci uno di loro ma non meno di ventimila tra fanteria e cavalleria... Io direi che sono molti pi di noi, di qualche migliaio, circa cinquemila in pi. Per tutti gli di, sono troppi.

L'ultimo commento non fu apprezzato dal console, che lo rese chiaro attraverso uno sguardo di profondo disprezzo. Catone sollev di nuovo il braccio destro e riprese ad avanzare completamente solo. Sul volto sentiva il freddo vento del Nord di quella terra selvaggia. Era come se quei Celtiberi stessero soffiando aria gelida. S, erano molti, ma a Emporiae erano stati capaci di piegare un esercito che li raddoppiava di numero; anche se era consapevole che gli Iberi della costa a nord dell'Ebro non erano paragonabili ai terribili nemici che li attendevano in fondo a quella valle. Catone non aveva bisogno di vederli da vicino per saperlo. Gli bastava constatare come il re dei Numantini non avesse voluto attendere l'arrivo dei Romani nella sua citt, ma fosse andato loro incontro per dimostrare che possedeva una chiara superiorit numerica nella cavalleria, ed era la cavalleria a combattere in campo aperto.

Sono astuti pens il console, e si pass il palmo della mano destra sulla guancia ben rasata.

Improvvisamente, la cavalleria nemica cominci a muoversi, prima al trotto, poi al galoppo. Cinquemila cavalieri celtiberi iniziarono una carica a tutta velocit contro le legioni, attraversando rapidamente la valle, che tuon per il fragore degli zoccoli di quella miriade di cavalli in corsa.

Per tutti gli di! esclam Catone, poi si volt subito verso la scorta. Lanciate la cavalleria contro quei maledetti e preparate le legioni in posizione di attacco, in parallelo. Che i velites avanzino immediatamente dietro alla cavalleria, e poi hastati, principes e triarii a seguire! Maledizione!

I buccinatores suonarono il segnale di risposta alla carica nemica e i cavalieri romani si situarono immediatamente di fronte alla fanteria leggera per rispondere all'attacco dei Celtiberi. Erano molti meno e perci avevano bisogno dell'appoggio della fanteria o sarebbero stati travolti dalla cavalleria nemica, molto pi numerosa e, a quanto pareva, pi agguerrita.

Pur tuttavia, contro ogni previsione, l'impatto nel mezzo della valle non fu brutale, poich i cavalieri celtiberi frenarono prima dello scontro. Lanciarono migliaia di lance contro i Romani e poi, invece di entrare in combattimento, ripiegarono cavalcando di nuovo verso le loro posizioni di partenza, riunendosi alla fanteria. Ci nonostante, le innumerevoli lance piombarono come una pioggia di morte e varie decine di cavalieri romani e di velites caddero trafitti dalle armi nemiche, mentre i loro compagni rimanevano perplessi, sui propri cavalli, senza nessuno contro cui combattere, poich il nemico, rapido come aveva attaccato, ripiegava.

Maledizione! url Catone sputando sul suolo ispanico. I miserabili avevano abbattuto, tra morti e feriti, un centinaio di uomini del suo esercito e loro non erano riusciti a sfiorarne nemmeno uno. Era un avvertimento. Per Giove, un avvertimento! Quei maledetti si permettevano di avvisarlo!

Il console cerc nell'orizzonte il capo di quelle truppe. Alla fine gli parve di scorgere un cavaliere in testa, su un grande cavallo nero, che sembrava trasportare qualcosa di piccolo con s, proprio davanti a lui. Sembrava un nano. Catone scosse il capo. Non era il momento per tentare di comprendere quei barbari, doveva decidere subito la mossa pi conveniente.

Si volt verso i tribuni alle sue spalle, che aspettavano, nervosi, degli ordini.

Ci accamperemo qui! Disponiamo dell'acqua del fiume e di un'ampia pianura tutt'intorno.

Guard il cammino da cui provenivano e il bosco ormai lontano, verso sud: sarebbe stato troppo pericoloso avvicinarcisi, avrebbero potuto circondarli senza farsi vedere.

Scaviamo dei fossati intorno all'accampamento. Ci render difficile sorprenderci con una carica della cavalleria nel mezzo della notte.

I tribuni assentirono ritenendo l'ordine alquanto sensato. I legionari si spartirono diligentemente il lavoro. Tutti volevano salvarsi da una nuova carica di quella tremenda cavalleria celtibera. Scavarono enormi fossati, pi profondi di quelli di Emporiae, essendo il nuovo nemico molto pi pericoloso, e la paura  uno stimolo molto pi potente dell'ingordigia o dell'ambizione. Lavorarono fino a notte inoltrata, alla luce delle torce, proseguendo fino a quando l'intero accampamento non fu protetto tutt'intorno da un fossato sufficientemente profondo. Fu un compito sfiancante, che il console premi con una doppia razione di pane, formaggio e carne di maiale essiccata. I legionari divorarono tutto e andarono a dormire, chiudendo immediatamente gli occhi, nel tentativo di recuperare le forze prima di quello che probabilmente sarebbe stato, a partire dall'alba, un lungo giorno di combattimento.

All'interno del praetorium, Catone rifletteva sugli avvenimenti di quel pomeriggio. Gli avevano voluto inviare un avvertimento, anzi una minaccia, e lui odiava essere minacciato; tuttavia riconosceva il coraggio dell'azione dei Celtiberi. Nel suo animo combattevano due forze opposte: da una parte anelava a una furente vendetta e il massacro di quel popolo indomito che osava sfidarlo, ma dall'altra la razionalit lo invitava alla cautela e a considerare la possibilit di un fallimento. Quello era un nemico particolare: si era formato combattendo in quella guerra, viveva per la guerra, e si trovava sul proprio territorio, il che lo forniva di una resistenza e di una forza maggiori di quelle dimostrate nella Turdetania, dove avevano lottato come mercenari. Tutto ci non presagiva nulla di buono. A peggiorare la situazione, il suo mandato sarebbe scaduto entro poche settimane e non disponeva di una licenza proconsolare avallata dal Senato per prorogare il suo potere nella regione; e tutto il tempo oltre la scadenza che fosse rimasto l a combattere sarebbe stato usato dai suoi nemici politici a Roma, dagli Scipioni, per attaccarlo e... tutto ci per cosa? Quella regione non possedeva alcuna risorsa da estrarre. Aveva sottomesso tutti i popoli a nord dell'Ebro ed era riuscito a recuperare l'oro e l'argento delle miniere della Turdetania. Quella era la cosa fondamentale. Aveva distrutto pi di quattrocento citt e massacrato decine di migliaia di nemici. Aveva accumulato abbastanza ricchezze da riempire le arche dello Stato e un buon bottino da spartire con le sue truppe, oltre ai numerosi schiavi che aveva gi inviato dalle coste di Tarraco ed Emporiae.

Dopo tutto ci, avrebbe meritato un grande trionfo a Roma, al quale gli Scipioni sarebbero stati obbligati a presenziare, la sua popolarit sarebbe aumentata e questo avrebbe ridotto la lista dei suoi nemici politici. Perch rischiare di perdere tutto quello che aveva ottenuto affrontando in un territorio ostile e sconosciuto un esercito ben addestrato ed esperto che sarebbe stato in grado di infliggergli una penosa sconfitta? No, non aveva senso.

Marco Porcio Catone si alz dalla sua sella curulis e fece richiamare i suoi tribuni. Trattenendo tutto l'orgoglio di cui era colmo, parl ai suoi impartendo i nuovi ordini.

All'alba, se non saremo stati attaccati prima, smonteremo l'accampamento e ci dirigeremo verso sud, da dove siamo venuti, per fare ritorno a Tarraco e poi a Emporiae. Il mio mandato come console sta per terminare e non possiamo intraprendere una nuova campagna contro questi Celtiberi. Ci li risparmier dalla mia ira.

Pronunciando l'ultima frase il console tent di salvare il proprio onore di fronte a quei tribuni, ai quali, in verit, non importava assolutamente nulla dell'onore. Loro volevano solo andarsene da l il prima possibile, pi in fretta possibile, e possibilmente vivi, specialmente dopo ci che avevano visto quel giorno. Cos lasciarono il praetorium pronti a organizzare tutto per il ritorno a Emporiae, e poi verso la tranquillit e la sicurezza di Roma, lontani da quelle terre, da quella maledetta Numanzia e dai suoi guerrieri.

Avanguardia celtibera. All'alba, in fondo alla valle

Se ne sono andati, padre? domand il piccolo Megara dall'alto della giumenta nera, tirando le redini con forza come gli avevano insegnato a fare.

Il re di Numanzia, che era smontato lasciando il figlio di cinque anni sulla cavalla, s'inginocchi e prese in mano un poco di cenere da uno dei fal da poco abbandonati dai legionari del console e, mentre la spalmava tra le dita, annu rispondendo cos al bambino.

Megara era troppo piccolo per comprendere realmente la paura. Suo padre vinceva sempre. Numanzia sconfiggeva sempre tutti, qualunque trib ispanica o celtica, cos come aveva fatto con i Romani quando si erano avvicinati alla sua terra, come in quel momento: erano fuggiti spaventati com'era successo altre volte quando si addentravano verso sud su richiesta dei Turdetani o di altri popoli troppo deboli per resistere a quegli invasori stranieri.

Suo padre rimont sulla robusta giumenta e il bambino guard il grande palmo della sua mano sinistra che accarezzava la lunga criniera nera dello splendido animale. Megara ricord emozionato il momento in cui gli aveva raccontato che quella bella cavalla era appartenuta alla moglie di Annibale, o almeno cos gli avevano assicurato i Turdetani che gliel'avevano venduta, e ai quali lui aveva creduto avendo letto la verit nei loro occhi. Gi da alcuni mesi suo padre condivideva con lui tutto ci che pensava o faceva, e lo portava con s in ogni combattimento. Gli stava trasmettendo la sua esperienza, il piccolo era orgoglioso e si sforzava di meritarsi quell'onore.

Nessuno comprendeva quella fissazione del re di addestrare al combattimento un bambino tanto piccolo. Dopo un lungo silenzio, il bambino ripet la domanda, anche se suo padre gli aveva gi risposto annuendo.

Se ne sono andati, padre? I Romani sono andati via?

Il re di Numanzia inspir profondamente l'aria di quella gelida mattina di dicembre e rispose quasi pi a se stesso, borbottando tra i denti, a voce bassa, senza che nessun guerriero potesse udirlo, con un tono n triste n gioioso, ma con la convinzione di chi conosce il proprio destino.

S, ma torneranno, figlio. Torneranno.

Il piccolo Megara comprese che quello era un messaggio destinato a lui solo.

41.

IL SECONDO CONSOLATO.

Roma, 194 a.C.

Quel pomeriggio Publio Cornelio Scipione era giunto a teatro invaso da un marasma di pensieri. Era stato accompagnato da Emilia e dai suoi tre figli. Si sentiva disgustato da se stesso e dall'intera Roma. Da se stesso per la sua incapacit di frenare l'implacabile ascesa di Catone. Erano passate solo poche settimane dalla sua elezione a console per un secondo mandato, e gi gli toccava partecipare al trionfo che il Senato aveva concesso a Marco Porcio Catone per la sua supposta grande campagna in Hispania, quando non aveva fatto altro che massacrare le trib pi deboli del Nord-Est e restaurare il flusso di oro e argento dalle miniere del Sud. Oltretutto, la regione continuava a essere in rivolta, un luogo pericoloso per qualunque generale, e l'inespugnabile Celtiberia, all'interno del Paese, non cessava di alimentare la ribellione a Roma.

Roma. Roma, che lo disgustava per la sua cecit di fronte alla brutale politica di occupazione di Catone, che avrebbe ritardato a tempo indefinito la riappacificazione con l'Hispania; Roma, che non aveva voluto nominarlo console l'anno prima, quando sarebbe servito qualcuno in grado di combattere o negoziare con gli Iberi, e che lo eleggeva ora, quando il Senato aveva deciso di non inviare pi eserciti consolari in Hispania, affermando che Catone aveva fatto un buon lavoro.

Il Senato, manovrato da Catone e dai suoi fedeli, continuava a infliggergli un torto dopo l'altro. Se era stato nominato console dipendeva solo dal fatto che il suo nome, Publio Cornelio Scipione, era troppo potente e popolare perch il Senato potesse negargli un secondo mandato, ma la tattica di continuare a negare il disastroso fallimento in Hispania rendeva quella nuova magistratura consolare vuota di senso.

Come se ci non bastasse, Catone aveva portato al culmine la propria strategia per guadagnare alleanze politiche sposando Licinia, su proposta di Lucio Valerio Flacco, e ottenendo una famiglia favorevole alla sua linea politica. Appariva chiaro che ora toccava a Scipione organizzare il matrimonio delle sue due figlie. E doveva fare presto.

Catone, naturalmente, non si era presentato alla rappresentazione della nuova opera di Plauto, come c'era da aspettarsi dato il suo disprezzo per il teatro e in particolare per le commedie. Tra le scalinate del teatro Publio aveva per intravisto Gracco, Spurino e altri dei suoi. Era impossibile dimenticarsi dei suoi fedeli trovandoseli sempre intorno.

Tutte quelle preoccupazioni avevano occupato la mente di Publio mentre presenziava allo spettacolo da uno dei posti in prima fila assegnati alla sua famiglia. Quella dei posti riservati era una nuova legge che lui stesso aveva promulgato. Prevedeva che i magistrati consolari e le alte cariche dell'esercito avessero diritto a posti privilegiati per assistere alle rappresentazioni teatrali. Dopo tanti anni di servizio a Roma, dopo tante battaglie, dopo tante citt conquistate e, soprattutto, dopo aver sconfitto Annibale, Publio riteneva di avere almeno il diritto di godersi un'opera teatrale con la tranquillit dovuta a un console, senza condividere la baraonda del pubblico e con un'ottima visuale sulla scena.

Ogni volta che si recava a teatro non poteva fare a meno di ricordare come suo zio Gneo si facesse avanti a spintoni, tra il pubblico, per trovare posto. Adesso lui non aveva bisogno di fare lo stesso, e poteva recarsi con la famiglia intera senza dover spingere nessuno. Roma gli doveva almeno quel minimo privilegio. Se l'era guadagnato. Pur tuttavia, nonostante i posti riservati, i turbamenti continuavano ad assillarlo e lui aveva seguito ben poco di ci che veniva rappresentato sulla scena.

Sapeva che l'opera s'intitolava Aulularia e, per il poco che aveva visto, raccontava di un vecchio chiamato Euclione che aveva scoperto, sepolta in casa sua, una pentola piena d'oro. Ma tanto era stato offuscato dalla preoccupazione di custodire il suo tesoro che nemmeno si era accorto che nel frattempo la figlia veniva sedotta. Mentre, intorno a lui, ne capitavano di tutti i colori alla sua famiglia, Euclione pensava solo a cercare un altro nascondiglio sicuro per la sua pentola.

Erano gi alla scena nona del quarto atto quando Plauto, nei panni del vecchio protagonista, con una buffa parrucca e vesti greche addosso, aveva guardato direttamente il pubblico e recitato un lungo discorso pregandolo di aiutarlo a trovare la pentola d'oro che qualcuno gli aveva rubato.

Perii interii occidi. Quo curram? Quo non curram? Tene, tene. Quem? Quis? Nescio, nil video caecus eo atque equidem quo eam aut ubi sim aut qui sim nequeo cum animo certum investigare...

[Sono rovinato, finito, morto! Devo correre di qua? O forse no, di l? Prendilo! Prendilo! Ma chi bisogna prendere? E chi deve prenderlo? Non so, non vedo niente, brancolo come un cieco, non sono in grado di rendermi conto di dove vado, di dove sono e di chi sono! Vi scongiuro, venite in mio soccorso, vi prego, vi supplico, indicatemi l'uomo che me l'ha portata via! Tu che cosa dici? Sono disposto a crederti perch si vede dal viso che sei una brava persona. Che c'? Che cosa avete da ridere? Vi conosco bene tutti, so che qui ci sono molti ladri, che si nascondono sotto una toga candida e siedono l come se fossero gente per bene. Allora, nessuno di costoro ce l'ha?]1

Publio era rimasto di stucco quando aveva udito quell'implorazione palesemente diretta a lui e al resto dei pretori, magistrati e candidati a magistrature, tutti vestiti con un'immacolata toga candida e seduti l davanti. Ancora una volta, Plauto aveva passato i limiti, criticando dal palcoscenico i politici di Roma. E li aveva chiamati ladri. Immaginava che le accuse di Euclione non fossero dirette a lui in particolare, ma avendo lui richiesto i posti privilegiati in prima fila per tutti i governanti, si era sentito direttamente chiamato in causa.

Plauto aveva senz'altro notato l'indignazione sul volto di Publio Cornelio Scipione, tanto che si era immediatamente spostato sul palcoscenico raggiungendo l'estremit opposta rispetto a dove lui era seduto, e aveva agilmente proseguito con la rappresentazione cominciando un fitto dialogo tra lui e il personaggio del giovane Liconide per smorzare l'effetto delle parole appena pronunciate. Era terminato cos il quarto atto e, accorciando l'intermezzo dei flautisti durante la pausa, si era anticipata la prima scena dell'ultimo atto, durante la quale Liconide tenta di sapere dal proprio schiavo Strobilo dove si trovi la pentola d'oro.

- Repperi hodie, ere, divitias nimias...

[- Oggi ho trovato una ricchezza enorme!

- E dove?

- Sto parlando di una pentola piena di quattro libbre d'oro!

- Che cosa mi tocca sentire da te!

- L'ho rubata al vecchio Euclione!

- Dov' questo tesoro?

- In una cassa, nella mia stanza. E adesso voglio essere liberato.

- Io dovrei liberarti, canaglia?

- Ma va' l, padrone! So che cosa vorresti fare. Ma io te l'ho detto soltanto per scherzo, per metterti alla prova: e tu eri gi pronto a portarmi via il tesoro! Che avresti fatto se l'avessi trovato davvero?

- Non puoi darmela a bere! Corri a restituire l'oro.

- Dovrei restituirlo?

- Tiralo fuori, ti dico: voglio che gli sia reso.

- Dove vado a prenderlo?

- Dove hai appena detto che si trova: nella cassa.

- Ma io sono abituato a raccontar fandonie. Parlo sempre cos.

- Lo sai, vero, come finisce?

- Ammazzami pure, per Ercole, da me non l'avrai mai.]2

La prima scena del quinto atto stava finendo e il pubblico ne seguiva lo sviluppo con attenzione. Plauto, da dietro le quinte, osservava soddisfatto il pubblico che rideva di gusto.

Scipione, circondato dalla sua famiglia, si stava finalmente godendo lo spettacolo, dimentico per qualche istante delle preoccupazioni, quando Tiberio Sempronio Gracco, in piedi in un angolo del Foro, strapieno per quella rappresentazione, si guard intorno da un lato all'altro. Il suo sguardo incroci quello di Spurino. Quando questi annu, Gracco sollev in alto le braccia e in quel momento decine di voci cominciarono a gridare contro Publio Cornelio Scipione, il console di Roma.

Non hai diritto a un posto riservato! disse Quinto Petilio.

Per Ercole, calate il sipario! aggiunse Spurino, e poi altre voci cominciarono a lanciare insulti e ingiurie.

Per Giove,  uno scandalo!

Per Polluce, che scenda da quel trono!

Fuori, fuori, fuori!

Sul momento, il pubblico non cap cosa stesse succedendo. Molti pensarono che si trattasse del solito attacco da parte di una compagnia teatrale rivale che tentava di rovinare il finale della rappresentazione. Ma poi, per i chiari gesti di coloro che gridavano e che non cessavano d'indicare il console di Roma, tutti compresero che si stava insultando nientemeno che Publio Cornelio Scipione.

Siamo tutti uguali! Per Castore e Polluce, torna sulla terra!

Oggi un posto privilegiato in teatro, domani nel mondo!

Fuori, fuori, fuori!

Publio Cornelio Scipione avvert la mano di Emilia che si aggrappava al suo braccio. Si sentiva defraudato. Prima l'insulto da parte di Plauto, ora questo. Guard, senza alzarsi, il luogo da cui provenivano gli insulti. Si trattava di un centinaio di uomini. Avrebbe voluto ordinare ai triumviri d'intervenire e far evacuare la platea, ma sapeva che i triumviri preferivano non immischiarsi nei guai che potevano insorgere in un teatro: quelli erano problemi che riguardavano gli attori. Non poteva nemmeno ordinarlo agli schiavi e agli scagnozzi di Plauto nascosti tra il pubblico, poich quelli intervenivano solo nei casi in cui altri schiavi o mercenari erano stati pagati dalle compagnie avversarie per disturbare, e non erano certamente disposti a fermare un gruppo di senatori e simpatizzanti, per la maggior parte patrizi, che volevano ridicolizzare il console di Roma. No, in quella guerra era solo.

Publio si volt verso il palco. Plauto era tornato sulla scena tentando di incitare gli attori affinch proseguissero con la rappresentazione, ma si era presto trovato su di un palco vuoto. Gli attori avevano evidentemente previsto che stava per scatenarsi il caos con conseguenze ancora inimmaginabili e, con la prudenza propria di chi nella vita ha conosciuto fin troppi guai, si erano prontamente nascosti dietro al sipario, in attesa che il pubblico si calmasse o lasciasse il teatro.

Plauto guard il console e sollev le mani in segno d'impotenza. Le grida e gli insulti nel frattempo continuavano.

Non sei un re!

Per Ercole, non sei padrone di tutto!

Fuori, fuori, fuori!

Publio sent la mano di Emilia che stringeva sempre pi forte il suo braccio. Alla sua destra, il figlio, visibilmente preoccupato, taceva, e di fianco a lui Cornelia Maggiore era pallida. Guard Emilia: era tesa ma controllata; di fianco a lei, la piccola Cornelia guardava verso gli uomini che gridavano come se cercasse qualcuno, ma senza rivelare timore o rabbia.

Scipione sorrise. Come sempre la piccola guardava in faccia il suo nemico. Peccato, pens, che non fosse un maschio. Ma le urla non cessavano, la rappresentazione non riprendeva, cos Publio Cornelio Scipione si trov costretto ad alzarsi lentamente da quel suo maledetto posto privilegiato cui aveva pienamente diritto e si volt verso i suoi rivali.

Per un istante, i senatori accusatori e i loro simpatizzanti tacquero, ma poi subito ripresero con ancor pi rabbia e accanimento.

Non hai diritto a sentirti superiore a tutti!

Non sei il re!

Per Ercole, fuori, fuori, fuori!

Publio strinse i denti e guard tutt'intorno. Il resto del pubblico taceva. La plebe non osava unirsi a quegli insulti, ma nemmeno schierarsi contro dei senatori. Per la prima volta dopo la battaglia di Zama, Scipione si sent tradito da Roma. La stessa Roma che lui aveva salvato dal pi grande nemico ora lo lasciava solo di fronte agli attacchi dei suoi avversari politici. E fu in quel momento che accadde qualcosa di totalmente inaspettato, per Publio quanto per Gracco e tutti gli agitatori che si erano riuniti l per attaccare il console di Roma.

Cornelia Minore si sollev dal suo posto, liberandosi dalla mano della madre che tentava invano di trattenerla a s, e si mise davanti al padre per affrontare gli uomini che lo stavano insultando. Scipione pos allora una mano sulla piccola spalla della bambina di nove anni e avvert in lei una forza e una fermezza talmente potenti che, davanti a quel tradimento da parte di Roma, ritrov in lei un nuovo scipio, l'appoggio di cui necessitava per resistere a quell'aggressione da parte dei senatori.

Tiberio Sempronio Gracco, che durante quella baraonda era rimasto con le braccia sollevate per segnalare di continuare con gli insulti, vedendo la figlia minore del generale umiliato posizionata davanti al padre quasi a volerlo proteggere, deglut nervoso ma si sforz di mantenere le braccia in alto. Poi, guardando la piccola nel volto, scopr che stava fissando proprio lui. Non sono cattivo le aveva detto anni prima, e ora quella stessa bambina lo fissava mentre lui dirigeva un attacco contro il padre per umiliarlo pubblicamente davanti a tutta Roma.

Allora Gracco abbass lentamente le braccia e le grida cessarono immediatamente. Spurino e Quinto Petilio gli lanciarono un'occhiata sorpresa.

 sufficiente rispose a quegli sguardi confusi.  sufficiente aggiunse. Inoltre, il pubblico non partecipa. La gente ha capito, il console anche, e la notizia di questa umiliante scena si diffonder per tutta Roma. Se continuiamo... se continuiamo corriamo il rischio che il popolo intervenga a favore del console e allora passeremmo dalla parte del torto.

Spurino, Quinto e gli altri lo guardarono dubbiosi, ma poi accettarono con un lieve cenno del capo il ragionamento di Gracco.

Cessato il baccano, il palco torn a popolarsi degli attori che, seppur con qualche timore, ripresero la rappresentazione. Ma ormai solo una parte del pubblico riusc a seguire con sufficiente attenzione la commedia. La maggior parte prese a sussurrare per l'intera platea, commentando ci che era capitato, mentre in prima fila il console e la sua famiglia rimanevano tristemente seduti in un enigmatico silenzio. Emilia si afferr di nuovo al braccio del marito, che accett il gesto con gratitudine ma senza aggiungere nulla. Era stato umiliato, insultato pubblicamente e a Roma non si sarebbe parlato d'altro. Quella era opera di Catone. Ne era sicuro. Anche se non era presente aveva lasciato il compito ai suoi. L'opera teatrale aveva del tutto perso interesse per lui. Doveva inventarsi qualcosa per contrastare la perdita di prestigio che quel complotto avrebbe causato, ma non sapeva ancora come riuscirci.

La piccola Cornelia aveva ripreso a seguire lo spettacolo come se nulla fosse successo, ma le sue guance erano rigate da lacrime che brillavano alla luce del tramonto. Tiberio Sempronio Gracco vide quelle lacrime e si sent lacerare dentro, senza capirne fino in fondo il motivo ma vergognandosi profondamente di essersi lasciato convincere da Catone.

Perch abbia abbastanza effetto sul pubblico devi essere tu a farlo gli aveva detto Catone. Io non vado a teatro per principio e inoltre, se fossi io a dirigere la cosa, nessuno si sorprenderebbe. Devi essere tu, Gracco, a portare Roma a schierarsi contro uno Scipione che vuole essere re.

Catone aveva ragione, si ripet ancora e ancora il giovane Gracco. Aveva ragione. Non potevano permettere che Scipione estendesse oltre i propri privilegi. Non potevano. Chiuse gli occhi e si sforz, invano, di dimenticare quelle lacrime.

Plauto riusc ad avvicinarsi al console di Roma mentre questi si faceva largo tra la folla per uscire dal teatro.

Io non ho avuto nulla a che vedere con quello che  capitato disse lo scrittore.

Publio si ferm un istante.

Per hai scritto tu gli insulti del quarto atto.

Io non sono a favore della legge sui posti privilegiati che hai promulgato, ma non volevo che ti denigrassero pubblicamente. Io non c'entro niente.

Ci hai chiamato ladri, Plauto gli rispose Scipione, furente.

A volte  necessario usare parole forti perch un umile scrittore possa farsi ascoltare.

Per oggi ho ascoltato abbastanza critiche. Tito Maccio Plauto, sta' lontano da casa mia d'ora in avanti sentenzi il console. Poi, indignato e rabbioso, si allontan in fretta da quel luogo insieme alla sua famiglia.

Per Castore e Polluce! esclam Plauto. Lui non voleva questo. Non aveva idea di cosa stessero tramando Gracco e gli altri suoi compagni, ma il console si era convinto che anche lui fosse un alleato dei suoi avversari politici. Per Ercole, che disastro! E torn infastidito sul palco per raccogliere costumi e parrucche, pensando a come fare per risolvere quel guaio.

Sapeva che il suo legame con Publio Cornelio Scipione si era spezzato per sempre e, se anche aveva spesso biasimato le scelte del console, non poteva che dispiacersi per come era finita con colui che in passato gli aveva commissionato la sua prima opera.

Publio giunse alla sua casa avvilito e adirato. La piazzata di Gracco e compari, l'indifferenza del popolo di Roma e il riferimento di Plauto a coloro che sedevano nelle prime file durante la rappresentazione lo avevano frastornato. Non credeva che la gente fosse tanto manipolabile. Avrebbero meritato una sconfitta a Zama, e che Annibale fosse passato per le strade di Roma calpestando i cadaveri dei suoi cittadini. L'ira gli stava divorando le viscere. Emilia tent di tranquillizzarlo insistendo che si era trattato solo di una piccola parte dei senatori, che era tutta una congiura organizzata da Catone e messa in opera da Gracco.

Ha dovuto inviare Gracco ripet Emilia per l'ennesima volta. Questo perch non era sicuro che il popolo li assecondasse.  dovuto venire Gracco per imporsi nel suo circolo. Non dargli pi importanza di quella che ha, anche se...

Emilia non fin la frase.

Anche se? chiese Publio contrariato. Per tutti gli di, Emilia, se vuoi suggerire, qualcosa fallo oppure taci.

Appena entrati in casa, Cornelia Maggiore si era diretta nella sua stanza e la piccola Cornelia era corsa in cucina. Publio figlio si era rifugiato nel tablinum. Nessun altro presenziava a quella discussione tra coniugi, che si erano fermati nell'atrio, in piedi, a fronteggiarsi.

Anche se? ripet Publio.

Emilia si decise a rispondere.

Anche se la cosa intelligente da fare sarebbe abolire la legge che hai approvato sul privilegio di consoli e altri magistrati ad avere diritto a posti riservati durante le rappresentazioni teatrali. Di per s non significa nulla, ma in mano ai tuoi nemici pu tramutarsi in un'arma pericolosa. Per sei tu a occuparti di politica. Io vado a dormire. Sono stanca e non voglio discutere.

Emilia lo lasci, addentrandosi in uno dei corridoi che conducevano alle stanze da letto. Publio rimase solo per qualche istante, poi si diresse al tablinum. Tir le tende per non essere disturbato. Suo figlio, nel vederlo, lo salut con un gesto e usc dalla stanza per rispettare la solitudine che il pater familias cercava.

Le parole di Emilia lo avevano ferito, soprattutto perch aveva ragione lei. Aveva commesso una sciocchezza approvando quella legge apparentemente insignificante, ma Catone, Gracco e gli altri avversari non erano disposti a cedere di fronte a nulla. Non si sarebbe pi recato a teatro durante quelle festivit, avrebbe atteso qualche settimana e prima di organizzare una nuova rappresentazione avrebbe abolito la legge. Era umiliante, ma anche l'unico modo per disarmare i suoi rivali, che comunque, dopo quella messa in scena, si sentivano certamente vittoriosi e incoraggiati a continuare.

Si port le dita alle tempie: gli doleva la testa. Sospir pregando gli di che non gli stessero tornando le febbri dell'Hispania. Chiuse gli occhi per qualche istante e quando li riapr si accorse del foglio di papiro ripiegato che si trovava sul tavolo del tablinum. Sull'esterno, c'era scritto un nome. Incuriosito tese la mano per prenderlo e in quel momento entr suo figlio.

 per te, padre.

Gi, lo vedo rispose Publio con un certo nervosismo. Se c'era una lettera indirizzata a me avresti dovuto dirmelo prima. Publio si pent immediatamente per la sua fredda risposta. Stava di nuovo scaricando su suo figlio il rancore che provava verso tutta Roma. Non era giusto, ma il ragazzo abbass lo sguardo e usc senza replicare, privandolo della possibilit di rimediare. Avrebbe desiderato alzarsi e raggiungere il figlio per parlargli, ma la stanchezza dovuta alla tensione accumulata in teatro, unita alla curiosit di conoscere il contenuto della lettera, fecero in modo che restasse nel solium sul quale era seduto.

Prese la lettera, strapp la sottile corda che aveva resistito al lungo viaggio e l'apr. Era scritta in greco.

Per Publio Cornelio Scipione, generale di Roma

Non sono sicura che questa lettera giunga a destinazione, e ancor meno che venga letta e riceva una risposta, in forma di parole o di azioni, poich il mittente  troppo umile per meritare l'attenzione di qualcuno tanto potente, ma in passato il generale Scipione si  mostrato generoso nei miei confronti, molto pi di quanto si potesse immaginare, e quindi, mossa dalla speranza, ho deciso di scrivere questo messaggio.

L'Egitto  caduto sotto il giogo del poderoso re Antioco di Siria che governa l'Oriente del mondo. Gran parte della mia famiglia  perita nella guerra che il faraone ha sostenuto, impotente, contro questo crudele re, ma la cosa peggiore  che sono previste altre guerre nelle quali i pochi familiari che mi rimangono periranno, costretti a seguire l'esercito reale. So che questi sono problemi di poco conto per qualcuno che ha sicuramente preoccupazioni molto pi importanti da affrontare, e non reclamo nulla, poich nulla posso reclamare, ma questa notte ho rammentato di quando ebbi la possibilit di tagliare la gola del generale Scipione e non lo feci. Il generale interpret la mia rinuncia come una restrizione legata al mio stesso destino, e ci  possibile, ma ora mi rendo conto che forse mi fermai dal compiere quel gesto estremo perch in fondo al mio essere presentivo quello che sarebbe accaduto in futuro a Roma e in Hispania, e che forse il generale Scipione avrebbe potuto aiutare il mio popolo.

Pu darsi che mi sia sbagliata. La mia mente  ora confusa, cos che mi limiter a descrivere i fatti e lascio alla lucidit del grande generale di Roma la loro interpretazione.

Durante i banchetti alla corte del faraone, i generali siriani ridono di noi e si vantano del fatto che dopo l'Egitto cadranno l'Asia Minore, la Macedonia, la Grecia e poi il mondo intero. So quanto la loro vanit li accechi e che spesso parlano sotto l'effetto del vino, ma i loro sguardi mostrano un'ambizione sconfinata che alla fine dannegger tutti. Questi sono i fatti. Il generale di Roma sapr intendere se questa lettera  importante o se deve essere gettata nel fuoco.

Io porgo i miei saluti e, ancora una volta, ringrazio per la generosit e la comprensione dimostratemi in passato dal grande Scipione.

Un'umile serva,

Netikerty

Publio Cornelio Scipione ripieg lentamente il papiro e lo adagi su un angolo del tavolo. Per ironia della sorte, suo figlio, che aveva appena curiosato tra le mappe, ne aveva lasciato aperta una raffigurante l'intero Mediterraneo. Publio la guard corrugando la fronte. Erano molti i confini di cui occuparsi, e molti i popoli che stavano minacciando Roma. C'era poi il problema di Cartagine e della Numidia e delle ribellioni in Hispania, che Catone non aveva affatto risolto anche se il Senato gli aveva concesso un trionfo.

Publio osserv con attenzione la mappa al centro del tavolo: i suoi occhi passarono lentamente in rassegna i luoghi riportati, dall'Occidente all'Oriente, dall'Hispania, passando per Cartagine, fino all'Egitto, e infine si fermarono sulla Siria. Erano giunti altri messaggeri da Pergamo e Rodi per chiedere soccorsi, e cos pure da Cartagine. I Punici imploravano aiuto perch il re numida Massinissa non cessava di attaccare campi e villaggi che, stando a quanto dicevano, si trovavano in territorio cartaginese. Publio aveva appena accettato di far parte di un'ambasciata diretta in Africa per intervenire in quel conflitto e mediare un accordo tra le due parti. L'Asia avrebbe dovuto attendere.

1. Plauto, Aulularia, traduzione di Giovanna Faranda.

2. Plauto, Aulularia, cit.

42.

MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS, (Libro III).

Una volta terminato il mio mandato consolare, passai gli anni seguenti in viaggio. Il rapporto con Emilia si era spento. Non era pi come prima. Adesso, col senno di poi, mi rendo conto di molte cose che prima non considerai o fraintesi. Emilia aveva ragione, gli attacchi nei confronti della mia persona mi stavano inacidendo ed era la mia famiglia a pagare: esigevo troppo da mio figlio e contrastavo il carattere indomito di Cornelia Minore. Non mi ero nemmeno reso conto che l'opera di Plauto rappresentata durante l'anno del mio consolato aveva un doppio senso: mi ero infuriato per le critiche che comparivano nel quarto atto ma non avevo capito che l'intera commedia era una metafora della mia vita. Da un certo punto di vista, il vecchio Euclione che trovava un tesoro potevo essere io. La battaglia di Zama era il mio tesoro e, accecato com'ero nel tentativo di conservarlo affinch fosse apprezzato da tutti, non mi rendevo conto di ci che stava capitando intorno a me. Plauto aveva parlato tramite enigmi troppo complessi per una mente tanto offuscata com'era la mia in quegli anni.

Il mio primo viaggio fu in Africa. Roma non mi apprezzava tanto quanto mi sarei aspettato, ma accettava di buon grado i miei servigi in qualit di ambasciatore in varie parti del mondo. Cartagine continuava a richiedere appoggio contro Massinissa. Il re della Numidia, che io stesso avevo messo sul trono, stava approfittando della debolezza di Cartagine per ampliare i suoi domini a spese dei Cartaginesi che non erano, secondo gli accordi di guerra dopo Zama, autorizzati alla difesa senza aver prima consultato Roma. E Roma, per tutta risposta, aveva inviato me come ambasciatore. Non si ottenne nulla. Si trattava di una semplice macchinazione del Senato per placare le lamentele da parte di Cartagine. Nel Foro di Roma non importava a nessuno della situazione cartaginese. Inoltre, mi fu impossibile convincere Massinissa a cessare i suoi attacchi, dopo che lo avevo costretto a consegnarmi Sofonisba, della cui morte ancora non mi perdonava.

Poco dopo aver lasciato l'Africa, la Numidia riprese le incursioni contro le popolazioni puniche. Ma c'era una cosa che aveva attirato la mia attenzione durante la mia visita a Cartagine: nonostante la guerra contro la Numidia, la citt era splendida, raggiante, popolata di mercati e di ricchezze che fluivano come un torrente per le sue strade e, soprattutto, nel suo magnifico porto. E gran parte di quello splendore, se non tutto, si doveva senza dubbio all'amministrazione brillante che Annibale aveva gestito negli anni passati e in cambio della quale aveva ricevuto l'esilio.

La vista di quella rinascita di Cartagine mi aveva fatto pensare che l'alleanza tra Annibale e il re di Siria poteva essere qualcosa di estremamente pericoloso per Roma. Erano gi passati alcuni mesi da quando avevo ricevuto la lettera di Netikerty dall'Egitto. Sul momento, non vi avevo dato troppa importanza, ma dopo la visita a Cartagine i miei pensieri cominciarono a focalizzarsi sull'Asia.

Per questo, non appena tornai dall'Africa, accettai una seconda ambasciata: mi sarei recato, in quanto rappresentante di Roma, insieme ad altri senatori a un incontro con il re Antioco III di Siria, nella citt di Efeso. Parlai con Lelio di tutto ci, incluso della lettera della sua antica schiava, e anche lui fu dell'idea che fosse necessario recarsi in Asia per rendersi conto di persona di come stavano le cose.

Nel frattempo, Pergamo continuava a chiedere aiuti. Il Senato decise quindi di inviarmi l. Il mondo si stava ampliando. La questione dell'Oriente, che avevamo sempre considerato troppo lontano, distante, improvvisamente era al centro della nostra politica estera.

Il viaggio fu lungo, per senza complicazioni. Facemmo scalo dapprima a Pergamo, dove il re Eumene ci fece un terribile resoconto sul re siriano e sul suo alleato Annibale Barca. Tutta l'Asia Minore era incessantemente attaccata dall'esercito seleucide, e solo Pergamo e Rodi continuavano, ormai esauste, a resistere. Tutte le altre popolazioni si erano arrese ai catafratti di Antioco.

43.

UN POMERIGGIO A EFESO.

Efeso, Asia Minore, 192 a.C.

Da Pergamo, la delegazione romana viaggi alla volta di Efeso, dove gli ambasciatori, completamente ricoperti di polvere dopo il lungo viaggio per le strade dell'Asia Minore, avrebbero incontrato il re Antioco III per negoziare la situazione di Pergamo, Rodi e tutti gli altri regni che erano ricorsi a Roma in cerca di appoggio contro l'irrefrenabile desiderio di espansione del re di Siria.

Era Sulpicio Galba a condurre l'ambasciata, nonostante la minore esperienza rispetto a Scipione: Catone era riuscito a manovrare ancora una volta il Senato per evitare che Publio ottenesse il comando di quella missione. Catone aveva abilmente riacceso il risentimento dei senatori pi conservatori nei confronti di Scipione, presentandolo come un eccellente militare ma uno scarso negoziatore, ricordando la sua scelta di non distruggere Cartagine dopo la vittoria di Zama, come molti Romani avrebbero desiderato, e per la sua incapacit di porre fine agli attacchi indiscriminati del re Massinissa contro territori che non gli appartenevano. Non potendo criticare la strategia militare di Scipione, dopo le tante vittorie conseguite, Catone aveva riacceso il mancato desiderio della distruzione di Cartagine da parte di senatori e Romani, facendolo passare per un cattivo mediatore. Cos, Sulpicio Galba si era inaspettatamente ritrovato al comando di una missione in una terra straniera dove l'essere senatore di Roma non contava nulla per nessuno.

Siamo l'ambasciata di Roma disse Sulpicio Galba in un mal pronunciato greco alle guardie situate di fronte alla porta nord delle mura di Efeso. Veniamo da Pergamo per incontrare il re Antioco.

Le guardie annuirono distrattamente e, con una lentezza che innervos Galba, andarono a chiamare l'ufficiale superiore. Apparve allora un guerriero siriano, barbuto, un veterano che, con ancora evidenti resti di pollo tra i denti, rispose di malavoglia a Sulpicio.

Il re non si trova a Efeso. Dovrete aspettare.

Sulpicio si volt verso gli altri delegati. Publio Villio Tappulo e Publio Elio Peto non seppero cosa dire. Gaio Lelio, che Scipione era riuscito a incorporare all'ambasciata, guard Publio, e cos pure fece Sulpicio. Alle loro spalle, c'erano i duecento cavalieri della scorta. Publio Cornelio Scipione guard l'alto delle mura. Decine di arcieri erano appostati tutt'intorno alla porta nord. Gli abitanti di Efeso erano diffidenti. Meglio essere cauti.

Di fronte al silenzio e alla passivit di Sulpicio Galba, Publio smont allora da cavallo lasciando le redini a Lelio, avanz di qualche passo e si ferm di fronte all'ufficiale siriano che stava loro negando l'accesso alla citt.

Abbiamo cavalcato molti giorni per arrivare qui cominci. Siamo ambasciatori del Senato di Roma e il re ci ha fatti chiamare in questa citt. Credi che il re sar contento di sapere che ci hai lasciati fuori dalle mura e che ci hai negato l'ospitalit dovuta a una delegazione? Credi che sar soddisfatto, ufficiale? Il greco di Publio era molto pi fluido ed elegante di quello di Sulpicio e ci gener maggior rispetto non solamente da parte dell'ufficiale siriano, ma anche dei guerrieri greci presenti tra le truppe a difesa di Efeso.

L'ufficiale si guard alle spalle e Publio not che vari Greci, che sembravano anche loro ufficiali, si scambiavano occhiate esitando sul da farsi. Stava ottenendo qualcosa, ma doveva insistere se quella notte voleva riposare sotto un tetto. Inspir profondamente prima di continuare.

Il mio nome  Publio Cornelio Scipione e sollecito l'accesso alla citt.

L'ufficiale siriano smise improvvisamente di masticare, deglut l'ultimo pezzo di carne e si pass il dorso della mano sulla barba per ripulirsi dalla bava che sgocciolava dal suo mento. Tutti a Efeso, e nell'intera Asia Minore, sapevano chi era il generale romano che aveva sconfitto il mitico generale cartaginese chiamato Annibale e che il suo nome era Scipione, ma nessuno di quei militari lo aveva mai visto di persona. L'ufficiale si ricompose e, tentando di mantenere la dignit nonostante le macchie di pollo sull'uniforme, decise di favorire quel Romano che si dimostrava cos orgoglioso di fronte a tutti loro.

Tu e gli altri ambasciatori potete passare e riposare nella citt, ma la cavalleria dovr rimanere fuori.

Questo  inammissibile si lament Sulpicio Galba dall'alto del suo cavallo, che nitr quasi a voler evidenziare l'indignazione del suo padrone.

Scipione gli lanci allora un'occhiata gelida facendolo immediatamente tacere, poi torn a rivolgersi all'ufficiale siriano.

Cinquanta cavalieri ci accompagneranno all'interno della citt come nostra guardia personale, i restanti rimarranno fuori.

Venticinque ribatt l'ufficiale, ma Scipione aveva gi smesso di ascoltarlo e si era avvicinato a Lelio trasmettendo l'ordine di selezionare i migliori tra i loro uomini.

Galba e Villio Tappulo rimasero immobili senza minimamente intervenire nelle decisioni di Publio.

Non appena Lelio ebbe selezionato i cinquanta cavalieri, Scipione rimont sul suo cavallo. In quel momento Galba decise di avvicinarsi a lui per parlargli, in latino, a voce bassa.

Noi non entreremo. Aspetteremo fuori.

Publio lo guard dall'alto in basso prima di rispondere.

Tu e Tappulo fate come volete, ma Lelio, Elio e i nostri uomini verranno con me. Per tutti gli di, non ho alcuna autorit per ordinare a te e agli altri cosa fare, ma sono stanco di cavalcare, sono completamente ricoperto di polvere e ho bisogno di farmi un bel bagno e di dormire un poco; anche perch... e guard il cielo ...stanotte piover.

Cos dicendo Publio abbandon l il resto dei senatori e, accompagnato da Lelio, Elio e i cinquanta cavalieri, si diresse nuovamente alla porta nord della citt ritrovando l'ufficiale siriano che gli bloccava la strada. Scipione sospir. Quel pomeriggio sarebbe stato difficile riuscire a farsi un bagno.

Venticinque cavalieri insistette l'ufficiale.

Publio gli si avvicin lentamente, si abbass fino ad arrivare all'altezza del viso della guardia seleucide e gli mormor una sola parola.

Cinquanta.

Quindi aizz il suo cavallo e part, per entrare con Lelio, Elio e gli altri cavalieri al seguito, nella porta nord di Efeso. L'ufficiale siriano fu costretto a farsi da parte per non essere travolto, ma non diede alcun ordine agli arcieri sulle mura, n che le guardie richiudessero la porta. Se il re voleva parlare con quegli uomini lui non poteva ucciderli, o avrebbe patito la loro stessa sorte.

Gli Efesini presero ad accalcarsi su entrambi i lati dell'ampia strada che dalla porta nord conduceva al Foro della citt: come c'era da aspettarsi, il passaggio degli ambasciatori romani suscitava curiosit e interesse. Inoltre, l'atteso arrivo di Antioco aveva riempito le locande di visitatori provenienti da tutta la regione e di avidi commercianti felici di esibire le proprie mercanzie in ogni angolo della citt per guadagnare in pochi giorni ci che di solito ricavavano in vari mesi.

Efeso brulicava di gente e Publio e Lelio si resero immediatamente conto dell'impatto che quella visita aveva sulla citt.

Non avremo problemi disse Publio a bassa voce, procedendo al passo di fianco a Lelio, seguiti dai loro cavalieri. Questa gente ci attendeva, ma non c' odio nei suoi sguardi. Vogliono solo sapere se Roma otterr un patto con Antioco. Guardali bene: la maggior parte di loro sono mercanti e i commerci fruttano meglio in pace che in guerra. Desiderano solo che si arrivi a un accordo.

Lelio assent, impressionato da quella folla che si accalcava intorno a loro. Le parole di Publio, sempre bravo a intuire le situazioni nei luoghi stranieri, lo tranquillizzarono ma non del tutto.

Scipione lo not e insistette.

Dopo un bel bagno sarai pi rilassato e vedrai le cose pi lucidamente, Lelio.

S, un bagno mi far bene.

Efeso  nota per molte cose, Lelio: per il suo enorme teatro, i suoi templi, per essere la citt dove nacque Eraclito, il grande filosofo... Publio not che Lelio non gli prestava attenzione e continuava a guardarsi intorno nervosamente, cos che tralasci di citare la celebre frase del filosofo che aveva appena ricordato: ??ta??? t??? a?t??? ?a???e? te ?a? ??? ?a???e?, e?e? te ?a? ??? e?e? te [Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo].

Efeso  famosa anche per i suoi bagni pubblici, soprattutto quelli vicini al porto. Ed  proprio l che ci stiamo dirigendo, Lelio concluse Publio alzando un poco la voce per recuperare l'attenzione del suo fedele tribuno. Non sarebbe male avere anche a Roma degli stabilimenti termali del genere.

S, dopo un bagno ci sentiremo meglio accett Lelio, pensando soprattutto al fatto che in un luogo chiuso, circondati dai propri cavalieri, lui e Publio sarebbero stati pi al sicuro.

Quasi senza rendersene conto, distratti com'erano dalla vista di quella folla che voleva guardare con i propri occhi il generale romano che aveva sconfitto Annibale, giunsero di fronte al monumentale teatro di Efeso, che si erigeva su tre giganteschi piani e poteva contenere pi di ventimila spettatori. Lelio rimase basito e Publio, come ogni volta che visitava un teatro greco, e come gli era capitato anche a Siracusa, contempl quello splendore con uno stupore mescolato a un pizzico d'invidia. Roma avrebbe mai avuto un teatro simile? Quando avrebbero smesso di rappresentare le opere di Plauto o Nevio o Lilio in quelle improvvisate impalcature che innalzavano ogni anno nel Foro? Con teatri del genere, dove l'acustica era perfetta, non ci sarebbe stato bisogno di posti privilegiati in prima fila per riuscire a udire gli attori. E quindi nemmeno di una legge come quella che gli aveva causato tanti problemi durante il suo secondo consolato. Nel Foro le voci si disperdevano completamente, e andare a teatro era una pena.

Publio volt il cavallo verso ovest. Aveva studiato la mappa di Efeso durante il tragitto da Pergamo, e Lelio rispettava sempre il suo acuto senso dell'orientamento.

Il porto dovrebbe trovarsi da quella parte disse Publio e, poco dopo aver pronunciato quelle parole, cominci a emergere davanti a loro la baia di Efeso, con il suo ricco porto commerciale e vari edifici costruiti vicino ai moli. Non resta che indovinare quale di quegli edifici sono i bagni pubblici.

Lelio indic allora una grande costruzione separata dal resto e presidiata da guerrieri. Man mano che si avvicinavano, Publio e Lelio capirono dalle loro uniformi che non si trattava di soldati siriani o greci. Indossavano armi iberiche e africane e cotte di maglia di diversa provenienza, alcune romane, altre di origine sconosciuta; alcuni esibivano splendenti corazze di bronzo e altri gli scudi leggeri tipici della Libia. Erano Cartaginesi.

Cartaginesi a Efeso? domand Lelio incredulo. Non pu che trattarsi di... Ma non osava pronunciare quel nome.

Annibale conferm Publio con decisione. Il nuovo consigliere di Antioco.

La sua presenza qui non  un segnale di buon augurio per il nostro incontro con il re aggiunse Lelio.

Publio rispose senza negare n concedere.

Per prima cosa dobbiamo accertarci che si tratti effettivamente di Annibale.

Si avvicinarono al passo, cauti. Inizialmente, i soldati cartaginesi non sembravano molti, una dozzina circa, ma poi ne usc una ventina dall'interno delle terme e un'altra dal retro dell'edificio. Erano quindi tanti soldati quanti i loro, ma uno scontro era l'ultima cosa che Publio voleva. Sarebbe stata la rovina per le negoziazioni che desideravano avviare, soprattutto se si fosse riaccesa l'antica contesa con Cartagine. Inoltre, i soldati seleucidi non li avrebbero mai fatti uscire vivi dalla citt se avessero combattuto contro quei Cartaginesi.

Una volta giunto davanti all'entrata principale dei bagni pubblici, Publio not un anziano ufficiale punico che stava uscendo dall'edificio, barbuto, serio, robusto, con uno sguardo penetrante. Non tard a riconoscerlo.

 Maarbale sussurr all'orecchio di Lelio.

Il secondo di Annibale conferm il tribuno. Adesso siamo sicuri che il generale cartaginese si trova l dentro.

Publio e Lelio smontarono da cavallo, mentre i cavalieri, non ricevendo alcun ordine, rimasero dov'erano, mantenendo il vantaggio di potersi muovere pi rapidamente in caso di attacco. Maarbale super i suoi uomini e and incontro a Scipione prendendo la parola, naturalmente in greco.

Ti saluto, Publio Cornelio Scipione, ambasciatore di Roma in Asia.

Ti saluto, Maarbale, capo della cavalleria cartaginese.

I due mantennero il silenzio per qualche istante. Poi Publio riprese a parlare.

Stiamo solo cercando un luogo dove ripulirci. Il viaggio da Pergamo  stato lungo e siamo ricoperti di polvere.

I bagni rimarranno chiusi mentre Annibale  dentro rispose Maarbale, sempre pronto a difendere il suo generale in capo, proprio come Lelio faceva con Publio.

Tuttavia, di fronte allo sguardo gelido e tenace di Scipione, che rimaneva immobile come se la presenza di Annibale all'interno dei bagni non fosse un motivo sufficiente per lasciarli fuori, l'ufficiale punico aggiunse alcune parole come per scusarsi dell'inconveniente.

Si tratta di una questione di sicurezza. Non ci fidiamo di nessuno, di questi tempi.

Lo capisco rispose Publio con tono cordiale. Tuttavia sono molto stanco, ho bisogno di un bagno e ho gi discusso con l'ufficiale al comando delle mura; potresti almeno chiedere ad Annibale se ritiene conveniente condividere l'acqua di questi bagni con un generale di Roma?

Maarbale inspir un paio di volte. Guard verso l'interno e poi di nuovo Publio. Comprese che quel generale romano non se ne sarebbe andato fin quando non avesse ottenuto una risposta da Annibale.

Aspetta qui disse infine, e passando di nuovo tra i suoi guerrieri, scomparve dietro la porta dei bagni del porto di Efeso.

Durante l'attesa, Publio e Lelio si allontanarono un poco dalle guardie cartaginesi. Appena furono abbastanza distanti, Publio ribad all'amico, in latino, alcuni dubbi che aveva gi espresso in pi di un'occasione.

Questo incontro con Antioco avrebbe dovuto tenersi ad Apamea, il Senato avrebbe dovuto insistere.  ad Apamea che si riunisce il grosso delle truppe di Antioco. L avremmo avuto modo di renderci conto di persona delle forze di cui dispone, la loro tipologia, l'equipaggiamento, gli elefanti di cui tutti parlano, e anche i leggendari catafratti. Qui, a Efeso, ci sono pochi soldati. Non otterremo granch stando qui, a parte rivedere l'eterno nemico di Roma.

Forse, parlando con Annibale... cominci a suggerire Lelio, ma s'interruppe vedendo Publio scuotere la testa.

Anche se riusciremo a ottenere un incontro, Annibale  troppo intelligente per rivelarci qualcosa che valga la pena sapere. A ogni modo, parlare con lui sar interessante, ma non fino al punto di scoprire se Antioco ha davvero intenzione di attaccare Roma...

Publio non pot continuare. Maarbale era riapparso dalla porta. Dall'alto della scalinata che dava accesso all'edificio, l'ufficiale cartaginese si diresse verso di loro.

Potete passare. Tu, Gaio Lelio e una mezza dozzina dei tuoi uomini.

Maarbale si fece dunque di lato come per invitarli a salire le scale ed entrare. Publio assent, guard Lelio, e questi, rispondendogli con un cenno, si volt poi verso i cavalieri romani indicandone sei, che smontarono da cavallo e, armati dei propri gladii infoderati, si disposero dietro all'ambasciatore romano e al suo generale, pronti a seguirli.

Nessuno chiese loro di consegnare le armi prima di entrare nei bagni, per Publio not che immediatamente dietro di loro entrava anche una decina degli uomini di Annibale. Per un momento temette il peggio e dubit se avanzare, ma stringendo forte i pugni avvert l'anello che indossava e che gli fece ricordare l'anello consolare del suocero Lucio Emilio Paolo morto a Canne, che Annibale aveva indossato dopo averlo tolto al cadavere del console caduto in combattimento e che dopo Zama lo stesso Maarbale aveva riconsegnato a Publio, proprio come Annibale gli aveva promesso prima della battaglia. Se vuoi recuperare l'anello, dovrai prima sconfiggere il mio esercito. E quello era successo, Annibale aveva mantenuto la promessa, e lui, Publio, aveva restituito l'anello alla famiglia di sua moglie.

Un uomo tanto onorevole da rispettare i patti con il suo nemico non avrebbe mai organizzato un'imboscata contro degli ambasciatori. Un'imboscata a un console era un'azione di guerra, e questa s, Annibale l'aveva compiuta ai danni di Marcello e Crispino a Venusia, ma colpire a tradimento un'ambasciata no, non era nel suo stile.

Publio cerc di soffocare i sospetti e avanz deciso all'interno dell'edificio. Si era cos preoccupato che quasi non aveva notato quanto i bagni fossero affollati, molto pi di quanto ci si sarebbe aspettati considerando i vari soldati di Annibale di guardia all'esterno.

Mentre attraversavano gli spogliatoi incrociarono vari uomini che si rivestivano dopo aver beneficiato di un pomeriggio alle terme della citt. Si trattava di personalit importanti di Efeso, grossi commercianti, proprietari terrieri, che lo stesso Annibale non voleva rischiare d'inimicarsi. Publio cap, non appena la sua attenzione torn a ci che lo circondava, che i soldati del Cartaginese non avevano bloccato del tutto l'accesso allo stabilimento, ma selezionavano chi poteva entrare. Nemmeno loro potevano imporsi sulle autorit civili della citt. Si limitavano ad attendere l'arrivo del sovrano di tutti, Efesini, mercenari africani, truppe siriane.

Dopo aver superato gli spogliatoi, dove Publio non si ferm non sapendo ancora se sarebbe entrato in acqua circondato da truppe nemiche, superiori in numero rispetto alle sue e nel cuore di una citt straniera a migliaia di miglia da Roma, proseguirono incontrando una serie di stanze di medie dimensioni con piccole piscine in cui s'intravedevano alcuni uomini che entravano e uscivano dall'acqua. Giunsero poi a un ampio corridoio, molto buio, lungo il quale erano state sistemate delle lampade a olio che ardevano incessantemente. L, Lelio e i cavalieri romani si raccolsero in un fitto gruppo per aumentare la sicurezza. Alle loro spalle si udiva il suono scandito dei passi di Maarbale e dei guerrieri di Annibale sul suolo di pietra di quel corridoio centrale dell'edificio, rumore che rimbombava in quegli angoli oscuri.

Improvvisamente videro una gran luce. Alla fine del corridoio, di fronte agli sguardi perplessi dei Romani, si apriva un'immensa stanza, pi vasta di tutte le precedenti messe insieme, con soffitti altissimi ed enormi finestre da cui la luce del pomeriggio filtrava illuminando l'ampia vasca centrale e tutti coloro che si trovavano l: una dozzina di uomini divisi in due gruppi, nudi, agli angoli della piscina, vicini a dove si trovavano i Romani. C'erano poi altri uomini, ricoperti da un telo, fuori dall'acqua, e, sul fondo della piscina, un uomo distaccato dagli altri, completamente immerso a parte le braccia appoggiate come ali spiegate sul bordo di pietra della vasca, con la barba lunga e una benda sull'occhio sinistro; dietro di lui, una decina di soldati cartaginesi, in piedi, vigili, armati di spade rinfoderate e lance nella mano destra.

Publio riconobbe immediatamente Annibale. Di fatto, Scipione era l'unico Romano a essere sopravvissuto a ben due incontri con il nemico pi temibile di Roma: il primo durante la conversazione avuta prima della battaglia di Zama, e il secondo nel combattimento affrontato in mezzo a quella brutale battaglia campale. E adesso, ancora una volta, s'incontravano. La prima volta avevano parlato come due generali prima di una battaglia, la seconda avevano lottato per uccidersi l'un l'altro. Cosa sarebbe successo in questo terzo incontro?

I Romani entrarono in quella grande sala centrale delle terme di Efeso seguiti da vicino dai soldati cartaginesi condotti da Maarbale. Publio avanz lentamente fino a situarsi a pochi passi da Annibale. Un mormorio crescente emerse da ogni angolo. Tutte le eminenze di Efeso che si trovavano nei bagni pubblici entrarono in quel momento da ogni accesso alla grande sala, curiosi com'erano di assistere, con i loro occhi, all'incontro tra due dei pi grandi generali di quel tempo, forse i due pi grandi della storia dopo Alessandro.

Publio, fermo di fronte ad Annibale, era consapevole dell'interesse che stava suscitando, ma ormai ci aveva fatto l'abitudine; la novit stava piuttosto nel condividerlo con un altro personaggio del suo stesso livello.

Annibale Barca parl per primo, scegliendo, come sempre, di farlo in greco.

Ti saluto, Publio Cornelio Scipione. E cos ci incontriamo di nuovo. Dal tuo aspetto noto che avresti bisogno di un bel bagno.

Ti saluto, Annibale Barca. A quanto pare il mondo  piccolo. Effettivamente ci portiamo addosso la polvere del lungo viaggio da Pergamo. Un bagno sarebbe l'ideale.

Annibale sorrise per il tono della risposta. Rispettoso ma rilassato.

Qui c' abbastanza acqua per tutti, disse sempre che a un ambasciatore romano non dispiaccia condividerla con il selvaggio e temuto Annibale Barca aggiunse sollevando la mano destra per invitarlo a entrare nella piscina.

Publio si guard intorno. Un centinaio di Efesini, una trentina di guerrieri cartaginesi, mezza dozzina di cavalieri romani, Maarbale, Lelio e varie decine di schiavi si erano raggruppati intorno alla grande vasca. Tutti volevano assistere all'incontro tra quei due strateghi, quei due generali, quelle due leggende.

Finalmente Publio si tolse il pesante mantello che indossava con lo stesso stile del paludamentum, per di colore grigio al posto del porpora riservato solo ai magistrati o ai consoli in carica; con l'aiuto di due cavalieri romani che risposero rapidamente a un cenno di Lelio, cominci a levarsi anche la corazza dal petto, i gambali, il fodero con la spada e tutti i complementi della sua tenuta fino a restare con la sola biancheria intima. Cominci dunque a parlare al generale cartaginese che lo osservava benevolmente, meravigliato per quell'inaspettata visita.

Non credo che siano molti i Romani disposti a condividere il bagno con un Cartaginese, tanto meno con Annibale, ma io far un'eccezione. E continu levandosi anche le vesti intime. Io non ho problemi a immergermi nella stessa vasca in cui si trova Annibale Barca, la cosa che mi interessa  che la mia vita sia al sicuro e cos quella dei miei uomini, che non hanno alcuna colpa per la mia ansia di ripulirmi da questa polvere.

La vostra vita  al sicuro, in nome di Baal e tutti i miei di conferm Annibale.

Publio annu e, completamente nudo, si sedette sul bordo della piscina, dalla parte opposta rispetto ad Annibale. Il Romano apprezz la perfetta temperatura dell'acqua, n troppo calda n troppo fredda. Nel sedersi, si mostr ben visibile agli occhi di tutti la lunga cicatrice sulla coscia sinistra, un ricordo lasciato dalla spada di Annibale durante la battaglia di Zama. Il generale cartaginese la guard soddisfatto ma senza dire nulla al riguardo.

Publio, dopo aver immerso la testa per una bella lavata alla nuca, riemerse e appoggi la schiena alla parete della piscina, sistemandosi in modo del tutto simile al suo interlocutore.

Dal momento che sei ben disposto, disse riprendendo la conversazione ti chiedo anche se sarebbe possibile disporre di un luogo dove i miei uomini possano passare la notte e ricevere un pasto. Ho discusso con l'ufficiale siriano al comando della porta e non si  dimostrato tanto cortese.

Annibale sorrise.

Non  stata una mossa intelligente discutere con l'ufficiale siriano al comando di Efeso.

Talvolta l'orgoglio porta a commettere sciocchezze ammise Publio con una sorprendente sincerit per il Punico che, senza cessare di sorridere, rispose conciliante.

Mi occuper io di farvi trovare un posto dove riposare e mangiare.

Publio assent un paio di volte in segno di riconoscenza. Cerc un complimento per ringraziare l'inattesa ospitalit del generale cartaginese.

Sono stato a Cartagine, l'anno passato, e mi ha sorpreso constatare quanto la citt si sia ripresa dalla lunga guerra, e so che gran parte del merito va al tuo lavoro di sufeta. Non sapevo che oltre che un buon generale fossi anche un ottimo amministratore.

Annibale sorrise di nuovo.

Amministrare con giustizia il denaro degli altri  facile, se uno lo vuole;  pi difficile fare lo stesso con il proprio, di denaro.

Publio riflett un momento sul significato di quelle parole. L'acqua della piscina era completamente calma. Gli uomini che prima ne erano immersi erano usciti per non disturbare i due generali. Publio si sentiva addosso lo sguardo di tutti: Efesini, Greci, Siriani, Cartaginesi e Romani.

Ritengo che non avresti dovuto abbandonare Cartagine disse Publio riprendendo la conversazione. In ogni caso, scegliere di raggiungere la corte di Antioco  stato giudicato, da molti a Roma, un atto ostile.

Il sorriso di Annibale si apr in tutto il suo splendore. Rispose senza alcun disprezzo a quella considerazione, dimostrando piuttosto un profondo sarcasmo.

E secondo te sarei ancora un uomo libero se fossi rimasto a Cartagine? Publio fu sul punto di rispondere, ma Annibale alz una mano per interromperlo e continuare. No, non fraintendermi. So che tu non c'entri con la persecuzione della mia persona da parte di Roma e di Cartagine. Ma se fossi rimasto l, i miei nemici mi avrebbero tradito e condotto a Roma in catene, e tu sai che questo  vero. Publio non rispose. Annibale prosegu. Quanto alla scelta di raggiungere la corte di Antioco... non sono rimasti molti sovrani che non temono Roma. Qui sono al sicuro e sono rispettato.  stata una scelta saggia.

A queste ultime parole segu un silenzio pi lungo rispetto ai precedenti. Erano presenti pi di cento persone nella sala centrale dei bagni di Efeso, ma nessuno di loro osava fiatare. Addirittura, facevano attenzione a non farsi notare nemmeno col respiro. Nessuno di loro voleva perdersi una parola di quella conversazione. La maggior parte comprendeva il greco, tranne qualche commerciante siriano e molti cavalieri romani, ma nessuno avrebbe mai disturbato, nemmeno con un sussurro, per chiedere ad altri lo sviluppo di quel colloquio. Coloro che non sapevano il greco si concentravano quindi su ogni gesto, movimento, smorfia o sorriso sul volto dei due generali.

Vedo che non indossi l'anello che ti ho restituito dopo Zama continu Annibale cambiando discorso.

No, porto solo quello che mi ha regalato mia moglie; quello di Emilio Paolo l'ho restituito alla sua famiglia, ma mi ha fatto piacere scoprire che sei un uomo di parola disse Publio guardandosi la mano destra e ammirando l'anello d'oro regalatogli da Emilia quando era tornato dall'Africa. Fiss allora la mano destra di Annibale. S, ti ringrazio davvero per avermi restituito l'anello di mio suocero. La famiglia  per me la cosa pi importante: mia moglie, i figli, la famiglia politica; avere un problema con un figlio o una figlia pu darmi tanti pensieri quanto l'essere circondato da un esercito numericamente superiore. E sorrise lievemente, ma subito torn al tema degli anelli. Tu, piuttosto, continui a esibire anelli che non ti appartengono disse indicando la mano del generale cartaginese in cui brillavano gli anelli consolari di Marcello e Gaio Flaminio, caduti a Venusia e nel Trasimeno.

Te l'ho gi detto una volta e te lo ripeto, ambasciatore: Roma potr recuperare questi anelli solamente sfilandoli dal mio cadavere. E il volto di Annibale torn serio, fiero, minaccioso.

Publio mantenne la calma senza perdere determinazione.

Non  escluso che succeda.

Annibale lo guard intensamente e, d'improvviso, rilass tutti i muscoli del viso ed esplose in una sonora risata. Dopo qualche secondo, tutti i soldati lo imitarono, pur non avendo capito perch il loro generale ridesse davanti a una minaccia dell'ambasciatore romano.

Questo, mio caro generale di Roma,  molto, molto improbabile disse poi continuando a sorridere. Tornato serio, aggiunse intimidatorio: Se fossi in te, non mi metterei contro Antioco.

Lo sconfiggeremo come abbiamo fatto con i Liguri, gli Illiri, gli Iberi, i Macedoni e... voi stessi.

Annibale alz lo sguardo al soffitto, sollevando un sopracciglio in segno di astio.

L'esercito di Antioco non  un esercito qualunque, Publio Cornelio Scipione. Non avete la minima idea di chi vi trovate di fronte. La falange macedone di Filippo era composta da unit scadenti, niente a che vedere con gli argiraspidi di Antioco. E quelli sono solo il principio.

Vinceremo comunque.

E poi ci sono gli elefanti. So che non ti piacciono gli elefanti. Antioco ne ha molti. Molti di pi di quelli che hai combattuto a Zama.

Publio deglut.

Le nostre legioni non retrocederanno davanti agli elefanti di Antioco, proprio come non lo fecero davanti ai vostri.

Annibale osserv Scipione analizzando l'espressione decisa sul suo volto.

Non dubito rispose che se sarai tu al comando nel giorno chiave della nuova guerra le tue legioni non retrocederanno; ma il problema  che per ora non ci sei tu al comando. Tu e io sappiamo quanto pu essere complicata la politica, e che anche se tu riuscissi a ottenere il comando, questa nuova battaglia non sarebbe come quella di Zama. Tu sai di aver ottenuto la vittoria a Zama grazie alla superiorit numerica della vostra cavalleria, ma i catafratti, la cavalleria di Antioco, sono indistruttibili. A Panion l'esercito seleucide ha completamente annientato quello egizio ed etolico. Li hanno massacrati nonostante il generale etolico al comando fosse il noto e abile stratego Scopa. Devo ammettere che mi dispiacerebbe dover ritirare il tuo cadavere dal campo di battaglia, ma, se cos fosse, quel giorno prender l'anello consolare che briller sul tuo dito e lo aggiunger alla mia collezione. E sollev la mano destra esibendola davanti a tutti i presenti.

Molti fecero un passo indietro spaventati, quasi temendo che il generale volesse uscire dalla vasca e trafiggerli tutti con la sua spada. Ma Annibale abbass la mano e rimase dov'era.

Publio rimase a guardarlo, stringendo le labbra senza dire nulla. Erano passati a parlare dall'ipotetico cadavere di Annibale a quello di Scipione in mezzo a un campo di battaglia. Publio non nutriva un vero e proprio timore, ma sapeva che Annibale era tutt'altro che un fanfarone e che i suoi avvertimenti possedevano sempre un fondo di verit. Prese nota del riferimento a Scopa: sarebbe stato utile parlare con quello stratego etolico, se era ancora vivo.

Consideri Scopa un buon generale e condivido la tua opinione, ma a tal proposito ti domando, Annibale: chi secondo te  stato il miglior generale di tutti i tempi?

Dopo quella domanda, sia Annibale sia Scipione notarono che tutti i presenti si erano avvicinati di qualche passo. Erano ansiosi di conoscere la risposta del generale cartaginese. Ma i due uomini rimasero a guardarsi qualche istante, finch il Punico strinse le labbra, abbass lo sguardo e ripet la domanda, riflettendo.

Chi ritengo essere stato il miglior generale di tutti i tempi? , senza dubbio, una domanda interessante. Si prese qualche altro istante per meditare con calma. Senza alcun dubbio, disse infine il miglior generale di tutti i tempi  stato Alessandro il Grande: conquist pi territori di chiunque altro, sottomise pi sovrani di chiunque altro e dimostr che anche un esercito inferiore di numero, se ben addestrato e ben diretto,  in grado di vincere. Soprattutto, ci ha insegnato l'importanza della cavalleria. Alessandro, s,  stato lui il migliore.

Publio assent in silenzio, cos come fecero, senza osare interrompere la conversazione, tutti i presenti, Romani, Efesini, Cartaginesi e Siriani.

E sia, disse poi Publio sono d'accordo, Alessandro  stato il migliore. Ma dopo di lui? Chi  stato il migliore dopo Alessandro?

Annibale abbozz un sorriso. Si rese conto che Scipione, nella sua vanit di generale romano, aspettava di conoscere quale posto gli avrebbe riservato nella lista dei migliori generali di tutti i tempi.

Dopo Alessandro? ripet il Cartaginese prendendo tempo. Publio annu un paio di volte e Annibale prosegu. Dopo Alessandro, il miglior generale di tutti i tempi, e credo che non possano esserci dubbi al riguardo,  stato il re dell'Epiro, Pirro, poich anche lui, con solo un piccolo esercito,  stato capace di ottenere sorprendenti vittorie e sottomettere un numero enorme di citt.

Scipione, che si era allontanato un poco dal bordo della piscina per ascoltare meglio il suo interlocutore, riappoggi completamente la schiena. Annibale not la delusione sul suo volto e il disappunto negli sguardi dei Romani l presenti. Pirro aveva combattuto contro Roma, causandole non pochi problemi. Menzionarlo come uno dei migliori generali della storia non era solamente discutibile, ma offensivo e provocatorio nei confronti dei cavalieri romani. La grande sala delle terme di Efeso era ora satura di tensione.

E sia gli concesse Scipione ancora una volta. Anche se non condivido la tua opinione in questo caso, e credo che potremmo aggiungere altri nomi prima di Pirro, rispetto il tuo punto di vista. Dimmi allora, dopo Alessandro e Pirro, chi  il miglior generale di tutti i tempi?

Ad Annibale, che non era solo un abile oratore ma anche un bravo ascoltatore, non sfugg il passaggio dal tempo passato al tempo presente nella nuova domanda del generale romano. Chi  e non chi  stato, chiedeva ora Scipione. Il Romano voleva che Annibale pronunciasse il suo nome, Publio Cornelio Scipione. Si stava divertendo.

Dopo Alessandro e Pirro...? disse lasciando la domanda in sospeso. Bene, bene, bene... Per Baal, dopo di loro, il miglior generale di tutti i tempi sono io. E sorrise compiaciuto.

Publio non pareva divertirsi allo stesso modo, cos Annibale decise di difendere la sua scelta con argomenti solidi.

Sono io perch ero solo un ragazzo quando ho conquistato tutta l'Hispania; perch sono stato il primo ad attraversare le Alpi con un esercito; perch nessuna trib in Hispania e in Gallia  stata in grado di fermarmi; perch ho sottomesso Roma per pi di quindici anni; perch la mia mano indossa la prova di quanti consoli romani ho ucciso; perch so che quando a Roma qualcuno osa pronunciare il mio nome, lo fa ancora con timore, e il mio solo ricordo fa in modo che i senatori romani, ancora oggi, si sveglino nel cuore della notte temendo che il mio esercito si presenti davanti alle porte della citt.

Il volto di Publio s'irrigid. Aveva voluto soddisfare la propria curiosit conoscendo l'opinione del suo interlocutore sulla storia militare, ma questi si era dimostrato irriverente con la risposta su Pirro, e poi petulante nell'aggiungere il proprio nome alla lista dei grandi generali. Non aveva senso continuare a domandare. Annibale non avrebbe mai pronunciato il suo nome, nemmeno se glielo avesse chiesto direttamente, e non aveva alcuna intenzione di abbassarsi a farlo; ma nemmeno voleva che quel Cartaginese uscisse vittorioso da quella conversazione, men che meno davanti ai suoi cavalieri e a Lelio. Non poteva permetterlo. Decise allora di ribattere.

Alessandro, Pirro e poi Annibale. Ti sei posto in terza posizione, e questo nonostante io ti abbia sconfitto a Zama. Mi chiedo, allora, dove ti saresti situato se fossi stato tu a vincere in quella battaglia in Africa.

Tutti compresero che Scipione stava mettendo in discussione il fatto che Annibale si considerasse tanto superiore a qualcuno che lo aveva sconfitto sul campo di battaglia. I Cartaginesi avevano sempre pensato che quella sconfitta fosse stata causata dalla mancanza di rinforzi che il Senato punico si era rifiutato di inviare e non da una cattiva strategia di Annibale; ma anche i Romani sapevano che Scipione non aveva ottenuto abbastanza rinforzi per affrontare la battaglia di Zama e che si era dimostrato incredibilmente abile nel saper affrontare la carica degli elefanti con le legioni V e VI in campo aperto. D'altra parte, gli Efesini, i Siriani e i Greci non sapevano decidersi tra l'uno e l'altro, mentre i militari si trovavano tutti d'accordo col fatto che non avrebbero mai voluto combattere contro un esercito comandato da uno di quei due generali che stavano condividendo quella piscina.

Infine Annibale decise di rispondere all'ultima domanda del suo interlocutore.

Dove mi sarei collocato se fossi stato io a sconfiggerti a Zama? E, di nuovo, sorrise soddisfatto. Se fossi stato io il vincitore di quella battaglia, mi sarei posto, senza alcun dubbio, prima dello stesso Alessandro. E fiss intensamente gli occhi di Scipione.

Publio assimil la risposta osservando il sorriso beffardo del Cartaginese e comprese che in realt, seppur in modo indiretto e senza menzionare il suo nome, Annibale gli stava facendo un enorme complimento. Dire che sarebbe stato il miglior generale di tutti i tempi, perfino migliore di Alessandro se avesse vinto la battaglia di Zama, era come affermare che solo lui, Publio Cornelio Scipione, avendo realmente vinto quella battaglia, era stato capace di privarlo di quel primato. In definitiva, pur non volendo pronunciare il suo nome nella lista dei grandi generali, lo stava implicitamente includendo, senza determinare con precisione chi tra i due, Annibale o Scipione, fosse il migliore.

 davvero questo ci che pensi? chiese Publio cercando conferma alle sue intuizioni.

Questo dovrai dirmelo tu rispose Annibale mantenendo il sorriso.

Publio gli rispose sorridendo a sua volta e, di conseguenza, Annibale scoppi a ridere. In un istante a lui si unirono il generale romano per primo, poi i cittadini efesini e greci, e infine anche i soldati siriani.

Tra le risate generali, Annibale si sollev e il suo corpo emerse dall'acqua tiepida della piscina. Anche la sua coscia sinistra esibiva una ferita di guerra simile a quella di Publio; nel caso del generale cartaginese si trattava della profonda cicatrice causata da una lancia iberica che lo aveva colpito durante il lungo assedio di Sagunto. Il resto della pelle, abbronzata e pulita, mostrava altre cicatrici pi piccole, sparse per tutto il corpo, dovute alle innumerevoli battaglie in Hispania, Gallia, nelle Alpi, in Italia e Africa. Uno dei suoi soldati gli pass un telo con cui si copr.

Mi occuper personalmente che tu e i tuoi uomini riceviate cibo e bevande disse Annibale tossicchiando. Potrete passare la notte qui nelle terme. Sono confortevoli e nessuno vi disturber.

Publio, per rispetto, si alz anche lui mentre il generale punico parlava, e Lelio gli pass un telo.

Ti ringrazio rispose Scipione guardando Annibale, che, aiutato da uno schiavo, aveva cominciato a rivestirsi rapidamente.

Il Cartaginese non aggiunse altro e anche Publio mantenne il silenzio e cominci a indossare la propria uniforme. Terminato di rivestirsi, Annibale gli pass a fianco.

Che i vostri di vi proteggano, generale di Roma disse il Cartaginese. Se ci rincontreremo sul campo di battaglia, non ci sar tempo per le chiacchiere.

Forse non ci sar bisogno che i nostri eserciti tornino ad affrontarsi rispose Publio con tono conciliante. Pu darsi che il re di Siria si decida a negoziare con Roma.

Annibale scosse la testa mentre rispondeva.

Vedo, Romano, che continui a essere lo stesso ingenuo di Zama, ma non sottovaluter di nuovo la tua capacit sul campo di battaglia. Ti conviene fare in modo che in questa nuova guerra le circostanze non ti sfavoriscano, perch questa volta non avr nessuna piet.

Publio stava per rispondere, ma il generale cartaginese scomparve rapidamente dietro ai soldati che lo scortarono fino all'uscita.

Gaio Lelio si avvicin a Scipione e gli sussurr all'orecchio: Che cosa avr voluto dire?.

Non lo so, Lelio, suppongo esattamente quello che ha detto: che se ci sar la guerra dovremo essere estremamente cauti.  un consiglio da tenere in considerazione... Non ho nemmeno capito chi considera il miglior generale tra noi due, ma abbiamo altro di cui occuparci ora. Che gli uomini si facciano il bagno a turno. Una prima met alla piscina e l'altra met di guardia alle porte dell'edificio.

Lelio trasmise gli ordini. Publio si sedette in un angolo di quella grande sala e, rilassatosi dopo quel bagno, rimase a osservare i cavalieri della sua scorta che si tuffavano nella vasca e si ripulivano della polvere accumulata durante quei giorni di cavalcata attraverso l'Asia Minore.

Dopo qualche minuto, uno dei cavalieri che montavano la guardia all'esterno entr nella sala e si avvicin a Lelio. Questi diede un ordine e il cavaliere torn alla porta dell'edificio. Lelio si avvicin a Publio.

Stanno portando da mangiare. Sono alcuni schiavi. Ho detto di lasciarli passare.

Publio approv con un gesto. Poco dopo, una dozzina di schiavi entr nella sala trasportando ceste ricolme di viveri di ogni tipo. Appena se ne furono andati, Publio e Lelio si avvicinarono alle cibarie. C'erano vari tipi di pane e di frutta, carne di maiale essiccata, pesce sotto sale, vasi di salse esotiche sconosciute ai Romani, una gran quantit di caraffe contenenti acqua, olio e vino.

Annibale  generoso, comment Lelio versandosi un calice di vino e per Castore e Polluce, ha una buona influenza sui Siriani e gli Efesini.

Publio assent mentre masticava la carne di maiale. Era deliziosa.

Fin troppa influenza, Lelio, fin troppa. Ci mi preoccupa. Quanto pi i Siriani gli danno retta, tanto peggio sar per Roma, durante queste negoziazioni e peggio ancora durante la guerra, se si arriver a tanto.

Annibale pare convinto che la guerra si far.

S disse Publio, e poi tacque, continuando a masticare con gusto il suo pezzo di carne.

Improvvisamente, un dubbio lo assal e si blocc. Il suo sguardo incontr quello di Lelio che aveva appena pensato la stessa cosa e lo guardava preoccupato. Allora Publio scosse la testa e continu a mangiare, rispondendo allo sguardo interrogativo del tribuno.

No, Annibale non ci avvelenerebbe. Non  nel suo stile. Se fossimo stati responsabili di ci che capit a suo fratello Asdrubale  possibile, ma lui sa che non vi abbiamo mai avuto nulla a che fare. In un certo senso, credo che ci rispetti. No, non ci avvelenerebbe, per...

Per...? domand Lelio che non era ancora del tutto persuaso e sosteneva quel calice di vino senza osare terminarlo.

Per, se ci troveremo davanti a lui sul campo di battaglia, non ci dar tregua. Dobbiamo tenerne conto.

E sia, allora. Lelio sollev in alto il calice. Brindo a un combattimento pulito sul campo di battaglia. E tracann il resto del vino cancellando ogni suo dubbio.

Nel frattempo Publio aveva rallentato il suo pasto e rifletteva. Mai due volte nello stesso fiume. Eraclito. Annu in silenzio, tra s e s. Tutto cambia. Noi cambiamo. Anche Annibale. Non era pi lo stesso. Pi cinico. Capace di tutto. Ci nonostante, Publio continu a mangiare lentamente, ma senza pi essere sicuro di nulla. Annibale era cambiato. L'esilio lo aveva reso pi impudente e pronto a qualunque cosa. Ci lo rendeva ancora pi pericoloso.

Nessuno mor quella notte, e il mal di pancia di cui soffr pi di un cavaliere romano, e che suscit molti dubbi su quel pasto, fu causato da una banale indigestione per quelle salse eccessivamente saporite alle quali gli stomaci romani non erano abituati.

All'esterno della citt, Sulpicio Galba guardava il cielo con apprensione: dei nuvoloni neri, enormi, sorvolavano la terra di Efeso e il vento soffiava sempre pi forte. I Romani piantarono le tende, ma quando la tempesta si scaten, le tele cedettero immediatamente all'inclemenza degli di del vento. Molti cavalieri maledissero la loro sorte per non essere stati scelti da Lelio per accompagnare Scipione dentro la citt, pur correndo dei rischi. In quel momento, qualunque battaglia appariva preferibile a quella tormenta di lampi, fulmini e pioggia torrenziale.

LIBRO IV.

LA CAMPAGNA IN ASIA.

Anno 190 a.C., (anno 564 dalla fondazione di Roma).

Sunt lacrimae rerum.

[Vi sono lacrime per le nostre disgrazie]
VIRGILIO, Eneide, 1, 462.

44.

MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS, (Libro IV).

Antioco non ricevette mai la nostra ambasciata. E Catone ne approfitt oltre misura: il rifiuto del re siriano a riceverci gli diede l'occasione per criticarmi, ancora una volta, pubblicamente. A ogni modo, il disprezzo del re dell'Oriente nei confronti dei delegati romani, senatori e qualche ex magistrato, come nel mio caso, indicava il peggio.

La dichiarazione di guerra avvenne non appena Antioco, nonostante i nostri avvertimenti, attravers l'Ellesponto. Ma non lo fece con tutto il suo esercito. Ci sottovalutava al punto da credere di potersi imporre su Macedonia, Grecia e Roma con una piccola quantit di soldati.  pur vero che i Macedoni e i Greci ripiegarono davanti alla sua avanzata. Inoltre, gli Etoli, dal Sud della Grecia, appoggiarono il re dell'Oriente. Ma non appena le nostre legioni si addentrarono in Grecia, tutto cambi. L'esercito di Roma, sotto il comando di Marco Acilio Glabrione, inflisse ad Antioco una schiacciante sconfitta presso il temuto passo delle Termopili. Tuttavia quella vittoria, che ci aveva fatto sperare in un certo sollievo, caus invece altri problemi, soprattutto per la mia famiglia.

Alla battaglia delle Termopili partecip Catone, il quale, emulando i guerrieri del passato, attacc alle spalle le milizie nemiche aggirando il passo. Ancora una volta, Catone e i suoi accoliti del Senato ingigantirono il suo intervento fino a trasformarlo in un eroe di guerra. La carriera di Catone giunse quindi al suo apice: da edile a pretore, da pretore a console, e da console a eroe di guerra apprezzato perfino dal popolo.

Catone si considerava ormai al mio stesso livello e perci l'attacco definitivo a me e alla mia famiglia non poteva tardare ad arrivare. Come se ci non bastasse, Antioco era stato ferito alla bocca, sicuramente da una pietra lanciata da qualche fromboliere, e aveva perso cos alcuni denti. I messaggeri provenienti dall'Oriente riferirono che Antioco vagava per il palazzo di Antiochia furente, gridando che si sarebbe vendicato di Roma e che Roma non l'avrebbe mai pi dimenticato. E mentre ci malediceva, richiamava tutti i suoi eserciti. Non gli interessava pi proteggere le regioni pi orientali n i confini con un Egitto che non possedeva pi un esercito. Voleva che tutti i suoi guerrieri si radunassero in un solo punto per lanciarsi, di nuovo, contro di noi. La sua guerra contro Roma si stava convertendo in una faccenda personale.

In queste circostanze, la mia campagna in Asia avrebbe dovuto essere la risposta a quella di Catone in Hispania e alla sua, cosiddetta eroica, partecipazione alle Termopili contro Antioco; avrebbe dovuto dimostrare a tutti che ero io, e nessun altro, il miglior generale di Roma, l'uomo al quale lo Stato doveva dare la sua piena fiducia, solo a me, alla mia famiglia e ai miei amici.

E continuo a pensarla cos, anche se mai avrei immaginato che una campagna potesse portare a conseguenze tanto penose nella mia vita personale.

Ricordo ancora il dolore lacerante che avevo provato nel ricevere la notizia della morte di mio padre e di mio zio in Hispania, ma perfino in quel terribile momento, nel profondo del mio essere, comprendevo che si trattava del corso naturale delle cose: i figli sono destinati a veder morire i genitori, gli zii, i familiari pi anziani. Spesso la crudele guerra accelera il processo e aggrava il dolore causato dal vuoto lasciato da tali perdite nei nostri cuori spezzati; ma tutto ci  superabile, un uomo pu affrontarlo e andare avanti. Al contrario, la morte di un figlio  qualcosa a cui non saremo mai preparati. In un modo o nell'altro, forse per istinto, siamo persuasi che dai figli possano derivare solamente soddisfazioni. La campagna in Asia mi dimostr quanto ci sia falso. Non sempre questo accade.

Grazie a Giove e a tutti gli di, mia figlia maggiore non mi ha mai dato alcuna preoccupazione e, di fatto, il suo fu il primo dei matrimoni che avrebbero reso pi forte la mia famiglia.

A quel tempo avevo compreso chiaramente che le battaglie non dovevano essere combattute solo all'estero ma anche a Roma, contro i miei avversari politici, e se c'era qualcosa con cui potevo sconfiggere Catone era la mia famiglia. Io avevo due figlie e un figlio, e suo figlio era ancora un bambino. Io potevo rafforzare il clan familiare attraverso i matrimoni giusti, lui no. Probabilmente lo avrebbe fatto in futuro, ma era il momento presente a contare.

Mi impegnai a fondo. Come c'era da aspettarsi, mia figlia maggiore si dimostr docile e collaborativa; la piccola, invece, era ribelle, insolente, una sfida continua. Per molti anni pensai che se mio figlio avesse avuto la medesima tempra della piccola Cornelia la nostra vita sarebbe stata diversa. Invece, quanto pi mia figlia era audace, perfino di fronte a suo padre, tanto meno mio figlio era coraggioso. Con entrambi patii tanto che sarebbe impossibile spiegarlo a parole.

Ora sono costretto a fare una pausa.

Sono molti giorni che non scrivo. Il problema della piccola Cornelia si spiegher al momento opportuno e coloro che leggeranno questi papiri comprenderanno ci che capit tra padre e figlia. Credo che nessuno dei due abbia mai avuto la piena ragione o la piena colpa, e forse avremmo potuto trovare una soluzione. Questa era la speranza che alimentava entrambi, o almeno credo; ma quello che capit a mio figlio fu cos terribile che anche solo ricordare quei giorni ha fatto in modo che le febbri tornassero, e sono stato costretto a passare un'intera settimana a letto.

Finalmente mi sono ripreso a sufficienza per ricominciare a narrare tutto ci che avvenne. Arrivato a questo punto, devo raccontare con precisione come Catone riusc a colpirmi nel profondo. Se c' qualcosa che quel maledetto sa fare  proprio ferire dove fa pi male e con pi forza di chiunque altro.

Mi sono sempre lamentato dell'incapacit di mio figlio a combattere, sin da quando si allenava con Lelio al Campo Marzio. Non  mai stato rapido nell'uso della spada, n  mai stato capace di colpire il suo addestratore, a differenza mia con mio zio Gneo. Quanto sono stato stupido. Come se colpire Gaio Lelio fosse semplice. Ora so che quando lascer questo mondo Lelio continuer, come una roccia, impassibile, a proteggere tutti. La verit  che io pretesi troppo da mio figlio durante la sua prima campagna.

Tutto cominci quando discussi con Emilia sulla decisione di arruolare il giovane Publio nella mia campagna in Asia. Emilia non voleva. Sapeva che quella era una guerra troppo pericolosa. Io le risposi che avevo mantenuto la promessa fattale in passato, di non far mai combattere mio figlio contro Cartagine; e dopo la vittoria di Zama questo non sarebbe mai accaduto. Emilia, come sempre lungimirante, mi rispose come avrebbe fatto un ugure che legge il futuro nel volo degli uccelli. L'anima di Cartagine  ora in Asia mi disse, con un chiaro riferimento ad Annibale. Ma io ignorai quell'avvertimento, insistendo che si trattava di un'altra guerra e che il ragazzo non poteva rimanere ai margini o lo avrebbero accusato di codardia.

Mio figlio ud certamente quella conversazione, come ne aveva udite tante simili. Emilia e io non avemmo l'accortezza di tenere le nostre discussioni nella nostra camera privata. Cos, mentre a Roma mia figlia minore si allontanava sempre pi da me fino a creare un muro invalicabile tra noi, in Asia mio figlio si sforzava di dimostrare a tutti, e soprattutto a suo padre, che non era un codardo.

Fui io a spingerlo a farlo.

E la mia vita cambi per sempre.

Le mani mi tremano.  la febbre. Sono costretto, ancora una volta, a fermarmi.

45.

IL FORO BOARIO.

Roma, Inizio di gennaio del 190 a.C.

Il cammino pi breve per raggiungere il Foro Boario era il Vicus Tuscus, ma essendo, come sempre, strapieno di giovani che si prostituivano, ricchi mercanti e ricchi patrizi dediti ai loro affari, Cornelia Minore accett la proposta di Laerte d'incamminarsi fino al mercato vicino al Tevere passando da nord. La prostituzione era il problema minore: ci che rendeva pericoloso il Vicus Tuscus erano le continue risse che vi avevano luogo, cos che Laerte non si sentiva tranquillo a scortare in quel luogo la giovane figlia di Scipione.

Laerte era un robusto Spartano, ex schiavo liberato dalla rivoluzione sociale del tiranno Nabide di Sparta, e aveva combattuto in moltissime battaglie avviate dal nuovo governante di Sparta deciso a trasformare l'antica citt del Peloponneso in una rinnovata e trionfante capitale dominante su gran parte del Sud della Grecia. Ma la dea Fortuna non gli aveva sorriso a lungo: il suo liberatore, Nabide, aveva scelto l'alleato sbagliato, Antioco di Siria, e, dopo che questi era stato sconfitto dai Romani nelle Termopili ed espulso dalla Grecia, era seguita la disfatta dell'esercito spartano contro le legioni di Flaminino. Cos Laerte era stato catturato e condotto a Roma, come molti altri schiavi spartani che avevano goduto della libert per pochi anni. Pur tuttavia Laerte, come altri Greci, dopo la schiavit e le guerre aveva avuto la fortuna di finire a servire la casa degli Scipioni. Le sue doti di guerriero congiunte alla lealt dimostrata in due anni di servizio avevano convinto Publio Cornelio Scipione ad assegnargli un compito speciale: essere la guardia del corpo di sua figlia minore.

La verit era che la piccola Cornelia era indomabile, imprevedibile, disubbidiente, e non accettava di rimanere in casa tranquilla, insieme a sua madre, a imparare le faccende femminili. Cos suo padre aveva deciso di impiegare una differente strategia per proteggerla. A partire dai suoi quattordici anni, alla piccola Cornelia era stato permesso di accompagnare gli schiavi ai mercati per comprare frutta, verdura e pesce. Ci aveva portato un doppio vantaggio alla famiglia: da un lato la ragazza si era tranquillizzata, soddisfatta della propria dose di libert, dall'altro la qualit del cibo in casa degli Scipioni era considerevolmente migliorata, e questo perch se i mercanti potevano ingannare uno schiavo, non osavano fare lo stesso con la figlia del potente Africano.

C'era solo un piccolo inconveniente: Roma, che fosse notte o giorno, era sempre caotica, un viavai di carri e mezzi di trasporto di ogni tipo che affollavano le strade a tutta velocit, piena di prostitute, pi o meno giovani, ragazzi che si vendevano a ogni ora, ubriachi, ladri, truffatori, mendicanti; la citt era una baraonda di gente e il pericolo era sempre dietro l'angolo, spesso mortale. Perci Publio Cornelio Scipione un giorno aveva chiamato Laerte al tablinum e dal proprio solium gli aveva parlato con una seriet inusuale.

Voglio permettere a mia figlia minore di recarsi al mercato insieme agli schiavi, ma la citt  pericolosa. Quindi tu, Laerte, a partire da ora, accompagnerai mia figlia e vigilerai sulla sua sicurezza.

Laerte aveva abbassato lo sguardo e riflettuto. Quella era una missione che dimostrava quanta fiducia il suo padrone nutrisse nei suoi confronti; ma era anche una grande responsabilit, troppo grande. Scipione aveva saputo indovinare le sue perplessit.

So cosa temi aveva detto il princeps senatus di Roma, e hai ragione, Laerte, perch se tu fallissi, se dovesse succedere qualcosa a mia figlia, pagheresti con la tua stessa vita, in un modo che ti farebbe rimpiangere di non essere stato ucciso da un legionario in una delle battaglie che hai combattuto in passato, per... E Scipione aveva atteso che lo schiavo sollevasse lo sguardo per fissarlo dritto negli occhi. Per, se sarai in grado di proteggere bene la piccola, quando lei si sposer, quello stesso giorno, io ti restituir la libert. La missione  difficile, ma la ricompensa  grande: la libert, e il denaro perch tu possa cominciare una nuova vita qui a Roma o tornare alla tua patria, in Grecia. Riflettici bene prima di rispondermi, perch non accetter ripensamenti.

Lo schiavo aveva sospirato. La piccola Cornelia era una peste, per si era sempre comportata bene con gli schiavi, proprio come sua madre. Farle da scorta per la citt poteva essere rischioso, ma la libert era un desiderio troppo forte per rifiutarlo a causa di una giovane patrizia romana.

D'accordo, mio signore. Vigiler affinch non accada nulla a Cornelia Minore.

Publio era rimasto serio. Si era limitato a esaminare lo sguardo dello schiavo guerriero mentre parlava. Era lo sguardo di un soldato sicuro di s. Gli anni di schiavit non avevano scalfito il suo spirito da combattente. Scipione aveva allora sollevato lievemente la mano destra e Laerte aveva compreso che la conversazione era terminata.

Quel mattino la figlia del princeps senatus, accompagnata da Laerte e da una mezza dozzina di schiavi, era diretta verso il Foro Boario passando da nord. Laerte era grato che la giovane si fosse mostrata accondiscendente riguardo al percorso da seguire ma continuava a non sentirsi tranquillo. Avvertiva quello strano presentimento tipico del soldato prima di una battaglia e, pur non comprendendone il motivo, l'agitazione aumentava.

Usciti dalla dimora degli Scipioni svoltarono a sinistra per accedere al Foro di Roma. Una volta l, girarono nuovamente a sinistra passando davanti a decine di botteghe di cambiavalute presso le tavernae veteres. Dopo la sconfitta di Cartagine il denaro fluiva abbondantemente per la citt e gli usurai del Foro gestivano talmente tanti affari da essere divenuti dei pezzi grossi a Roma. Tuttavia, la taccagneria e la miseria nella quale erano cresciuti era ancora evidente in quei luoghi, sporchi, angusti, degradati, quasi volessero passare per degli straccioni che prestano il poco denaro che hanno solo per personale misericordia. Di tutt'altro genere erano invece i banchi notturni che tenevano nelle proprie case, lussuose e di recente costruzione.

Laerte ordin agli schiavi che trasportavano la piccola lettiga della figlia di Scipione di accelerare il passo. Voltarono quindi ancora a sinistra, lasciandosi alle spalle l'ultimo banco di cambiavalute e alla destra il tempio di Saturno, imboccarono il Vicus Iugarius e lo percorsero per un buon tratto finch Laerte indic di svoltare per addentrarsi nelle viuzze del Velabrum. Poco dopo raggiunsero la prima tappa del loro giro: il Foro Olitorio. L, sotto lo sguardo attento della giovane Cornelia, che scese dalla lettiga per supervisionare gli acquisti, gli schiavi riempirono due intere ceste di ogni tipo di frutta di stagione e verdure fresche. Quando ebbero terminato, la ragazza rientr nella lettiga aiutata da Laerte e la piccola comitiva riprese la marcia verso sud, fino a raggiungere la riva sinistra del Tevere.

Cornelia scost allora le tende per non perdersi lo spettacolo dell'incredibile laboriosit intorno ai moli del porto fluviale di Roma. Pi di un centinaio d'imbarcazioni di ogni tipo si affollava tra gli ormeggi scaricando mercanzie provenienti da luoghi sempre pi lontani, dato che ormai i commerci della citt raggiungevano le regioni pi remote. Per Cornelia quelle navi rappresentavano i suoi sogni divenuti realt. Le ammirava immaginando i Paesi dai quali provenivano, anche se per la maggior parte si trattava di piccole barche che coprivano tragitti solo fino al porto di Ostia. Ci per non le impediva di ricordare le lezioni di geografia di Icetas, durante le quali, mentre la sorella maggiore si annoiava terribilmente, lei sognava di viaggiare, un giorno, in quelle terre, o almeno di conoscere qualcuno che avesse compiuto simili viaggi. Naturalmente tra questi c'era suo padre, che aveva conquistato l'Hispania e l'Africa e aveva da poco viaggiato in Asia, ma lui non aveva n tempo n voglia di raccontare le proprie campagne militari o i propri viaggi. Cornelia sapeva anche che quei luoghi erano stati per lui sede di enormi sofferenze, l erano morti familiari e amici, perci non insisteva con domande che parevano solo tormentarlo; ma ci non significava che non desiderasse conoscere ogni cosa possibile di un mondo tanto grande del quale le era permesso vedere solo una piccola parte. Sarebbe stato meraviglioso poter ascoltare qualcuno raccontare dei suoi viaggi lontani... Invece suo padre ultimamente parlava solo delle nozze tra sua sorella maggiore e Nasica, e del fatto che anche lei avrebbe presto dovuto seguire l'esempio e sposare un patrizio di Roma.

In quel momento Cornelia tent di cancellare le pressioni che suo padre faceva sul matrimonio e si concentr ad ammirare l'isola Tiberina che emergeva oltre il ponte Sublicio fatto costruire in legno da Anco Marzio e che ancora resisteva al trascorrere del tempo e alla terribile umidit della zona. L si raggruppavano le tante barche in attesa di scaricare i prodotti portati dai marinai di tutto il Mediterraneo.

Siamo quasi arrivati, mia signora, disse Laerte presto saremo nella piazza del mercato.

Molto bene, Laerte.

Lo schiavo annu e torn in testa alla comitiva. Passarono a lato del tempio della Fortuna, che Servio Tullio aveva ordinato fosse costruito a immagine e somiglianza di altri esistenti in una vicina citt etrusca. Infatti, sia il Foro Boario sia il porto erano pieni di immigrati provenienti dall'Etruria. Questi nuovi abitanti dell'emergente Roma avevano portato con s di e tradizioni, e tra queste la loro passione per un'attivit ancora poco frequente a Roma ma che era gi riuscita a scalzare qualche rappresentazione teatrale: la lotta dei gladiatori. Di fatto, proprio l, presso il Foro Boario, nella parte vicina alla Porta Trigemina, circa vent'anni prima Bruto Pera aveva organizzato il primo combattimento ufficiale di gladiatori. Roma non aveva mai assistito a nulla del genere. Da allora, altri importanti patrizi avevano allestito piccole serie di combattimenti, di solito nell'ambito di onoranze funebri di qualche familiare, ma mai cos spettacolari. In ogni caso, a parte i combattimenti programmati ufficiosamente, nel Foro Boario non era raro che occasionalmente si organizzassero lotte all'ultimo sangue che attiravano un sacco di persone ansiose di scommettere su quale gladiatore sarebbe sopravvissuto. Questo era ci che pi temeva Laerte ogniqualvolta si recavano al Foro Boario, poich nel caos che quelle lotte clandestine generavano non era facile proteggere la giovane patrizia, sempre troppo avida di nuove esperienze per poter comprendere quanto quei luoghi fossero pericolosi.

E infatti, proprio quando ormai erano prossimi alla loro meta, la dea Fortuna decise di abbandonare al loro destino Laerte, Cornelia e il piccolo gruppo di schiavi.

Gladiatori, gladiatori, gladiatori! Presso la statua di bronzo! Presto, accorrete! grid un ragazzo che correva facendosi largo tra i primi banchi di carne e animali. L'odore del sangue delle bestie macellate esposte sui banchi o appese ai ganci affilati pareva impregnare tutto l'ambiente, annunciando la lotta che stava per compiersi e il destino di uno degli avversari. Era come se in mezzo a tutti quei pezzi di carne mutilata, alle centinaia di anatre, galline, polli, montoni e capretti, la gente volesse di pi: sangue umano fresco.

A Roma non si tenevano sacrifici umani, pens Laerte con un cinico sorriso sul volto; no, a Roma si ordinava a schiavi o condannati a morte di lottare tra loro in pubblico per divertire i cittadini.

 meglio tornare indietro disse alla giovane Cornelia.

No rispose lei, e fece un gesto per ordinare di appoggiare la lettiga al suolo. Ho sempre desiderato assistere a uno di questi famosi combattimenti dei quali tanto si parla nella casa di mio padre. Per Polluce, voglio vedere di cosa si tratta.

Non  una buona idea, mia padrona insistette Laerte, ma senza osare afferrare il braccio della ragazza per fermarla.

Gli schiavi assistevano alla scena senza intervenire. Era la padrona a comandare. Potevano fare ben poco se la giovane voleva rimanere. Cornelia s'incammin verso la statua di bronzo di un enorme toro che il console Publio Sulpicio Galba aveva portato da Egina vent'anni prima. Laerte guard gli schiavi e decise rapidamente il da farsi.

Voi, rimanete qui a vigilare sulla lettiga e sui viveri; gli altri mi seguano, svelti. E si avvi accompagnato da quattro schiavi, borbottando maledizioni in greco, a voce bassissima dal momento che sia la sua padrona sia gli altri stranieri del Foro potevano intenderlo, essendo i Greci, insieme agli Etruschi, gli abitanti pi comuni di quel quartiere.

La ragazza avanz in direzione della grande statua di bronzo ma improvvisamente si vide bloccare il passo da una moltitudine di scommettitori, mercanti, commercianti di ogni tipo, liberti, soldati e perfino qualche patrizio. Tutti si accalcavano rapidamente verso il punto in cui doveva tenersi l'annunciato combattimento. Finalmente Laerte la raggiunse.

Seguimi, mia padrona disse lo Spartano guardandola, senza alzare la voce ma deciso. Poi, rivolgendosi agli schiavi che lo accompagnavano, aggiunse: E voi proteggetela alle spalle; se qualcuno la tocca ne pagherete le conseguenze.

Cos dicendo si addentr tra la folla facendosi avanti a spintoni per aprire un varco attraverso cui la figlia di Publio Cornelio Scipione potesse passare. Laerte pareva spintonare chiunque per poter passare, ma in realt selezionava scrupolosamente chi scansare, solo commercianti e mercanti, evitando i brutti incontri con soldati o patrizi. Non perch li temesse. Era armato di una daga, una licenza speciale da parte del princeps senatus per la scorta della sua preziosa figlia, ed era sufficientemente forte e agile per difendersi da qualunque attacco. Ma i soldati si muovevano sempre in gruppo e i patrizi erano soliti farsi accompagnare da un piccolo reggimento di schiavi. Non era intelligente provocare quel genere di persone. Con mercanti, liberti, artigiani e stranieri, invece, non c'era bisogno di farsi tanti scrupoli.

Cornelia, seguendo il suo schiavo, si chiese perch Laerte cambiasse continuamente direzione, ma ci che pi le importava era raggiungere una buona posizione per poter assistere alla sua prima lotta tra gladiatori, e bastava che Laerte le obbedisse; come lo faceva non era affar suo. Inoltre, quello schiavo era stato scelto da suo padre, e suo padre non sbagliava mai quando si trattava di scegliere a chi affidare un certo compito.

La giovane era assorta in quelle considerazioni quando di colpo di fronte a lei si apr un grande spazio circolare vuoto intorno al quale si erano raggruppate varie centinaia di cittadini di Roma e migranti etruschi, greci e di altre zone del Lazio e d'Italia. Quelle persone, pur cos pigiate l'una all'altra, rimanevano al loro posto, attente a non superare la linea dello spazio concesso, osservando i due uomini situati in mezzo al cerchio. Uno era un Numida di pelle scura, alto e muscoloso, armato di una lancia e un piccolo scudo. L'avversario era un Celta completamente dipinto di azzurro, armato di una pesante spada e di uno scudo pi grande. Tuttavia non fu quello a impressionare la ragazza, bens il fatto che l'uomo fosse completamente nudo. Cornelia, mossa inevitabilmente da una naturale curiosit verso ci che mai aveva visto prima, cerc di scorgere il sesso di quel guerriero, ma questi aveva cominciato a camminare da un lato dandole le spalle. Lo sguardo della giovane, per, incontr presto qualcos'altro che l'affascin: i bianchi occhi del Numida, come due piccole lune nella pi oscura delle notti d'Africa, incastonate come daghe su quel corpo nudo.

Di colpo lo sguardo del guerriero nero si fece ostile, aggressivo, e si rivolse alla folla, da destra a sinistra, come se fossero tutti colpevoli di ci che stava per accadere. E in quel momento quello stesso sguardo incroci quello di Cornelia e, anche se il guerriero si ferm a guardarla solo per un brevissimo istante, la giovane rimase impietrita e senza respiro.

Il Celta approfitt subito della distrazione dell'avversario per attaccarlo brandendo la spada, ma l'africano aveva ottimi riflessi e facendo un passo indietro sollev il braccio sinistro riparandosi con il piccolo scudo. L'impatto tra la spada celtica e lo scudo numida produsse un fortissimo suono metallico.

Aaah! grid il Numida rendendo chiaro che, sebbene non fosse stato ferito, lo slancio dell'avversario era stato brutale. Quindi rispose all'attacco avanzando rapidissimamente di un paio di passi a lancia tesa e obbligando il Celta a retrocedere.

Il guerriero del Nord camminava indietro verso il punto il cui si trovavano Cornelia, Laerte e gli schiavi. Laerte strinse i denti preoccupato, ma non c'era molto che potesse fare. Una volta iniziato il combattimento nessuno poteva intervenire.

I due avversari cominciarono a scambiarsi una lunga serie di colpi, tali che per la maggior parte del pubblico sarebbero risultati fatali; ma quelli erano due prigionieri di recenti guerre contro i Galli Liguri del Nord e i Numidi del Sud ed erano abituati a combattere da anni contro un comune nemico, Roma, che ora li aveva riuniti per puro divertimento in quell'incontro fatale, in cui l'unica possibilit di salvezza era ammazzare l'avversario. Passarono cos alcuni minuti durante i quali i due guerrieri continuarono a spostarsi dal centro verso il lato in cui si trovavano Cornelia e i suoi schiavi.

Laerte aveva combattuto in innumerevoli battaglie contro Romani, Macedoni ed Etoli e il suo acuto occhio da guerriero cominci a notare qualcosa di strano: quei colpi tra i due avversari erano troppo lenti, non agli occhi di un neofita, ma lui era sicuro che non stessero combattendo per davvero. Se ne rese conto troppo tardi per poter prevenire ci che stava per succedere: la lotta era truccata. La cosa normale sarebbe stata che i due lottatori tentassero di ammazzarsi senza esitazione alcuna, dato che la morte di uno avrebbe significato la sopravvivenza dell'altro e, dopo molte morti, la propria libert; ma quelli lanciavano colpi programmati, che potevano ingannare i mercanti ma non un veterano come Laerte. In quel preciso istante il Numida si volt bruscamente, smettendo di colpo di combattere contro il rivale, e part lancia in resta verso il pubblico senza alcuna esitazione. La fuga, ecco ci che i due guerrieri avevano programmato.

Laerte indovin lo stratagemma, ma ormai la possibilit d'intervenire era minima. Il Celta stava intanto correndo verso il pubblico nell'altra direzione, ma ci non importava al veterano spartano: ci che lo preoccupava era come evitare che il Numida investisse la figlia del princeps senatus.

Intanto, la fragile Cornelia rimaneva immobile, pietrificata di fronte a quell'inaspettato stravolgersi degli eventi, senza capire se stesse sognando o se fosse sveglia. Laerte seppe immediatamente che c'era un'unica cosa da fare: fulmineo, s'interpose tra il Numida e la giovane patrizia. In qualunque altra circostanza, con un lottatore che gli stava arrivando addosso brandendo una lancia, si sarebbe spostato di lato all'ultimo istante, per poi spingerlo facendogli perdere l'equilibrio e sottraendogli l'arma alle spalle; ma dietro di lui c'era Cornelia e se si fosse spostato la lancia l'avrebbe attraversata ferendola a morte, morte a cui sarebbe seguita senz'altro anche la sua, non appena Scipione lo avesse saputo. Laerte scelse l'unica opzione possibile: non appena la lancia fu alla sua portata, l'afferr con le due mani e la svi di lato, ma il Numida, che era un bravo lottatore, la diresse verso colui che aveva osato frapporsi tra lui e quel piano di fuga da una schiavit che pativa da troppo tempo.

Laerte, ora a mani libere, afferr la propria daga, ma l'abile Numida punt la lancia contro la gola dello Spartano. Non essendoci pi Cornelia alle sue spalle, Laerte si spost di lato ed evit la morte, ma la punta della lancia riusc a colpirlo al collo procurandogli un taglio laterale che cominci a sanguinare abbondantemente. Prov a deglutire, non per la paura ma perch un medico greco gli aveva detto di farlo per capire se la gola fosse stata ferita; tir un sospiro di sollievo nell'accorgersi che poteva ancora deglutire. La ferita non era mortale, ma il Numida, furibondo, non desisteva. Laerte avrebbe voluto voltarsi per assicurarsi che Cornelia stesse bene, ma un solo secondo di distrazione equivaleva a morte certa.

Nel frattempo, la gente aveva cominciato a correre spaventata per le viuzze intorno al Foro Boario, e in quel momento, accanto alla statua di bronzo, erano rimasti solo il Numida, Laerte e alcune persone alle sue spalle, tra le quali lo Spartano sperava ci fosse ancora la scorta di schiavi a proteggere Cornelia. All'altra estremit della piazza si vedeva il guerriero celtico che, con altrettanta sfortuna del Numida, aveva trovato l'opposizione di un gruppo di legionari venuti ad assistere al combattimento. Ma quei legionari erano evidentemente ubriachi e, nonostante fossero una mezza dozzina, non riuscirono a bloccare il Gallo, che scapp verso il tempio di Ercole. Lo sciagurato prese la direzione pi sbagliata, poich dietro a quel tempio c'era il Clivus Victoriae che conduceva proprio al cuore di Roma.

Alle spalle di Laerte, Cornelia aveva assistito all'attacco da parte del Numida come una statua, senza muovere un muscolo, senza sapere come reagire. La ragazza cap immediatamente che senza l'intervento del guerriero spartano che suo padre aveva scelto come sua scorta ora sarebbe stata morta. Mercanti, liberti, donne, schiavi e visitatori della citt, tutti erano fuggiti, inclusi i suoi stessi schiavi. Di certo le persone che amavano quel genere di spettacoli non si erano dimostrate particolarmente coraggiose. Per qualche istante, Cornelia rimase sola, senza alcuna protezione a parte quella del suo schiavo personale. La giovane pens di correre, ma Laerte era l'unico a essersi dimostrato all'altezza delle circostanze e, pur in quella confusione mentale, sent che la cosa giusta da fare era rimanere l, accanto a lui. Quando per Laerte cominci a sanguinare dal collo, Cornelia si spavent e cominci a indietreggiare senza sapere da che parte andare. Guard di lato in cerca della lettiga e degli schiavi, ma non vide nessuno intorno a lei.

All'improvviso, avvert la mano forte di un uomo sulla spalla. Sussult e fu sul punto di lanciare un grido quando ud la voce sicura e serena di Tiberio Sempronio Gracco che immediatamente la tranquillizz.

Non muoverti. I miei uomini ti proteggeranno. E ritir lesto la mano perch la ragazza non si spaventasse ulteriormente.

Gracco s'interpose allora tra la giovane Cornelia e i due combattenti che continuavano a lottare. Era accompagnato da due uomini di fiducia che non sembravano schiavi, piuttosto soldati di qualche campagna recente che lo seguivano pi per amicizia che per obbligo. Cornelia si ritrov quindi attorniata dalla scorta del patrizio che era giunto in suo soccorso. Tiberio Sempronio Gracco, amico del peggior nemico del padre, colui che lo aveva umiliato pubblicamente durante la rappresentazione teatrale. La giovane ebbe la tentazione di scappare, di cercare da sola un rifugio sicuro, eppure sapeva che quegli uomini non la stavano trattenendo contro la sua volont, e lei aveva gi commesso abbastanza imprudenze durante quella funesta giornata. L, tra quegli uomini, amici o nemici di suo padre che fossero, sarebbe stata al sicuro finch la situazione al Foro Boario non si fosse tranquillizzata.

Proprio in quel momento fecero il loro ingresso nella piazza varie decine di triumviri con le spade sguainate. Una dozzina di loro circondarono Laerte e il Numida che ancora combattevano sotto la statua di bronzo. Cornelia temette che in mezzo a quella confusione potessero fare del male al suo leale schiavo, ma proprio quando stava per gridare per fermarli, si ud di nuovo la potente voce di Tiberio Sempronio Gracco rivolta ai triumviri.

Per Ercole, attaccate solo il Numida! L'altro uomo  un mio schiavo!

Cornelia fu estremamente grata per quelle parole, comprendendo che il giovane senatore aveva indicato Laerte come suo schiavo per evitare complesse spiegazioni. Lo stratagemma sort l'effetto desiderato: i triumviri, avendo riconosciuto l'erede della casa Sempronia, fecero attenzione a non ferire quello che credevano un suo uomo. Nel frattempo, uno dei soldati della milizia urbana di Roma conficc la sua spada nella schiena del Numida. Il guerriero si volt verso il nuovo attaccante e Laerte ne approfitt senza esitare per affondare la propria daga nel collo dell'avversario. Il gladiatore vacill e si volt di nuovo verso Laerte, si estrasse il pugnale dal collo ma le forze lo abbandonarono e gli manc il respiro. Fiotti di sangue gli sgorgarono dalla bocca e dal naso e cadde in ginocchio. A quel punto i triumviri lo finirono affondandogli le proprie armi nella schiena.

L'altro  scappato verso il Clivus Victoriae aggiunse Gracco avvicinandosi ai triumviri. Per tutti gli di,  un Celta completamente nudo, dipinto di azzurro e senza possibilit di fuga!

La milizia salut e scomparve in direzione nord-est in cerca del gladiatore fuggito. Gracco si avvicin a Laerte, che intanto si era seduto per terra con il palmo della mano premuto sulla ferita al collo. Tra le dita fluiva abbondante sangue.

Stai bene, schiavo?

Laerte si alz in fretta non appena si trov il senatore di fronte, ma rispose nervosamente con un'altra domanda.

La figlia del princeps senatus...?

Gracco si compiacque per quell'interesse che dimostrava piena lealt, anche se forse imposta dall'obbedienza.

 con i miei uomini, sta bene.

Laerte sospir. Avvert che le forze stavano cedendo. La sua tunica era macchiata di sangue, suo per la maggior parte. Si sentiva debole.

Tiberio Sempronio Gracco si fece carico di tutto. Ordin ai suoi uomini di trasportare Laerte sulla lettiga con cui lui stesso era giunto al Foro Boario, poi prese la mano di Cornelia e aiut anche lei a salire sul suo mezzo che, passato il pericolo, gli schiavi codardi avevano ricondotto fino alla statua di bronzo. Fece poi partire la comitiva ma evit il Clivus Victoriae imboccando invece il Vicus Tuscus. Era una decisione saggia: pur non essendo quella una via raccomandabile per una bella patrizia, i triumviri che pattugliavano le strade in cerca del gladiatore in fuga avrebbero comunque costretto le prostitute a liberare quei lugubri angoli malfamati di Roma. Difatti il gruppo si ritrov in una via completamente deserta, con finestre e porte serrate. L'unico pericolo era che qualcuno gettasse, senza avvisare, feci e urina dalle insulae che avevano costruito in quella zona.

Gracco camminava a lato della lettiga della giovane Cornelia. Desiderava parlarle ma non sapeva da dove cominciare. Con enorme sorpresa del senatore patrizio, fu proprio lei a rompere quell'imbarazzante silenzio.

Suppongo di doverti ringraziare, Tiberio Sempronio Gracco, anche se le tue azioni passate non meritano la mia fiducia n quella della mia famiglia.

Gracco sapeva che la giovane alludeva al costante appoggio della famiglia Sempronia a Marco Porcio Catone e, senza alcun dubbio, alla diffamazione pubblica contro Publio Cornelio Scipione organizzata durante la rappresentazione teatrale anni prima.

Eri in pericolo. Ho solo fatto quello che chiunque avrebbe fatto al mio posto. Non sapeva come continuare, ma avrebbe voluto che la conversazione proseguisse. Gli piaceva la dolce voce di quella ragazza, pur trattandosi della figlia del maggior nemico dello Stato, come riteneva Catone, e gli piaceva quella bianca pelle scoperta dalle maniche della tunica che copriva un corpo che lui intuiva bellissimo.

No, non tutti avrebbero fatto lo stesso, senatore. La maggior parte, come hai visto,  fuggita. Ci che mi rincresce... La frase rimase sospesa per un infinito istante durante il quale Gracco trattenne il fiato. Mi rincresce che tu non abbia mantenuto la parola.

Gracco la guard in volto, confuso. La ragazza decise allora di spiegarsi, voleva che lui ricordasse, che comprendesse ci che lei aveva conservato nella memoria per tanto tempo, e finalmente, ora, aveva la possibilit di chiedergli perch le avesse mentito.

Mi hai mentito... anni fa disse Cornelia.

Quando?

Ero una bambina all'epoca, ci trovavamo nel vestibolo della mia casa, ti chiesi se eri cattivo e mi rispondesti di no; poi, dopo alcuni anni, fui costretta ad assistere a come insultavi pubblicamente mio padre, l'uomo che pi ha contribuito alla grandezza di Roma. Le tue parole e le tue azioni, Tiberio Sempronio Gracco, non concordano, o almeno non sempre. Questo devi ammetterlo.

Il senatore si stup che la ragazza ricordasse quel fugace incontro nel vestibolo della casa degli Scipioni. Lui non l'aveva mai dimenticato, ma all'epoca aveva ventitr anni, mentre lei solamente cinque o sei. Quindi, adesso, lei ne aveva circa quattordici e lui trentadue. Non li separava solo l'ostilit tra le loro famiglie, ma anche l'et.

Non ho mentito cominci a difendersi e, vedendo che la ragazza stava per interromperlo, sollev la mano destra e lei accett di rimanere in silenzio per ascoltare la sua spiegazione. Ti dissi che non ero cattivo, e di cattivo non ho mai fatto nulla. Io non insultai tuo padre a teatro; io gridai, come molti altri, per manifestare il mio disprezzo per una legge che favoriva solo alcuni nelle manifestazioni pubbliche. Si comincia cos e poi si finisce per...

Per comportarsi come un re?

Gracco sospir un paio di volte prima di rispondere.

Dal mio punto di vista, se non si tiene a freno l'ambizione si corre il rischio di superare il limite. Tuo padre ha prestato i migliori servigi possibili allo Stato, questo nessuno lo mette in dubbio, ma lo Stato deve proteggersi quando qualcuno comincia a mettersi al di sopra di esso. Se ci fosse stato un altro al posto di tuo padre, che avesse agito come fosse superiore a tutti gli altri, avrei fatto lo stesso.

Anche se fosse stato Marco Porcio Catone?

La replica della giovane sorprese il senatore che, ancora una volta, non pot fare a meno di sospirare profondamente tentando di prendere tempo mentre rifletteva su come rispondere.

Io mi opporr sempre a chi attenta all'ordine della Repubblica.

Mio padre cancell quella legge. Da quel momento le sue azioni non hanno pi meritato l'attacco costante e il perenne sospetto di Catone.

Gracco desiderava continuare la conversazione ma non sapeva come ribattere a quella ragazza cos perspicace che sembrava avere una risposta per tutto. Era vero che Catone accusava incessantemente Scipione, ma si stavano avvicinando le elezioni e una nuova guerra contro il re Antioco di Siria, che minacciava di attraversare ancora l'Ellesponto con un esercito questa volta molto pi potente, per conquistare la Grecia e forse anche il protettorato romano dell'Illiria. Molto presto in Senato si sarebbe deliberato per un'altra battaglia con l'elezione dei nuovi consoli. Publio Cornelio Scipione avrebbe fatto in modo di presentarsi per il nuovo consolato, mentre Catone lo avrebbe senz'altro ostacolato, dal momento che se Scipione avesse aggiunto alla sconfitta di Annibale la vittoria su Antioco, le richieste del popolo per eleggerlo console o dittatore a vita si sarebbero fatte ancora pi insistenti. Lo stesso popolo che, timoroso dell'alleanza tra Annibale e il potente re di Siria, reclamava gi Scipione come generale in capo dell'esercito che sarebbe presto stato inviato in Asia in ricognizione. Era quindi logico sperare che fossero altri i consoli in lizza per quell'anno. Ma come spiegare tutto ci alla figlia dello stesso Scipione?

Siamo arrivati.

La voce di Cornelia riport Gracco al presente. Si trovavano presso il tempio di Castore davanti al quale si trovava la domus degli Scipioni, nel cuore di Roma. Di fronte alla porta principale della dimora si erano raggruppati alcuni inservienti armati di bastoni, travi e perfino qualche spada. Erano nervosi. Evidentemente la notizia della fuga del gladiatore dal combattimento presso il Foro Boario era giunta fino a l. In quel momento, circondato da uomini liberi, che dagli abiti e dal portamento militare s'intuiva essere veterani delle campagne in Hispania e Africa, venne loro incontro Publio Cornelio Scipione. Era chiaramente uscito in cerca della figlia.

Gracco ordin ai propri uomini e agli schiavi di Cornelia di fermarsi, e la lettiga fu appoggiata al suolo. Tiberio Sempronio Gracco, da solo, attravers la strada e raggiunse il princeps senatus di Roma.

Ti saluto, Publio Cornelio Scipione. Tua figlia sta bene.  tornata dal Foro Boario scortata dai miei uomini.

Il generale dei generali fiss il senatore negli occhi e poi guard la lettiga di sua figlia. Fece un lieve cenno con la mano destra a uno dei soldati che lo accompagnavano e questi part a tutta velocit verso la lettiga. Il legionario si assicur che al suo interno si trovasse la giovane Cornelia in perfetta salute, poi fece un gesto di conferma al princeps senatus. Publio rimase impassibile e in assoluto silenzio, senza nemmeno rispondere al saluto di Gracco.

Il senatore, pur consapevole di essere un rivale politico, era basito di fronte a tanta freddezza. Gli aveva appena reso un servizio importante e si era aspettato perlomeno un ringraziamento da parte del capo degli Scipioni.

Gracco si volt e vide che la lettiga riprendeva la marcia verso la casa. Nel passargli davanti, il viso gentile e solare della giovane Cornelia si sporse per un istante, regalandogli uno sguardo che sembrava voler esprimere tutto il ringraziamento che suo padre gli aveva negato. Gli occhi neri lo guardarono come a voler accarezzare la sua anima, o perlomeno lui quello percep in quell'istante che assunse un significato enigmatico, intenso, speciale; ma subito la donna, e per la prima volta Gracco la consider tale, nascose il viso dietro le tende della lettiga, scomparendo poi all'interno della domus degli Scipioni.

La magia svan improvvisamente e davanti al senatore della famiglia Sempronia rimase l'inalterabile e temibile figura del maggior veterano dei senatori di Roma: Publio Cornelio Scipione. Con una rapida occhiata Gracco intravide Laerte che, aiutato da uno dei legionari del princeps senatus, entrava anche lui nella grande domus.

So che ti aspetti un ringraziamento, Tiberio Sempronio Gracco disse Scipione catturando l'attenzione del suo interlocutore, ma non sar certo io a ringraziare un amico di Catone. Entro pochi istanti sarei arrivato io stesso al Foro Boario e avrei scortato mia figlia a casa. Non ti devo nulla e non ho alcuna intenzione di ringraziare colui che mi ha insultato in pubblico, che si vanta di essere il migliore amico del mio peggior nemico e osa parlare con mia figlia senza il mio permesso.

Gracco pens a quante risposte poteva dare a simili illazioni, ma tale era la sua perplessit di fronte a una tale accoglienza che non seppe da dove cominciare. La cosa peggiore era non capire perch gli rodesse tanto che Scipione ce l'avesse con lui. Avrebbe potuto ribattere che senza il suo intervento al Foro Boario forse il bel corpo di sua figlia avrebbe patito ben pi di un banale spavento; che lui non si era mai considerato, n tantomeno si vantava di essere, il miglior amico di Catone; che se aveva osato parlare con la figlia del princeps senatus era stato soprattutto per tranquillizzarla. Tuttavia, nonostante i ragionamenti, Gracco, nel cui animo stava crescendo l'indignazione per essere stato maltrattato nonostante i servizi prestati, opt per rispondere all'attacco attaccando a sua volta.

Il senatore Publio Cornelio Scipione non pu decidere con chi Tiberio Sempronio Gracco pu o non pu parlare a Roma.

Publio corrug la fronte generando una spessa ruga e strinse le labbra cos forte che al posto della bocca gli rimase solo una sottilissima fessura ricurva verso il basso. Cal un grave silenzio tra quei due uomini che cominciavano non solo a disprezzarsi ma a nutrire un immenso odio l'uno per l'altro. Scipione, nel profondo del suo essere, si sentiva prima di tutto colpevole di aver ceduto cos facilmente ai capricci della figlia e in secondo luogo responsabile per ci che era capitato, per non averle dato una sufficiente scorta; ma, soprattutto, gli rodeva terribilmente essere debitore a un amico di Catone per aver salvato la sua preziosa figlia dal pericolo. Ma questo solo nel profondo. In superficie era convinto che non fosse successo nulla di grave, che quel Gracco avesse solo approfittato delle circostanze per immischiarsi con la sua famiglia e rivolgere la parola a sua figlia, dopo essersi dimostrato pubblicamente ostile agli Scipioni.

Sparisci dalla mia vista, miserabile! grid quindi lasciando tutti i presenti di stucco. Tra i due uomini non si aspettavano certo un abbraccio ma nemmeno che il princeps senatus reagisse con una tale furia. Sparisci immediatamente, Tiberio Sempronio Gracco, e ti dir cosa decido io, sempre: mai, mi senti?, mai pi parlerai con mia figlia.

Gracco fece un paio di passi indietro, lentamente. La cosa migliore sarebbe stata accommiatarsi, ma quella conversazione non aveva nulla di normale. Gracco si volt e si allontan, senza nemmeno esserci entrato, da quella casa da cui si sent espulso per sempre. Se ne and verso il Foro camminando circondato dai suoi uomini. Avanzava con passo deciso, senza guardarsi indietro, offeso, furioso, fuori di s.

Giunto al tempio di Venere si ferm e guard il cielo. Il sole era alto. Il mondo andava avanti come sempre. Intorno a lui, commercianti, usurai, artigiani, tutti erano impegnati nei loro affari. Si vide un gruppo di senatori attraversare il Foro in direzione del Comitium. Una pattuglia di triumviri apparve dall'Aequimelium trascinando un Celta incatenato. Gracco riconobbe subito il gladiatore che era scappato dal Foro Boario. Lo stavano portando al Tullianum, nelle terribili segrete romane dove con ogni probabilit sarebbe stato strangolato entro poche ore.

Gracco riprese il cammino verso il Comitium. Aveva in programma una riunione con Catone e i suoi alleati per preparare una candidatura alternativa a quella degli Scipioni per il consolato del nuovo anno, ma la sua mente continuava a pensare a ci che era successo quella mattina, agli occhi scuri e penetranti di quella giovane donna che lo avevano lasciato confuso e turbato. Alla fine concluse che probabilmente ci di cui aveva bisogno era possedere una donna: consider seriamente di posticipare l'incontro con Catone e recarsi prima dalla gran lena di Roma per soddisfare le sue voglie con una delle belle prostitute che l'anziana metteva a disposizione dei patrizi pi danarosi. Tuttavia, per qualche strano motivo, Gracco si rese conto che l'ansia che provava non sarebbe stata calmata da una donna che non fosse quella giovane che gi all'et di soli cinque anni aveva incrociato il suo cammino e che lo aveva fatto nuovamente quel giorno al Foro Boario, ma il cui padre aveva giurato di tenerla lontana da lui per sempre.

Tiberio Sempronio Gracco era sicuro di potersi riavvicinare a Cornelia solo se avesse tolto di mezzo Scipione. Ma da qui il dilemma: come poteva conquistare l'amore di una donna se per avvicinarsi a lei doveva inevitabilmente rovinare il padre?

46.

IL PROCESSO CONTRO CATONE.

Roma, Met di gennaio del 190 a.C.

Catone era furioso. Gli Scipioni avevano attaccato dove meno se lo sarebbe aspettato. E prima delle votazioni in Senato per l'elezione dei nuovi consoli, per le quali lui aveva gi preparato una strategia, con un ampio appoggio garantito dai suoi seguaci pi fedeli come Quinto Petilio Spurino, Lucio Valerio Flacco e suo cugino Lucio Porcio, fino alla famiglia Sempronia con in testa Tiberio Sempronio Gracco, cos come alcuni Nasica, un ramo della gens Cornelia che negli ultimi anni si era allontanato dalla linea politica degli Scipioni. E invece tutti i piani stabiliti erano saltati quando, poco prima delle elezioni, gli Scipioni, alleatisi, tra gli altri, con Acilio Glabrione, lo avevano accusato pubblicamente di cattiva gestione della magistratura consolare durante la campagna in Hispania.

Gli rimproveravano di non essere riuscito a domare del tutto le rivolte della regione e, peggio ancora, lo accusavano formalmente di aver allungato il periodo del suo mandato senza che fosse necessario. In seguito a tutto ci, avendo ottime linee difensive da poter seguire, Catone chiese un iudicium populi dal quale era assolutamente certo di uscire sollevato da ogni accusa per due principali motivi: prima di tutto perch le accuse erano false e poi, fatto ben pi importante, perch il popolo lo rispettava, non tanto per la sua campagna in Hispania quanto per il suo recente intervento nella battaglia delle Termopili.

Ma proprio per questo Publio Cornelio Scipione si era assicurato che fosse Acilio Glabrione ad accusarlo direttamente. S, proprio il generale in capo durante quella battaglia gli aveva puntato il dito contro. Si trattava naturalmente di una tattica per diffondere dubbi e diffamazioni. E non avrebbe dovuto funzionare. Invece...

In realt, come previsto, Catone era uscito completamente assolto dallo iudicium populi. Quelle accuse erano insostenibili, soprattutto perch confutate dai fatti e dalle testimonianze dei molti che lo appoggiavano e che erano stati in Hispania; ma gli Scipioni erano comunque riusciti a generare sospetti sulle sue capacit di comando in situazioni difficili, come quella che si stava creando ora che Antioco riuniva il suo terribile esercito per contrattaccare Roma dopo la sconfitta presso le Termopili. Catone mirava a essere eletto console per dirigere la campagna in Asia, e in Senato tutto era stato predisposto, ma dopo quel fulmineo processo pubblico, nonostante ne fosse uscito indenne da un punto di vista legale, il suo prestigio ne fu danneggiato, magari solo temporaneamente, ma abbastanza da fargli perdere le elezioni, seppur per pochi voti, e non solo per il consolato, ma anche per la censura e ogni altro incarico importante.

I Nasica, in seguito al matrimonio celebrato tra il primogenito del capo del clan e la figlia maggiore di Scipione, cambiarono bandiera; Glabrione e i suoi, insieme agli Emilio-Paoli, agli Scipioni e ad altre famiglie, appoggiarono la candidatura alternativa che, per tutti gli di, Scipione aveva congegnato pi abilmente di Catone. Invece che presentarsi lui stesso, aveva infatti proposto come consoli suo fratello Lucio Cornelio Scipione e Gaio Lelio. Era come se a presentarsi fosse stato lui stesso, ma il Senato non lo intese cos e vot contro Catone.

Solo e inviperito, Catone guardava il freddo suolo dell'atrio della sua domus. Avrebbe dovuto proporre Gracco come console. Avrebbe ottenuto pi consensi. Ancora una volta aveva sottovalutato la capacit di Scipione di risollevarsi, ma giur a se stesso che quella sconfitta sarebbe stata il suo ultimo errore politico. Per prima cosa doveva vendicarsi di Acilio Glabrione, poi avrebbe pensato agli altri. Un passo alla volta. Al momento, aveva appreso come un processo potesse distruggere politicamente qualcuno. Scipione aveva introdotto nuove armi in quella guerra. E sia. Anche lui le avrebbe utilizzate.

Tuttavia prima c'era una questione da risolvere: doveva riuscire a infiltrare nell'esercito consolare qualcuno dei suoi. Questa era la priorit, oltre a non perdere la speranza. Forse i catafratti di Antioco, gli stessi che il re non aveva condotto alle Termopili ma che non avrebbe esitato a usare ora, forse, come tutti si aspettavano, si sarebbero dimostrati invincibili, e il lavoro sporco lo avrebbe terminato il re di Siria. Era una possibilit alquanto concreta. Catone abbozz un sorriso.

Per i catafratti di Antioco disse tra s e s, nella solitudine di quell'atrio, sollevando una piccola coppa di vino annacquato. Bevve e ripet il brindisi raccomandandosi a Marte, il dio supremo della guerra. Per i catafratti dell'Asia.

47.

MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS, (Libro IV).

Fu un anno di matrimoni. E tutti molto vantaggiosi. Alla fine misi in moto la strategia di creare nuovi rapporti con diverse famiglie senatoriali e recuperare antiche alleanze attraverso le nozze. Era anche un modo per contrastare il matrimonio che Catone aveva contratto alcuni anni prima con una matrona della gens Licinia, la quale gli aveva gi dato un figlio, anche se questi era ancora troppo piccolo, mentre io avevo due figlie in et da marito. Cominciai dando l'esempio agli alleati della famiglia: Cornelia Maggiore si spos con Nasica, figlio del console eletto quell'anno, e cos recuperai l'appoggio di quel ramo della gens Cornelia che si era allontanato da noi. Poi persuasi mio cognato, Lucio Emilio, a contrarre matrimonio al pi presto. Cos fece, e scegliendo bene: spos infatti Papira e aggiunse una nuova famiglia alla nostra estesa rete di alleanze. E finalmente ottenni che l'indomabile Lelio accettasse di prendere come moglie una giovane patrizia romana, figlia di Acilio Glabrione, l'eroico vincitore della battaglia delle Termopili.

La nuova rete di alleanze diede presto i suoi frutti e quello stesso anno alle elezioni consolari soppiantammo Catone imponendoci con mio fratello Lucio e con Gaio Lelio. Avevamo interrotto l'irrefrenabile ascesa di Catone e lo avevamo fatto ottenendo il controllo completo della campagna in Asia, alla quale, pur non essendo formalmente il console, avrei partecipato in qualit di consulente militare.

Nella mia caparbia ingenuit pensavo che le cose sarebbero andate sempre meglio. Ero convinto che la piccola Cornelia avrebbe seguito l'esempio della sorella e che presto avrebbe accettato un matrimonio che avrebbe potenziato ulteriormente la famiglia. D'altra parte, la campagna in Asia avrebbe dovuto significare l'inizio di una brillante carriera militare per mio figlio. Avevo pianificato tutto. Ma gli di numidi decisero di far avverare la maledizione di Siface.

48.

LA LETTERA SEGRETA.

Roma, Febbraio del 190 a.C.

La lettera giunse per mano di uno dei suoi schiavi. Tiberio Sempronio Gracco la guard con diffidenza.

Da parte di chi?

Non lo sappiamo, mio padrone. L'ha portata un ragazzo che ci ha riferito che un uomo, forse un liberto, lo ha pagato un asse per recapitarla. Ci ha consegnato la tavoletta ed  uscito come se fosse perseguitato da uno spirito dell'inferno.

Gracco conged lo schiavo con un leggero gesto della mano e rimase solo nell'atrio, il cuore della casa, riflettendo su chi avesse potuto inviargli quella lettera. Un asse pens confuso. Un asse era una quantit enorme di denaro per la consegna di una semplice lettera. Appoggi la tavoletta sul tavolo e chiuse gli occhi. Era stanco. Era appena tornato dal Senato, dove Catone, lui, Spurino e gli altri avevano appena vinto un'importante votazione. In realt Gracco non comprendeva ancora se quel risultato fosse un vantaggio per lui. Ricordava la conversazione avuta con Catone, Spurino e Lucio Valerio Flacco qualche giorno prima. Tutti erano stati d'accordo nel riconoscere la grande abilit di Scipione nello stringere nuove alleanze attraverso le nozze della figlia maggiore, del cognato e di Gaio Lelio.

Questa volta ci ha battuti aveva dichiarato Catone con la consapevolezza di chi ha appena perso una battaglia ma non la guerra. Ma possiamo ancora ribaltare la situazione. La cosa importante ora  l'Asia. Scipione controller la campagna e sono convinto che sar lui stesso a dirigerla. Vedrete che alla fine otterr il titolo di consigliere militare e nessuno potr opporsi. Lucio Cornelio o Gaio Lelio, in quanto consoli eletti, possono scegliere chi vogliono come consulente e nessuno in Senato oser impedire che Scipione intervenga in una campagna nella quale partecipa Annibale. In Senato non potremo fare nulla, ma  essenziale che, come  stato per l'Africa, in Asia venga inviato qualcuno dei nostri. Poi Catone si era interrotto un istante guardando tutti i presenti fino a fermare lo sguardo su Gracco.

Perch io? aveva risposto Tiberio Sempronio Gracco. Chiunque altro di voi potrebbe andare al mio posto.

Certamente, Gracco, aveva replicato Catone ma il tuo nome ottiene sempre un notevole consenso in Senato.

Pu darsi, ma Scipione mi odia, non mi accetter mai nella campagna in Asia.

Il Senato ci ha tolto il governo di questa campagna, ma abbiamo perso la votazione per pochi voti; quindi non tutti sono soddisfatti del risultato. I due consoli eletti sono il fratello e il migliore amico di Scipione. Molti sono ansiosi di compensare questa vittoria degli Scipioni concedendoci qualcosa. Quel qualcosa sarai tu, Tiberio Sempronio Gracco, in qualit di tribuno di una delle legioni. Questo possiamo ottenerlo. Ce lo devono. I senatori indecisi, questa volta, voteranno a nostro favore. Catone si era alzato e gli aveva appoggiato la mano sulla spalla. Gracco, sarai tu il nostro uomo in Asia, piaccia o meno a Scipione.

Questa era stata la conversazione di qualche tempo prima, e quel giorno il Senato aveva votato. Catone aveva ottenuto, come previsto, che lui, Tiberio Sempronio Gracco, facesse parte della campagna in Asia.

Sospir profondamente. Poi rivolse di nuovo lo sguardo al tavolo. La misteriosa lettera era l, ad attenderlo. La prese, volt la tavoletta e cominci a leggere. Gli occhi si spalancarono man mano che continuava la lettura, riga dopo riga, di quella missiva.

Mio padre non ti ha permesso di spiegarti, lui non era nemmeno presente nel Foro Boario e di conseguenza non pu intendere il grande servizio che ci hai prestato, ma questo stesso padre che ti nega la possibilit di parlare  colui che mi ha insegnato la riconoscenza.  giusto, allora, che attraverso di me ti giunga il ringraziamento, se non da parte della mia famiglia almeno da parte della mia persona, per avermi difeso presso il Foro Boario mentre il mio schiavo veniva ferito dal gladiatore. So di aver sbagliato a voler assistere a un simile combattimento e so che  grazie a te se la mia persona non ha pagato pi severamente per quella imprudenza.

Nonostante l'avversione politica esistente tra le nostre famiglie e l'eccessiva reazione di mio padre, ti scrivo questa lettera per manifestarti la mia riconoscenza. Desidero che in futuro ci che tanto separa le nostre famiglie venga superato e forse noi potremo parlarci di nuovo. Ti prego di mantenere segreto il contenuto di questa lettera poich temo la reazione di mio padre se lo scoprisse. Sono e sempre rester dalla parte di mio padre, il quale rappresenta ai miei occhi la persona che pi ha fatto per Roma, e questa lettera non deve essere in alcun modo considerata un segno di debolezza o di ribellione nei confronti di colui che governa la mia famiglia. Si tratta solo di rispondere con giustizia a ci che hai fatto per me, senza per mancare del rispetto che devo e sempre dovr a mio padre.

Cornelia Minore,

figlia di Publio Cornelio Scipione

Tiberio Sempronio Gracco appoggi lentamente la tavoletta sulla gamba. Allung il braccio e prese una coppa di vino annacquato che si trovava sul tavolino accanto al triclinium. Bevve un lungo sorso che disset la sua gola secca. Riappoggi il calice vuoto sul ripiano e rimase a contemplare il raggio di sole che scivolava sulle pietre dell'atrio. Lesse di nuovo la lettera e poi l'appoggi accanto al calice vuoto, distendendosi sul suo triclinium, pensoso. Quella ragazza non solo era bella ma anche coraggiosa. Per la prima volta Gracco prov dispiacere per non avere la libert di parlare con lei.

Trascorse il resto del pomeriggio a pensare a come riavvicinarsi alla famiglia degli Scipioni, ma non trov una soluzione. Catone non avrebbe mai abbandonato l'avversione per il suo principale rivale politico, e d'altro canto le azioni di Publio Cornelio Scipione non facevano che alimentare l'odio di Catone e dei suoi pi numerosi seguaci in Senato, di giorno in giorno sempre pi timorosi del potere degli Scipioni. Il processo organizzato a gennaio dall'Africanus contro Catone, per indebolire la sua candidatura a console, non aiutava di certo a riappacificare le due parti di senatori sempre pi agguerriti.

Il pomeriggio pass e arriv la notte. Uno schiavo attendeva in un angolo dell'atrio la chiamata del suo padrone per servirgli la cena o preparargli la stanza per dormire, ma quello rimaneva seduto sul triclinium senza dire una parola. Poi Gracco si alz e s'incammin verso la propria stanza senza impartire alcun ordine. Nessuno schiavo lo importun. Quando, mezzo nudo, si distese sul letto per riposare, aveva gi scartato qualunque possibilit di riavvicinarsi a quella giovane e aveva deciso di lasciar perdere ci che appariva assolutamente impossibile.

Chiuse gli occhi.

Roma dormiva.

Gracco no.

Pass ore in bianco. Quando scocc la quarta vigilia si alz dal letto, si sedette di fronte a un piccolo tavolo situato in un angolo della stanza e, aiutato dalla tenue luce proveniente dalle torce dell'atrio, accese una lampada a olio. La nuova luce illumin immediatamente l'austera camera da letto. Il senatore prese allora uno stilus e alcune schedae. Doveva rispondere a quella lettera o non avrebbe dormito tranquillo.

49.

I NEMICI DI ROMA.

Roma, Febbraio del 190 a.C.

Gaio Lelio era entusiasta. Era stato eletto console di Roma e aveva da poco sposato una bella e giovane patrizia che si era dimostrata assai affettuosa durante i primi giorni di matrimonio. Ci lo colmava di gioia, non solo perch i suoi appetiti sessuali erano soddisfatti ma soprattutto per il suo desiderio di avere presto un figlio, che ora stava diventando una possibilit sempre pi reale.

Ammogliato e in qualit di console, dividendo l'incarico con il fratello di Publio, sarebbe presto partito per l'Asia, verso una nuova campagna e, senza dubbio, una nuova vittoria, grazie a Publio che li avrebbe accompagnati. Sia lui sia Lucio sapevano che sarebbe stato Publio a dirigere tutte le operazioni.

Incredibilmente soddisfatto per l'esito delle manovre politiche attuate dagli Scipioni per controllare i consolati di quell'anno, con animo felice e compiaciuto Lelio giunse alla casa di Publio vicino al Foro. Dopo le elezioni la casa era stata sede di un continuo viavai di gente che desiderava congratularsi con gli Scipioni, ma in quel momento, col calar della sera, la situazione era pi tranquilla. Nell'ampio atrio della domus erano rimasti solo Publio, suo fratello Lucio, la moglie Emilia e i figli Publio e Cornelia Minore.

Comodamente adagiati sui triclinia, gli uomini discutevano con interesse della prossima campagna. Sarebbe stata la prima spedizione militare di una certa rilevanza per il figlio di Publio, e il ragazzo era ansioso di mettersi in viaggio.

Quando partiremo, padre? chiese nervosamente.

Intanto gli altri sbocconcellavano frutta e bevevano vino, vino annacquato o mulsum, a seconda delle preferenze. La giovane Cornelia, seduta su una sella, si limitava ad ascoltare, osservare e riflettere in silenzio.

Presto, figlio, presto rispose suo padre, soddisfatto per il sincero desiderio del ragazzo di partecipare alla guerra. I risultati dell'addestramento con Lelio continuavano a essere lontani dalle aspettative iniziali di Scipione, ma perlomeno il giovane Publio si mostrava ansioso di recarsi in Asia.

Che tragitto seguiremo?

Nessuno si stup che il ragazzo rivolgesse le proprie domande direttamente al padre anzich a Lucio e Lelio che erano gli effettivi consoli della campagna. Per evidenziare il fatto che quella situazione era positivamente accolta da tutti, Lucio ripet la domanda.

S, fratello, che tragitto suggerisci? Per mare o per terra?

Publio padre appoggi la sua coppa di mulsum sul tavolo e chiese dell'acqua calda con erbe. Aveva bisogno di sgomberare la mente, non solo per parlare del tragitto da seguire ma anche per affrontare la conversazione con Lelio che sarebbe seguita, che richiedeva tutta la sua destrezza e attenzione, e soprattutto quella con sua moglie Emilia, riguardo al tema della giovane et del figlio e la sua, per lei inappropriata, partecipazione alla nuova guerra.

Ho riflettuto attentamente sulla migliore rotta da seguire cominci allontanando temporaneamente dalla mente le altre questioni e non sar per mare. Il viaggio sarebbe troppo lungo, con troppi stretti e forti correnti. In Illiria e nelle isole dell'Egeo ci sono i pirati, e inoltre i Greci fedeli a Filippo hanno abbastanza barche per contrastare la nostra avanzata, per non parlare della flotta di Antioco. Troppi problemi. No. La cosa migliore  muoverci per mare solo fino ad Apollonia, sulla costa illirica, e da l attraversare la Macedonia fino all'Ellesponto, da dove entreremo in Asia.

Filippo V di Macedonia non ci lascer attraversare il suo territorio rispose Lucio, perplesso riguardo al piano del fratello.

 tutto da vedere spieg Publio prendendo in mano la tazza con erbe bollite che gli porgeva uno schiavo. Filippo  stato tradito da Antioco in passato. Ritengo che la cosa migliore sia inviare qualcuno che negozi con lui e che, ricordandogli il tradimento del re di Siria, lo convinca ad abbandonarlo del tutto. Filippo porta senz'altro rancore ed  probabile che ceda. Inoltre, ora Annibale  il nuovo alleato di Antioco, e nemmeno lui in passato ha appoggiato Filippo come aveva promesso.

Per Filippo serba rancore anche nei nostri confronti insistette Lucio. Per Castore e Polluce, non sar una trattativa semplice!

No, non lo sar, senza dubbio. Per negoziare con lui dovremo trovare qualcuno sufficientemente incosciente e allo stesso tempo coraggioso da inviare nel porcile in cui si  trasformata Pella.

Lucio guard allora Lelio che, disteso sul proprio triclinium, beveva senza risparmio una coppa di vino.

Lelio not quell'occhiata. Io?

No rispose subito Publio. Sei certamente abbastanza incosciente e coraggioso per la missione, mio caro Lelio, ma tu ci sei necessario. Non possiamo rischiare di perderti, ed esiste questa possibilit. No, troveremo qualcun altro a cui affidare il compito. Fino a che non saremo in Grecia abbiamo abbastanza tempo per pensarci.

E se Filippo ci negasse il passaggio? chiese Publio figlio.

Allora attraverseremo l'Egeo in nave, per questa sar l'ultima scelta. Se dovessimo arrivare a tale opzione potremmo reclamare l'aiuto delle flotte di Rodi e Pergamo, che non desiderano altro che arriviamo il prima possibile per fermare Antioco. Tuttavia attraversare la Macedonia sarebbe la cosa migliore per le legioni. Inoltre le lunghe marce sono il loro addestramento pi efficace precis Publio fissando il figlio. Il ragazzo abbass lo sguardo e nascose il viso dietro una coppa di vino annacquato. Poi Publio padre aggiunse un breve ordine rivolto ai due figli presenti: Ora lasciateci soli, devo parlare con i consoli di Roma.

Il giovane Publio si alz immediatamente e usc dall'atrio passando per il tablinum. Dietro di lui, Cornelia Minore ed Emilia, sempre discreta e silenziosa, fecero lo stesso.

Nell'atrio rimasero solo i due consoli eletti e Publio Cornelio Scipione, il primo a prendere la parola. Si rivolse a Lelio andando direttamente al punto. Non sopportava i giri di parole quando si trattava di trasmettere una notizia spiacevole.

Lelio, ho discusso a lungo con mio fratello. Sarai tu a rimanere a Roma mentre lui, a capo delle legioni, e io, in qualit di consigliere militare, ci recheremo in Asia.

Lelio appoggi la coppa sul tavolo di fronte al suo triclinium. La notizia lo lasci di stucco. La distribuzione delle province assegnate ai consoli doveva decidersi il giorno seguente, nella prossima sessione del Senato, ed era abituale che un console rimanesse nella citt per difendere Roma e l'Italia in caso di attacchi, mentre l'altro partiva per una spedizione, fosse in Hispania, come negli anni passati, o in Asia; ma Lelio era assolutamente convinto che data l'eccezionalit della campagna il Senato avrebbe permesso, anzi ordinato, che fossero entrambi i consoli con i loro due eserciti a partire insieme, per affrontare il potente re Antioco e il suo temibile alleato Annibale. Non esit a esprimere immediatamente la propria perplessit di fronte a quella decisione.

Ma la campagna contro Antioco richieder tutti gli sforzi e tutte le forze di cui disponiamo. Possiamo senz'altro convincere il Senato che  necessario essere in due per l'Asia.

 possibile che lo otteniamo, anche se sono sicuro che Catone tenter in tutti i modi d'impedirlo. Anzi, sono assolutamente convinto che questa sar la strategia che ha pianificato per domani. Bene, cominceremo a confonderlo quando vedr che non ci importa lottare per questa questione. La cosa essenziale  che siamo io e Lucio a partire per l'Asia.

Lelio stava per ribattere, ma Publio sollev la mano e continu. Lo so, lo so. Hai aspettato tutta la vita di diventare console e ora ti obbligo a rimanere a Roma, ma ascoltami bene. Sono molte le ragioni che mi hanno spinto a prendere questa decisione: abbiamo bisogno di qualcuno che rimanga a Roma e controlli la nostra retroguardia e il Senato o, perlomeno, qualcuno che sappia come difendersi dai continui attacchi di Catone. Mio padre e mio zio morirono in Hispania perch a controllare il Senato c'era Fabio Massimo, che imped l'invio di rinforzi. Non possiamo permetterci che quella situazione si ripeta. Se uno di voi due rimarr a Roma potremo evitare di restare senza sufficienti forze e che Catone, dall'interno del Senato, si tramuti nel nemico che finirebbe per causare la nostra sconfitta in Asia. Ed  giusto che sia tu, caro Lelio, quello che rimane, dal momento che Lucio partecip solo al finale della nostra campagna in Africa. Tu hai condiviso con me il trionfo dopo Zama e ora Lucio merita il suo.

Lelio guardava a terra. Il discorso di Publio era ragionevole, tuttavia avrebbe potuto replicare che anche lui meritava il suo trionfo. Ma, in fondo, cosa poteva chiedere di pi che gi non gli fosse stato dato? Con Publio, con Lucio, con gli Scipioni, aveva partecipato alle pi grandiose vittorie di Roma, alla conquista di Carthago Nova, alla battaglia di Zama, e ora era diventato anche console. Adesso gli stavano chiedendo aiuto per una missione, non del tutto adatta al suo carattere di guerriero, e lui glielo doveva, a Publio, agli Scipioni.

Sai gi che far ci che mi chiedi rispose continuando a guardare a terra; poi, sollevando gli occhi fino alla coppa di vino, espresse i suoi dubbi. Per io non sono un grande oratore e ho fallito, in passato, quando mi inviasti al Senato per chiedere rinforzi. Potrei fallire di nuovo.

Ma all'epoca non eri console, Lelio ribatt Publio con decisione. Una cosa  che il Senato respinga la petizione di un tribuno inviato da un generale che non ha il grado ufficiale di proconsole; altra, di gran lunga differente,  che la respinga a un console, a un magistrato eletto dal Senato stesso. No, Lelio, in qualit di console tu sarai una validissima risorsa nella complessa campagna in Asia e un ostacolo che Catone non si aspetta di trovare. In quanto console hai il potere di convocare il Senato, sempre che tu lo voglia e che noi lo necessitiamo. Catone non pu, non essendo n console n magister equitum, n promagistrato n pretore, dato che gli incarichi sono stati affidati ieri e n lui n i suoi li hanno ottenuti; inoltre le circostanze non permettono che si elegga un interrex, poich le elezioni sono gi avvenute e non si  votato affinch ci siano un tribuno militare consulari potestate o decemviri legibus condendis o un praetor urbanus che possano immischiarsi nelle decisioni di politica estera. No, Lelio, con te in Senato possediamo la chiave per controllare la nostra retroguardia, perlomeno per quest'anno. Poi si vedr.

Lelio riprese in mano la coppa di vino.

E allora sia, per una coppa di questo buon vino accetter le tue condizioni.

Publio fece un gesto e una schiava riemp la coppa vuota del console.

Ti vendi per poco disse Publio sorridendo.

Sono un debole di spirito rispose Lelio sorridendo a sua volta. Inoltre, devo riconoscerlo: sono troppo vecchio per un viaggio tanto lungo. Mi abbandoner ai piaceri della citt, mi godr la mia giovane moglie e mi divertir a ostacolare tutto ci che Catone proporr in Senato, che sicuramente non sar poco.

 cosa certa che Catone di giorno e tua moglie di notte ti terranno occupato disse Lucio, e i tre scoppiarono a ridere.

I tre amici rimasero qualche ora insieme, a bere e mangiare. Lelio, dopo varie coppe di vino, un po' brillo, si alz e, mantenendo l'equilibrio con una certa difficolt, chiese al pater familias della casa il permesso di congedarsi. Publio lo salut con un abbraccio. Lui allora usc dalla porta e i dodici lictores con le fasces sollevate lo salutarono come conveniva al suo grado consolare. I due fratelli lo guardarono allontanarsi in direzione del Foro che doveva attraversare per raggiungere la propria casa, situata pi a nord, vicino al Macellum di Roma.

Obbedir come ha sempre fatto disse Lucio.

Naturalmente conferm suo fratello mentre rientravano nell'atrio della casa.

All'interno, Publio si ritrov di fronte Emilia. La conversazione con lei non poteva pi aspettare.

 realmente necessario che venga anche Publio? chiese lei senza giri di parole.

Publio sospir incamminandosi nell'atrio seguito dalla moglie e dal fratello.

Io vado a dormire disse Lucio, lasciando i due coniugi soli e liberi di parlare tra loro.

L'anima di Cartagine  in Asia continu Emilia. Continuo a essere convinta che non sia una buona idea.

Non possiamo tenere il ragazzo nascosto si difese Publio conciso. Nel vedere Emilia che abbassava lo sguardo cap che in fondo anche lei pensava lo stesso.

So che hai ragione, Publio, ma non posso evitare di provare paura, moltissima paura. Per la prima volta da mesi Scipione si avvicin alla moglie e tent di consolarla abbracciandola e parlandole teneramente.

Lo protegger io. Te lo prometto disse, vedendo che lei chiudeva gli occhi e, pur scuotendo la testa, taceva senza opporre ulteriore resistenza.

Poi Emilia si separ da lui, si sedette su uno dei triclinia e tir fuori una piccola tavoletta. Publio si avvicin e la moglie allung il braccio per passargliela. Pareva trattarsi di una lettera. La lesse in silenzio.

Questa  un'altra questione che dovremo affrontare. Laerte ha scoperto la lettera e me l'ha consegnata.  uno schiavo leale disse Emilia tentando di aggiungere qualcosa di positivo a quella circostanza, ma l'espressione di suo marito si faceva sempre pi cupa man mano che leggeva. Cap che l'ira lo stava invadendo.

Le parole che uscirono dalla bocca di Publio furono fredde e concise.

Chiamala, Emilia. Chiamala. Voglio parlarle.

50.

LA RIBELLIONE DI CORNELIA.

Roma, Febbraio del 190 a.C.

Nell'atrio della domus degli Scipioni, nel centro di Roma, Publio Cornelio Scipione era seduto sul suo solium; alla sua destra, la moglie Emilia sedeva su una sella pi piccola e senza schienale. Di fronte a loro, la giovane figlia Cornelia, di quattordici anni, li osservava con aria di sfida. La ragazza, vedendo l'espressione seria e irritata del padre e quella preoccupata e nervosa della madre, aveva gi intuito di cosa si trattasse.

Publio brand la tavoletta come fosse una spada e si rivolse alla figlia cercando faticosamente di controllare la rabbia.

Sai che cos' questo?

Cornelia mantenne la calma e rispose con voce ferma.

Una lettera.

No, non una lettera, figlia; questo  tradimento verso la tua famiglia precis Publio senza gridare ma facendo un grande sforzo per mantenersi calmo.

Cornelia not che la madre deglutiva nervosamente, mantenendo il silenzio. La ragazza aveva temuto la reazione del padre se avesse scoperto la lettera, ma il viso scomposto del pater familias la impressionava e la spaventava pur essendo preparata a quell'eventualit.

Io non tradirei mai la mia famiglia cominci a giustificarsi. Suo padre fece per parlare, ma la ragazza continu. Quella lettera non contiene nulla di cui debba vergognarmi.

Publio Cornelio Scipione era abituato a gestire l'indisciplina; era stato capace di mettere in riga truppe ammutinate e legioni ribelli, ma per quelle era bastato usare il pugno di ferro, brandire la spada, ordinare castighi o, se necessario, perfino esecuzioni, fin quando l'ordine non veniva ristabilito. Inoltre aveva sempre dato il buon esempio mostrandosi il pi disciplinato di tutti. Ma come ottenere che quella bambina cessasse una volta per tutte di ribellarsi? Era sua figlia, per tutti gli di, non poteva certo ucciderla, e sua madre rappresentava il miglior esempio di matrona romana che potesse esistere, e lo stesso valeva per la sorella maggiore. Perch la piccola Cornelia rendeva sempre tutto cos difficile?

Dovrei farti frustare disse infine Publio con severit.

Emilia gli lanci un'occhiata tale che la ragazza vi riconobbe la medesima forza del padre, e Publio ne percep la violenza anche di spalle.

S, dovrei farti frustare anche se tua madre si oppone; forse il dolore e il sangue ti farebbero comprendere ci che n le parole n l'esempio dato riescono a insegnarti. Si alz all'improvviso e scaravent la tavoletta contro il muro riducendola in mille pezzi. Scrivere a uno dei peggiori nemici della nostra famiglia  tradimento, figlia mia.

Con sorpresa di Publio e anche di Emilia, che aveva sollevato una mano per fermare sua figlia, Cornelia non si arrese e rispose al rimprovero del padre con un torrente di parole che lasci stupefatti entrambi i genitori.

Ho scritto in segreto perch non c'era altro modo per comunicare con quest'uomo; e se ho scritto a quest'uomo che tanto odi, e non dico senza ragione,  stato perch ha prestato un servizio a questa famiglia salvandomi la vita, e non c' una sola riga di quella lettera in cui io non rammenti l'ammirazione e il rispetto che nutro verso mio padre e che sempre nutrir, anche quando si dimostra ingiusto e intollerante, talmente cieco da non saper riconoscere quando qualcuno ha fatto qualcosa di buono per noi, anche se  la stessa persona che in passato, come nel presente, e probabilmente in futuro, continua a tramare contro di noi. Io ho agito proprio seguendo l'esempio di mio padre, lo stesso padre che  sceso a patti con nemici di ogni tipo per ottenere benefici per Roma, anche quando si trattava di uomini che avevano contribuito alla morte di mio nonno e del mio prozio.

Publio rimase perplesso. L'allusione alle negoziazioni in Hispania con gli Ispanici che con ogni probabilit avevano causato la morte di suo padre e suo zio lo colse di sorpresa. Tacque e si sedette. Ma sia Cornelia sia Emilia temettero quel silenzio. Fu Emilia a intervenire tentando di rimediare.

Cornelia, anche se Sempronio Gracco ti ha difeso al Foro Boario, tu non puoi scrivergli n contattarlo in alcun modo. Fai parte della famiglia degli Scipioni, sei una scipio, e sai cosa significa: voi giovani, gli scipiones, siete il bastone sul quale noi anziani poggiamo. Se questo bastone si spezza o tratta con i nemici, tutta la famiglia corre un pericolo. Tra i membri della famiglia deve esserci sincerit assoluta. Per fortuna lo schiavo ci ha consegnato la lettera prima che uscisse da qui e quindi nessun danno  stato fatto, ma devi giurare su tutti gli di che non farai pi nulla del genere.

Publio rimaneva in silenzio. Cornelia lo guard e rispose alla madre senza distogliere lo sguardo da lui.

Comprendo perfettamente ci che dici, madre, e dato che la sincerit  la cosa pi importante sar completamente sincera: se voi avete solo una lettera, ci significa che l'altra  stata consegnata al destinatario. Prevedendo che qualcuno mi avrebbe tradita ne scrissi due copie. Sono felice che una sia giunta a destinazione perch ritengo sia giusto ringraziare per il servizio ricevuto, ma allo stesso tempo mi rincresce perch ci vi ha ferito, anche se dal mio punto di vista non ne avete motivo. Ora mi ritirer nella mia stanza, dalla quale suppongo mio padre non mi dar il permesso di uscire per settimane, o mesi, o forse anni, dove attender le frustate o che mi lascino morire di fame, o ci che il pater familias degli Scipioni decider.

E se ne and.

Emilia si alz per fermarla, ma suo marito la blocc afferrandola per il polso. Lei si sedette di nuovo e guard Publio, che teneva lo sguardo fisso al suolo.

 nata rovesciata. Un cattivo presagio disse.

Emilia non era disposta ad ammettere certe credenze. Non era disposta ad ammettere nulla che fosse contro i suoi figli, nemmeno da parte del loro padre.

Non  giusto, Publio. Perfino tua madre ha rigettato le insinuazioni della matrona che mi assistette nel parto. Pensi forse di saperne pi tu di tua madre su certe cose?

D'accordo, hai ragione; per  un peccato vedere tanta forza sprecata nel corpo di una donna. Publio parlava come se fosse solo, per se stesso. Magari suo fratello avesse la met della vitalit e determinazione di quella ragazza! Che sfortuna che Cornelia sia una donna! Lei avrebbe dovuto essere Publio, lei avrebbe dovuto essere un maschio.

Emilia ascoltava le parole del marito e le doleva che disprezzasse Cornelia solo per il fatto di essere donna e ribelle allo stesso tempo, quando invece l'avrebbe certamente perdonata se fosse stata un ragazzo; ma, allo stesso tempo, era sollevata dal fatto che Publio, nonostante avessero saputo che una lettera era giunta a destinazione, avesse lasciato perdere e non avesse pi menzionato castighi che lei mai sarebbe stata disposta ad accettare. In ogni caso provava pena per il loro figlio Publio, biasimato solamente perch privo dell'audacia che caratterizzava la sorella minore.

Improvvisamente Emilia not un'ombra alle loro spalle e vide muoversi la tenda del tablinum. L'istinto di madre le sugger di mantenere segrete quelle riflessioni.

Publio figlio si allontan dalla tenda del tablinum ma un lembo della toga si era agganciato e dovette tirare per liberarsi. Appena ci fu riuscito sgattaiol dall'uscita posteriore e scomparve. Con s port il disprezzo di suo padre che aveva appena udito.

La giovane Cornelia pianse sconsolata per ore nella solitudine della propria stanza. Nessuno and da lei, n le fu portato da mangiare, per il resto della giornata e della notte. Il giorno seguente, sua madre entr nella sua stanza con un vassoio di frutta. Ma lei non aveva fame.

Tuo padre e tuo zio partiranno per l'Asia questo pomeriggio. Vuoi parlare con loro? le chiese dolcemente.

Cornelia neg scuotendo la testa.

Emilia sospir.

Quello che hai fatto  sbagliato, continu di fronte al silenzio della figlia ma tuo padre ha deciso di non castigarti, se non chiudendoti nella tua stanza per alcuni giorni. Ora rimarrai sotto la mia tutela. Per favore, non darmi motivo di punirti disse, e si alz. Ma quando fu sul punto di uscire si volt di nuovo verso Cornelia, che era rimasta immobile, seduta sul bordo del letto, senza toccare la frutta. In ogni caso, credo che per diverso tempo non potrai ripetere un'impertinenza come quella che hai compiuto, poich il Senato ha approvato che Tiberio Sempronio Gracco, insieme ad altri senatori, si unisca alla campagna in Asia in qualit di tribuno di una legione. Non sapevo se dirtelo o meno, ma credo che sia meglio di s. Ora ti sar impossibile metterti in contatto con lui. Non rimarr qui per molto tempo ancora. Forse lo dimenticherai e la situazione torner pacifica, Cornelia. Adesso, per favore, mangia qualcosa.

E richiuse la porta lentamente.

Cornelia rimase immobile, perfino pi di prima. Gracco sarebbe partito per l'Asia insieme alle legioni comandate da suo zio e suo padre. Batt le palpebre varie volte mentre i suoi pensieri correvano a tutta velocit. D'improvviso fece un balzo e and a sedersi davanti al piccolo tavolo della sua stanza. Le avevano tolto le tavolette per scrivere ma aveva un'altra opzione. Apr un piccolo scrigno che possedeva da molto tempo, tolse tutti i gioielli, sollev il doppio fondo ed estrasse alcune schedae. Mentre lo faceva, cambi idea. Aveva pensato di scrivere di nuovo a Gracco per avvertirlo che l'odio del padre nei suoi confronti era cresciuto oltre l'immaginabile, ma poi si rese conto che quel gesto, se fosse stato scoperto, non lo avrebbe di certo aiutato. Rapidamente, cambi il destinatario del suo messaggio.

Caro padre,

non ho mai avuto intenzione di offenderti e desidero solamente che gli di proteggano te, mio zio e mio fratello durante la campagna per la quale partirete oggi stesso. Io pregher ogni giorno gli di Lari e Penati per voi. Implorer la dea Fortuna affinch sia propizia a te e al mio caro zio Lucio e pregher Marte perch vi dia una grande forza in questa guerra. Prometto di comportarmi con discrezione e di non darvi pi alcun motivo per essere delusi delle mie azioni. Ti chiedo solo una cosa, perch ritengo che sia giusta: non alimentare altra rabbia nei confronti di Tiberio Sempronio Gracco. Non sarebbe leale gettare ancor pi disprezzo e odio verso chi gi detesti solo perch io mi sono comportata impropriamente. Prego gli di che torniate tutti sani e salvi, e che dopo la guerra si trovi la maniera di cessare di odiarci tanto tra noi Romani.

Tua figlia che ti ama e sempre ti adora,

Cornelia Minore

Appena terminata la lettera, la ripieg e l'appoggi sul tavolo. Poi si affacci dalla porta e chiam una schiava. Questa si avvicin, la giovane le sussurr qualcosa all'orecchio e immediatamente si richiuse dentro la stanza. Dopo pochi minuti entr suo fratello.

Una schiava mi ha detto che volevi vedermi.

S, fratello, s disse lei alzandosi e avvicinandosi a lui per parlargli a bassa voce. Per prima cosa desidero augurarti la protezione degli di, e poi pregarti di non commettere sciocchezze, fratello.

Publio figlio sorrise. Lo commuoveva la preoccupazione della sorella. Anche se suo padre amava pi lei di lui, non provava invidia nei suoi confronti. Era difficile nutrire sentimenti negativi per Cornelia Minore. E suo padre si sbagliava nel giudicarla tanto severamente.

Non preoccuparti, sapr prendermi cura di me stesso e torner per rivedere la ragazza pi bella del mondo.

Cornelia sorrise e abbass lo sguardo, ma subito ricord che c'era altro che doveva riferire al fratello.

E per favore, te ne prego, consegna questa lettera a nostro padre; per favore, assicurati che la legga.

Il giovane Publio prese in mano la lettera con attenzione.

Non preoccuparti. Far in modo che la legga.

Cornelia sorrise di cuore, si avvicin al fratello e gli diede un affettuoso bacio sulla guancia. Lui la guard con dolcezza e poi usc dalla porta, sicuro che, molto probabilmente, sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe visto la sorella. Suo padre era convinto che lui fosse un codardo; durante la campagna in Asia gli avrebbe dimostrato che si sbagliava. E non gli importava di dover morire per riuscirci. No, non gli importava.

51.

L'INCONTRO CON FILIPPO.

Palazzo reale di Pella, Macedonia, Fine di marzo del 190 a.C.

Il re Filippo V di Macedonia era invecchiato. Era salito al trono molto giovane e per anni aveva lottato per ristabilire l'antico potere del suo regno, culla del grande Alessandro Magno, ma tutti i suoi sforzi erano sfociati in una serie di fallimenti: sconfitto in pi occasioni dalle varie citt greche alleate che cercava infruttuosamente di sottomettere, vinto dai Romani nel tentativo di recuperare Apollonia e il controllo sulla costa adriatica e, alla fine, nemmeno capace di approfittare della debolezza dell'Egitto per riguadagnare posizioni nell'Egeo. Prima i Greci, poi i Romani, infine il re di Siria, Antioco, che aveva promesso di aiutarlo contro Roma, avevano messo fine ai suoi sogni di gloria. Quindi, rifugiatosi a Pella, capitale del suo regno in rovina, circondato dai propri opliti macedoni, combatteva ormai solamente per difendere i suoi territori dagli attacchi traci del Nord e dalle ambizioni espansionistiche di Roma e della Siria. E ora, in quelle disastrose circostanze, i Romani, suoi eterni nemici, richiedevano il suo aiuto. Che doveva fare? Permettere alle legioni di attraversare il suo territorio in direzione dell'Asia per affrontare Antioco oppure contrastarli nel loro tragitto e metterli in difficolt? Chi odiava di pi? Roma? Antioco? In quel momento, di fronte a lui, il giovane tribuno romano chiedeva il permesso di attraversare la Macedonia. Cosa rispondergli?

Filippo era esausto. Nemmeno pi sedeva composto sul trono, ma stava disteso di lato, ricevendo gli ambasciatori annoiato e intontito. Non aveva pi alcuna pretesa n aspirazione, e l'arroganza dei nuovi poteri emergenti lo infastidiva. Venticinque anni prima, dalle medesime porte di bronzo appena attraversate dall'inviato da Roma erano entrati gli ambasciatori di un allora potentissimo Annibale che gli avevano offerto una fetta del mondo tra Cartagine e la Macedonia in cambio della distruzione di Roma. Adesso Annibale combatteva per la Siria e intanto Roma non aveva fatto altro che crescere. E quel tribuno parlava, parlava.

Brundisium, Sud dell'Italia
Inizio di marzo del 190 a.C.
Qualche settimana prima dell'incontro con Filippo

Si erano accampati fuori da Brundisium, nel Sud, alla fine della via Appia. Non avevano innalzato fortificazioni essendo quelli un territorio sicuro e una citt amica, il porto dal quale si sarebbero imbarcati per Apollonia, nella costa illirica dall'altra parte dell'Adriatico, da dove avrebbero continuato via terra il cammino verso l'Ellesponto, attraversando la Grecia e l'ostile Macedonia. Publio non aveva ancora deciso chi inviare per negoziare con il re di Macedonia. Era una missione alquanto rischiosa. Stava riflettendo all'interno della sua tenda, alla luce di una lampada a olio le cui fiamme tremolavano per la leggera brezza che entrava dall'esterno, quando suo figlio apparve alla porta. Publio gli fece cenno di entrare.

Il giovane pass all'interno e attese in piedi davanti al padre che questi parlasse. Si erano a malapena scambiati un timido saluto da quando erano partiti con le legioni di Roma. Suo padre parve indovinare i suoi pensieri.

Se non ti ho parlato molto durante il viaggio da Roma, figlio,  perch non voglio che i tuoi compagni d'armi pensino che io abbia delle preferenze. Devo trattarti come gli altri, lo capisci?

S, padre.

Bene, per Castore e Polluce, molto bene. Questa notte berremo una coppa di vino insieme. Domani attraverseremo la Grecia e la campagna comincer sul serio: pu darsi che dovremo gi combattere se Filippo si rifiuter di farci passare o ci affronter direttamente, lo capisci, figlio?

S, padre rispose prendendo la coppa di vino che uno schiavo gli stava passando.

Publio si alz e sollev in alto la sua.

Per una campagna vittoriosa, figlio.

Per una campagna vittoriosa, padre.

I due bevvero fino a svuotare i calici e li lasciarono sul vassoio sostenuto dallo schiavo che subito usc per lasciare soli i due padroni. Publio figlio non sapeva cosa dire, o meglio, non sapeva che cosa il padre avrebbe considerato opportuno che dicesse. Si ricord allora della lettera di Cornelia e la tir fuori da sotto l'uniforme.

Prendi, padre disse allungandogliela.  per te, da parte di Cornelia. Me l'ha data a Roma, ma non avevo ancora avuto occasione di consegnartela.

Suo padre guard la lettera con sospetto, ma ritenne che disprezzarla di fronte al figlio fosse un gesto troppo violento, cos la prese e l'appoggi sul tavolo delle mappe al centro della tenda. Publio figlio ramment le parole di Cornelia: Assicurati che la legga. Il ragazzo voleva bene alla sorella. Era cosciente della tensione tra lei e il padre e decise d'intercedere.

Non la leggi, padre?

Lo far dopo, rispose Publio concisamente ora voglio parlarti.

Ti ascolto, padre.

Bene. So che tua madre pensa che io sia eccessivamente severo con te, ma tu erediterai il mio nome, un giorno sarai il nuovo pater familias degli Scipioni, la famiglia pi potente di Roma, tu stesso diventerai uno degli uomini pi potenti del mondo, forse il pi potente di tutti. E questo avverr tra non molto. Qui non importano i risultati ottenuti dall'addestramento con Lelio. Sul campo di battaglia contano solo il coraggio, l'onore e la dignit. Non fare sciocchezze, non commettere imprudenze. Ti chiedo solo questo. Non devi passare per un eroe, per non disonorarmi in combattimento. Mi hai inteso?  molto importante che tu lo capisca.

Lo intendo, padre. Far il possibile perch tu sia orgoglioso di me.

Bene, bene, allora.  il momento di andare a dormire. Domani sar una giornata lunga per tutti. Tireranno forti venti e pu darsi che Nettuno si diverta a scuotere le nostre quinqueremi. Ritirati nella tua tenda e riposati.

S, padre. Mentre usciva dalla tenda, Publio not la lettera della sorella dimenticata sul tavolo delle mappe. Pens di dire qualcosa, ma suo padre mal sopportava l'insistenza. Meglio lasciare le cose come stavano. Certamente suo padre sarebbe tornato a controllare le mappe durante quella notte, avrebbe notato la lettera e, anche solo per curiosit, l'avrebbe letta.

Lo sfrigolare leggero delle lampade a olio era l'unico suono udibile nel silenzio della notte. I legionari dormivano. Il generale dei generali si avvicin alle mappe. Aveva tracciato sulla Grecia il tragitto pi corto per raggiungere l'Ellesponto, e la Macedonia si frapponeva sul suo cammino. Mentre osservava quelle carte not il foglio ripiegato che copriva parte dell'Asia. Era la lettera di sua figlia. Publio la prese, si allontan dalle mappe e si sedette sulla piccola sella situata in un angolo della tenda. D'un tratto ricord che aveva ordinato che privassero la giovane Cornelia di tutto il necessario per scrivere lettere. Al di l della disobbedienza, ammirava la furbizia di sua figlia. Si sentiva arrabbiato e orgoglioso allo stesso tempo.

Apr la lettera e cominci a leggere. La sua espressione era seria mentre scorreva le righe. Tutto bene finch non lesse il nome di Tiberio Sempronio Gracco. Publio smise allora di leggere e, senza lasciare la lettera, si alz lentamente e, con fare deciso, si avvicin a una delle lampade a olio, poi appoggi l'estremit del foglio alla fiamma. La scheda s'infiamm facilmente, e Publio la sostenne fin quando le fiamme non si avvicinarono pericolosamente alla punta delle dita. Solo allora la lasci cadere sul piatto della lampada e la guard consumarsi lentamente, finch di essa non rest nulla, rimanendo muta per sempre.

In quel preciso momento, il console di Roma, suo fratello Lucio, entr nella tenda.

Ho visto la luce gli disse. Non dormi?

Publio ignor la domanda.

So chi mandare a negoziare con Filippo disse invece.

Nell'udire il nome scelto, Lucio se ne compiacque e sorrise.

Pella
Fine di marzo del 190 a.C.

Gracco lo aveva capito immediatamente, non appena aveva visto il viso di Publio Cornelio Scipione tradire una rabbia controllata quando il Senato aveva approvato la sua partecipazione in qualit di tribuno alla campagna in Asia, che non sarebbe stato facile. Ma aveva accettato la missione ritenendo giusto il ragionamento di Catone: conveniva vigilare sugli Scipioni da vicino, e il suo nome, quello della sua casata, i Sempronii, aveva ottenuto abbastanza consensi perch lui fosse inviato in Asia. Fosse quel che fosse, lui non si sarebbe tirato indietro.

Adesso per Roma era lontana, a molte miglia di distanza, a molti giorni di viaggio. Adesso la sua vita presente era in Macedonia.

Gracco entr a Pella, la grande capitale del leggendario regno che aveva visto nascere Alessandro Magno e che aveva accolto Aristotele, la citt nella quale Euripide aveva rappresentato le proprie opere. Tiberio Sempronio Gracco ammir le imponenti mura di pietra, il perfetto tracciato delle strade, l'assenza di sudiciume garantita da un elaborato sistema fognario che avrebbe fatto invidia a Roma e, alla fine del tragitto, proprio nel centro della citt, un'enorme agor dove in passato i Macedoni si riunivano per discutere sul governo di un impero che si estendeva fino all'India. Ora l'agor si era trasformata in un grande mercato di vasi di terracotta, ceramiche, vetro, bestiame e verdura. La decadenza era evidente in alcuni edifici malridotti che circondavano l'agor e si erigevano vicino al palazzo che il re Archelao aveva fatto costruire due secoli prima. Era stato lui a spostare la capitale della Macedonia dall'antica Aigai a Pella. E Pella aveva conosciuto la gloria come oggi il suo declino, ma Gracco sapeva che non doveva lasciarsi ingannare: la Macedonia, sconfitta da Etoli, Romani e Siriani, aveva perso s gran parte del suo potere, ma era un gigante ferito, ancora capace di risollevarsi e colpire mortalmente con le sue disciplinate falangi di indomiti guerrieri. No, meglio diffidare ed essere cauti, specialmente di fronte a un re noto per il suo cattivo carattere, un sovrano che in passato aveva negoziato con Annibale e che adesso doveva decidere se mantenere l'alleanza con i nemici di Roma o, invece, scegliere di favorire gli interessi della Repubblica del Tevere.

I soldati macedoni che scortavano Gracco lo fecero attendere in una grande sala ricoperta di splendidi mosaici raffiguranti le antiche gesta dei periodi d'oro della Macedonia. Erano opere dalle grandi dimensioni e dai nitidi dettagli, elaborate su un fondo scuro e completate con toni chiari grazie a migliaia di tessere, alcune delle quali, le pi recenti, brillavano intensamente. Gracco si avvicin per esaminare con attenzione come gli artigiani macedoni avessero aggiunto, sulle tessere antiche, quelle nuove in vetro. Bisognava ammettere che il progresso macedone non si era fermato del tutto, e sicuramente non nelle arti.

Il re  pronto a riceverti, Romano disse un soldato facendo sussultare l'assorto Gracco.

Il tribuno segu quel guerriero oplita verso la sala del trono. L, di fronte a lui, disteso su un'ampia poltrona reale, il re Filippo V di Macedonia lo guardava, il mento appoggiato alla mano destra. Inizialmente Gracco attese una sua reazione, ma di fronte al suo silenzio decise di prendere la parola in un greco corretto.

Ti saluto, Filippo V di Macedonia. Il mio nome  Tiberio Sempronio Gracco, tribuno. Sono stato inviato da Lucio Cornelio Scipione, console romano al comando delle legioni che si stanno dirigendo in Asia per combattere un nostro comune nemico, il re Antioco di Siria...

Il re interruppe Gracco, raddrizzandosi un poco e appoggiandosi allo schienale del trono.

Sono io, Romano, a decidere di chi essere amico o meno, non un inviato di un console qualunque che non ha alcun potere su di me o sul mio popolo.

Gracco cap di aver iniziato col piede sbagliato, pur convinto che qualunque cosa avesse detto non sarebbe piaciuta a quel sovrano risentito e ormai consumato dal tempo e dalla guerra.

Chiediamo il permesso del grande Filippo V di attraversare la Macedonia in direzione dell'Asia disse quindi, riassumendo rapidamente il motivo della sua ambasciata.

E per quale motivo, si pu sapere, dovrei facilitare Roma dopo tanti anni di guerra, dopo che Roma ha aiutato le citt greche ribelli e ha occupato la costa adriatica che mi appartiene?

Non sarebbe stato facile. Gracco medit un istante prima di rispondere, poi riprese il suo discorso serenamente. Non aveva molta scelta. L'unica cosa che poteva fare era tentare di soddisfare l'orgoglio ferito di un re che stava assistendo al crollo del suo potere.

I rancori verso Roma sono comprensibili e non sar certo io ad affermare il contrario; sono solo un inviato con un messaggio che chiede il permesso di attraversare la Macedonia senza dover combattere.

E se non concedo il permesso? Per Ercole, cosa far allora il tuo caro console Lucio Cornelio Scipione?

Gracco sapeva che le alternative per l'esercito romano in Grecia erano imbarcarsi con una flotta per attraversare l'Egeo, col pericolo d'imbattersi nelle tormente marittime molto frequenti in quel periodo dell'anno, o entrare in guerra con la Macedonia per aprirsi il cammino fino agli stretti dell'Ellesponto. La seconda opzione avrebbe comportato, naturalmente, enormi perdite e debilitato l'esercito che doveva giungere fino in Asia, aumentando quindi il vantaggio di Antioco su di loro. Decise di non rispondere direttamente alla domanda del re e di adottare una strategia diversa.

Antioco non ha mantenuto le sue promesse con la Macedonia, perch dovresti aiutarlo ora, contrastando la nostra avanzata? Perch vuoi premiare la noncuranza di Antioco nei tuoi confronti mettendoti dalla sua parte?  vantaggioso per la stessa Macedonia che le nostre legioni giungano in Asia rapidamente e senza essere costrette a combattere prima di farlo. Gli interessi di Roma e della Macedonia coincidono.

Gracco non era sicuro che il proprio greco fosse sufficientemente preciso per trasmettere con chiarezza a Filippo l'idea che voleva esprimere; l'espressione seria, distante, diffidente del re confermava che questi non era convinto. Stava per continuare quando Filippo si alz dal trono e lo interruppe ancora una volta.

Parla, parla pure, tribuno, ma io sono stanco di ascoltare Roma. Sono stanco di ricevere ambasciatori che arrivano qui con promesse che non mantengono mai. Prima Annibale, poi Roma, infine Antioco. Nessuno ha mai fatto la sua parte con la Macedonia e tutti sono in debito con me. Il mio regno  stato maltrattato da tutti, e tutti mi chiedono aiuto. Sono stanco, Romano. Sono vecchio. Non ho pi voglia di partecipare ad assurdi dibattiti. L'unica cosa che mi risolleverebbe lo spirito sarebbe ammazzare tanti Romani, Cartaginesi e Siriani quanti mi pare, e credo proprio che sar quel che far, a cominciare da te.

Le guardie macedoni, pur parlando solo il dialetto locale, intesero le parole del loro re e sguainarono le spade avvicinandosi al giovane tribuno di Roma. Tiberio Sempronio Gracco, di riflesso, si port la mano alla cintura, ma era stato precedentemente disarmato dalle guardie prima di entrare a palazzo. Quindi rimase quieto, al centro del salone del trono, attendendo e pensando a come eludere la morte. Tuttavia non c'erano finestre in quella stanza e l'unica porta d'accesso era bloccata dalle guardie che si avvicinavano lente e inesorabili, fino a che, improvvisamente, il re Filippo si sedette di nuovo e sollev la mano destra. I soldati macedoni rinfoderarono allora le spade e indietreggiarono riprendendo le posizioni precedenti davanti alle pareti a lato della porta. Gracco esal un profondo sospiro di sollievo.

Hai la fortuna, Romano, che non mi piace decidere senza prima riflettere. Passerai la notte a palazzo. E ti serviranno da mangiare e da bere. Ti far mandare perfino una schiava. Si alz e, continuando a parlare, scese dal trono per passare davanti al tribuno circondato da una dozzina di guardie. Io, se fossi in te, mangerei, berrei e mi godrei la schiava, perch forse sar la tua ultima cena e l'ultima volta che dividerai il letto con una donna; domani all'alba potrei confermare la mia decisione di cominciare la vendetta sui miei nemici tagliandoti la testa. E si allontan in direzione della porta, senza guardarlo, mentre le sue forti risate riecheggiavano tra le ombre di quel terribile salone pieno di storia, tradimenti e morte.

52.

IL CONSIGLIO DI SCOPA.

Amfissa, Etolia, Inizio di aprile del 190 a.C.

Attraversato l'Adriatico, le legioni di Lucio e Publio Cornelio Sci one avanzarono verso sud per intimorire gli Etoli. L'obiettivo era continuare l'assedio che Acilio Glabrione aveva iniziato ad Amfissa, la capitale etolica. Gli Etoli si erano alleati con Antioco III di Siria, ma il ripiegamento di quest'ultimo dopo la sconfitta delle Termopili li aveva lasciati completamente soli di fronte all'ira di Roma. Ci nonostante, le mura dell'acropoli avevano resistito all'assedio delle truppe romane di Glabrione. Publio, pur cosciente del fatto che non si poteva proseguire l'avanzata in Grecia senza risolvere il problema degli Etoli nella loro retroguardia, era restio a continuare un assedio che avrebbe potuto occuparli per mesi quando avevano una gran fretta di raggiungere l'Asia prima che scadesse il mandato consolare di suo fratello e di Lelio. La ribellione degli Etoli doveva essere sedata rapidamente, mentre nel Nord Gracco negoziava il passaggio delle legioni in Macedonia.

Infine si ottenne che gli ambasciatori ateniesi intercedessero tra le legioni e gli Etoli di Amfissa, e si raggiunse una pace tra Roma e la lega etolica che permise alle truppe di Lucio e Publio di proseguire con una retroguardia pi controllata verso l'Asia, autentico scopo di quella campagna.

Una volta pattuita la tregua con gli Etoli, Lucio, come gli altri tribuni e ufficiali, si aspettava che Publio ordinasse alle legioni di sospendere l'avanzata per montare un accampamento e attendere di sapere se Gracco aveva ottenuto da Filippo il permesso di attraversare con l'esercito di Roma il suo territorio. Tuttavia Publio, nel mezzo di quell'improvvisato praetorium, non si era ancora pronunciato al riguardo.

Il console lanci una rapida occhiata a quelli che si erano raggruppati l e immediatamente Silano, Domizio Enobarbo e gli altri ufficiali uscirono dalla tenda. I due fratelli rimasero soli. Lucio non domand nulla. Rispettava i silenzi riflessivi di Publio.

Scopa si muoveva con difficolt. I suoi sessant'anni pesavano come marmo sulle sue ossa malridotte e sulle sue ferite, specialmente quella che gli era stata inferta nella battaglia di Panion. Si sedette su una panca di pietra di fronte alla sua austera dimora situata sul pendio dell'acropoli della citt. La casa era semidistrutta a causa delle armi lanciate tra Romani ed Etoli durante l'assedio di Glabrione; per, nonostante il suo terribile stato, continuava a essere la sua casa e lui era abituato a sopportare le guerre. Alla fine, dopo tanti anni vissuti come mercenario, la guerra era arrivata a casa sua, nella stessa Amfissa.

I suoi concittadini erano nervosi: i Romani non avevano ancora fermato l'avanzata nonostante gli Etoli avessero accettato la tregua proposta dagli intermediari ateniesi. E ora, a casa del vecchio stratego, erano arrivati i nuovi ufficiali della lega etolica per consultarlo riguardo a come preparare una difesa. L'anziano veterano diede loro una risposta che non li tranquillizz affatto: I generali romani hanno negoziato una tregua con gli Etoli. Devono rispettarla.

Invece continuano ad avanzare verso sud. E se non rispettassero i patti? indag sprezzante uno dei nuovi giovani ufficiali dell'esercito etolico.

Gli altri lo guardarono sorpresi. Quella non era la forma adeguata per rivolgersi al pi grande generale che gli Etoli avessero avuto negli ultimi tempi. Scopa era una leggenda vivente, lo stratego che aveva combattuto contro Filippo di Macedonia e contro lo stesso Antioco di Siria come generale in capo dell'esercito egizio in Asia. Nemmeno il comprensibile nervosismo provocato dall'avanzata delle legioni verso la citt giustificava un comportamento cos irrispettoso nei suoi confronti.

Lo stratego guard il giovane ufficiale, quindi rispose laconico, ignorando il tono impertinente della domanda.

Se i Romani non rispetteranno il patto, ci massacreranno. Senza l'appoggio di Antioco non possiamo resistere. Se queste sono le circostanze, il mio consiglio  di fuggire. Tutti tacquero, e lui continu. Per non credo che siano interessati a perdere tempo con noi e la nostra piccola citt, quando ci che vogliono  affrontare Antioco prima che torni l'inverno. La questione  un'altra: perch richiedere una pace con noi quando l'unico obiettivo  dirigersi a sud? Ci sembra non avere un senso, ma i Romani non fanno mai cose senza senso. Per qualche motivo devono andare verso sud.

Proprio in quel momento arriv un cavaliere etolico proveniente da nord. Smont da cavallo e si ferm di fronte a Scopa.

I Romani... si sono fermati... disse affannosamente a un giorno di marcia... e stanno inviando degli emissari.

L'alto comando della lega etolica rimase quindi in attesa dell'arrivo degli emissari romani ad Amfissa. Scopa and a dormire nella sua casa mezza distrutta, al riparo di un focolare ricostruito che lo riscald dal freddo della notte.

All'alba, una turma di cavalieri romani giunse in citt. Scopa, fuori dall'acropoli, rannicchiato vicino al suo camino, racchiuso nel silenzio di quella sua casa in rovina, si sentiva ormai lontano dalle dispute del mondo dei vivi. Pensava solo a come ricostruire alcune pareti e il tetto prima che una tormenta primaverile spazzasse via quel poco che rimaneva.

Poi, poco dopo l'incontro tra i Romani e gli ufficiali etolici, questi ultimi gli inviarono un messaggero. Lo stratego greco lo ricevette mentre, sotto un fico senza foglie, era intento a bere latte e a mangiare un po' di formaggio, servito da una bella e giovane schiava che aveva comprato con quel poco di denaro che aveva potuto mettere da parte dopo le sue campagne militari, quando serviva come mercenario i sovrani stranieri in territori lontani e selvaggi.

Adesso sappiamo perch avanzano verso sud disse il messaggero senza nemmeno presentarsi.

Scopa si rese conto che ormai non lo rispettavano pi.

Ebbene? fu costretto a chiedere di fronte all'irriverente silenzio del messaggero. Pareva che a quel giovane costasse fatica parlare, come se avesse timore di qualcosa, o fosse confuso o entrambe le cose.

Avanzano verso sud perch... perch il generale romano, colui che chiamano Africanus... dicono che voglia incontrare lo stratego Scopa.

L'anziano generale smise di masticare il formaggio e la mano con la ciotola che stava avvicinando alla bocca per bere un sorso di latte si blocc a mezz'aria. Rimase fermo per un istante; poi appoggi la ciotola sul tavolo, lentamente. Un generale di Roma aveva mosso due intere legioni per giorni verso sud solo per avere un incontro con lui? La sua vanit si anim immediatamente. Per quella mattina non aveva bisogno di saziarsi di altro cibo.

Scopa raggiunse il praetorium dell'accampamento romano innalzato nel cuore della Grecia, scortato da una trentina di cavalieri romani. Aveva accettato la richiesta di un incontro da parte del console Lucio Cornelio Scipione, anche se sapeva che era l'Africanus, il fratello, il generale che aveva sconfitto Annibale e piegato vari eserciti cartaginesi e numidi, a voler parlare con lui. Le sentinelle appostate alla porta del praetorium si spostarono di lato e due di loro scostarono le tende dell'entrata per farlo passare.

Scopa entr e si ritrov davanti a un solo uomo, seduto al centro, che lo osservava.

Il mio nome  Publio Cornelio Scipione disse in un perfetto greco il Romano seduto su quella piccola sella. Scopa apprezz l'austerit di quella sedia, cos come del resto della tenda. Si trovava di fronte a un altro guerriero. Anche se molti mi conoscono con il soprannome di...

Africanus lo interruppe Scopa mentre si guardava intorno in cerca di un posto dove sedersi.

Il Romano non si mostr infastidito per quell'altezzosit, anzi sorrise e indic alla sua destra. Scopa allora si avvicin all'altra sella e la spost di fronte al generale romano riprendendo la parola.

Devi scusare un povero e vecchio guerriero, ma le mie ossa sono troppo consumate per sostenermi a lungo in piedi.

Scipione annu in segno di accettazione e Scopa si sedette rilasciando un profondo sospiro di sollievo. Lo stratego non vestiva come un militare, ma si limitava a indossare una tunica grigia, non molto lunga e con le maniche corte, che permetteva a braccia e gambe di prendere aria nel calore primaverile di quelle regioni e che diede a Scipione l'opportunit di osservare le innumerevoli cicatrici che attraversavano il corpo gi ricurvo di quel vecchio guerriero etolico.

Scopa si rese conto di che cosa attirava l'attenzione del generale romano e intervenne con una precisazione.

Sono state molte le battaglie che mi hanno marchiato la pelle.

Molte, certamente. Io, invece, ho solo una cicatrice. E port la mano alla gamba che aveva incontrato la spada di Annibale durante la battaglia di Zama.

Una sola, ma secondo me sufficiente. Una cosa  essere un codardo che non ha mai messo piede in battaglia, un'altra un incosciente che ha rischiato troppo. Io ho peccato troppe volte del secondo vizio, soprattutto durante la mia giovent.

Scipione sorrise di gratitudine per quel commento. Di solito tutti si riferivano a quella ferita ricordando Annibale e aggiungendo complimenti superflui. Scopa non era un adulatore. Era un guerriero. La cosa piaceva a Publio, perch era con un guerriero che voleva parlare.

Vuoi bere o mangiare qualcosa? Posso offrirti un eccellente vino e un ottimo formaggio. Ma non ho altro. Durante una campagna i piaceri sono scarsi.

Scopa scosse la testa.

Sto bene cos. Non sono un uomo di buon appetito e preferisco bere solo la sera. Pensando per di essere stato, forse, un poco maleducato, aggiunse: Ma se l'Africano desidera bere vino lo accompagner volentieri.

No. Se non sei abituato a bere a quest'ora possiamo evitarlo. Come puoi immaginare, non ho fatto muovere due legioni per ben due giorni di marcia per bere una coppa di vino insieme.

Lo immagino, certamente. Ma non capisco in che modo la mia persona possa interessare tanto il grande generale di Roma.

Publio non voleva perdere altro tempo. Aveva forzato l'avanzata verso sud anche quando si era gi pattuita la tregua con gli Etoli. Per molti degli ufficiali quella era stata un'inutile esibizione di forza quando il nemico da abbattere, Antioco, si trovava in Asia. Tutti si erano aspettati che l'ordine, dopo aver negoziato con gli Etoli, sarebbe stato di partire immediatamente verso nord per attraversare la Macedonia e addentrarsi nell'Ellesponto in cerca del nemico. Era pur vero che si doveva attendere la risposta di Filippo per avere libero accesso in Macedonia, missione per la quale avevano inviato Tiberio Sempronio Gracco e del quale ancora non si avevano notizie, per nessuno capiva perch si dovesse allungare il tragitto verso sud.

Scopa gli rivolse allora una domanda carica di dubbi e di amor proprio.

Hai spostato ventimila uomini verso sud solo per parlare con me? Alla mia vanit piacerebbe che fosse cos, ma militarmente si tratterebbe di un errore e, da quel che so, l'Africano non compie mai errori simili.

Publio Cornelio Scipione intrecci le dita delle due mani, le fece schioccare, si controll le unghie di una e dell'altra e poi le riappoggi sulle gambe, sistemandosi dritto sulla propria sedia.

La tua vanit non ti confonde. Ho dislocato le legioni per parlare con te. Inizialmente avevo pensato di spostarmi con un piccolo gruppo di cavalieri, ma la Grecia  una terra ancora piena di nemici di Roma e, come hai ben detto, non sarebbe intelligente per un generale correre rischi inutili. Ritenevo questo incontro necessario, ma anche la mia sicurezza  fondamentale; entrambe le cose servono a Roma e se per averle devo spostare ventimila uomini, cos sia.

In quel momento Lucio entr nel praetorium. Scopa si volt per vedere chi fosse e, vedendo l'imponente uniforme del console di Roma al comando di quelle truppe, ricoperto dal paludamentum porpora, si alz immediatamente. Non aveva mai incontrato un console di Roma prima di allora.

Ora ci siamo tutti disse Publio alzandosi anche lui in segno di rispetto verso suo fratello. Dietro a Lucio entr il proximus lictor con una sella curulis ripiegata che apr posizionandola accanto alla sella di Publio. Dopo di che il soldato usc lasciando soli i tre uomini. Tutti presero posto a sedere, Lucio nella propria sella curulis e Publio e Scopa nelle rispettive sellae.

Ci sono notizie? chiese Publio al fratello, in latino.

Lucio sapeva che si riferiva alle negoziazioni di Gracco con Filippo.

Ancora no.

E sia. Abbiamo quindi qualche minuto da dedicare al nostro ospite, fratello. Questo  Scopa, l'uomo di cui ti ho parlato.

Lucio annu guardando il guerriero etolico. Non vide nulla in lui che gli facesse intendere l'urgenza di avanzare per due giorni di marcia verso sud solo per parlargli. Davanti a lui c'era un uomo robusto, non molto alto e indiscutibilmente invecchiato. Anche se quel guerriero aveva combattuto contro molti eserciti, non capiva come la sua esperienza potesse giustificare quel lungo giro attraverso i territori greci. In ogni caso, aveva seguito il consiglio del fratello ordinando la dislocazione delle truppe. Per lo meno, gli erano giunte notizie sul timore che quello spostamento aveva generato tra gli Etoli, specialmente dopo aver negoziato con loro una tregua. Generare paura era sempre un'ottima cosa. A parte questo, quella decisione non aveva molto senso per Lucio.

Mio fratello riprese a parlare Publio, questa volta in greco  tra coloro che non comprendono la mia insistenza nel voler incontrare il veterano Scopa. Lucio lo guard scuotendo la testa, ma lui sollev una mano perch non lo interrompesse. In ogni caso non mi piace rimanere fermo nello stesso posto per troppo tempo.  sempre preferibile non far sapere al nemico dove ci si trovi, concordi? disse sporgendosi un poco in avanti.

 una strategia utile, talvolta rispose il Greco.

Publio lasci da parte i preamboli.

Panion, Scopa. Cos' successo a Panion? Sono venuto fin qui perch voglio sapere cosa  accaduto in quella battaglia. L'esercito egizio era ben equipaggiato e numeroso, e c'eri tu, con il tuo esercito di Etoli esperti. Che cosa  successo? Perch una sconfitta talmente...? E Publio si reclin indietro senza finire la frase. Non voleva ferire l'orgoglio del suo ospite.

Talmente... impressionante? Disastrosa? Schiacciante? concluse Scopa al suo posto.

Publio annu. Scopa sospir. Il generale romano era venuto per conoscere meglio, attraverso di lui, il nemico che doveva affrontare. Era stata una mossa astuta, ma...

E perch dovrei dirtelo, Africanus? Io cosa ci guadagno?

Publio assent. Si aspettava quella domanda. E aveva la risposta.

La tregua tra Roma e gli Etoli  debole. La recente sollevazione degli Etoli contro Roma per appoggiare l'avanzata di Antioco verso la Grecia  una ferita ancora aperta. La tua collaborazione sarebbe un modo per fortificare la tregua e far sapere a Roma che gli Etoli non si ribelleranno pi contro di essa. Non era una gran risposta, ma la migliore che aveva.

Scopa riflett in silenzio su quelle parole.

Le legioni si ritireranno verso nord?

Non appena termineremo questa conversazione partiremo verso nord e rispetteremo la tregua concordata. E... faremo sapere al Senato di Roma che gli Etoli hanno collaborato alla nostra campagna contro Antioco.

Non era una gran cosa. Solo parole. Ma le parole del pi grande generale di Roma, del princeps senatus, il veterano tra i senatori, una delle maggiori autorit in quell'immenso potere che era Roma. Per questo non si trattava di una proposta da disdegnare. Scopa si pass la mano sul mento. Alla fine annu piano e cominci a parlare, rispondendo direttamente alla domanda che gli era stata fatta.

La nostra falange centrale stava resistendo bene: gli argiraspidi dei Seleucidi, e in generale l'intera falange comandata da Antipatro, erano ben armati e addestrati. Le truppe di Antioco erano temprate dalle precedenti battaglie in Oriente, ma i miei Etoli lottavano con destrezza e gli Egizi, soprattutto i nativi, anche se poco professionali, combattevano per la loro terra e vendevano caro ogni passo che si trovavano costretti a cedere di fronte all'avanzata di un nemico tanto potente. Scopa not che i due generali si erano piegati in avanti dalla loro sedia; rare volte aveva avuto un pubblico pi attento. Il problema pi grave fu la cavalleria. I nostri cavalieri resistettero alle prime cariche da parte dei dahi e di altre unit seleucidi, ma poi cominci il disastro.

L'impatto delle sue parole fu amplificato da un silenzio retorico che aument la tensione. Antioco ordin l'intervento dei catafratti. Centinaia, migliaia di cavalieri corazzati dalla testa ai piedi, i cui cavalli erano protetti allo stesso modo, si lanciarono contro le ali del mio esercito. Io stesso corsi in soccorso di una delle estremit della formazione e vidi con i miei occhi la potenza di quell'ondata. I catafratti sono lenti,  vero, ma indistruttibili, e completamente invincibili. In poco tempo le ali della cavalleria furono annientate, distrutte, i miei cavalieri abbattuti o in fuga, i cavalli etolici ed egizi feriti, o morti, o senza alcun cavaliere che li guidasse. E i catafratti non si fermarono, aggirarono il centro in cerca della falange che a malapena resisteva agli argiraspidi siriani.  un miracolo che sia riuscito a ripiegare verso Sidone e salvare qualche migliaio di soldati con cui rifugiarmi dentro la citt per poi negoziare la resa e il mio ritorno in Grecia. Ci hanno massacrato senza sforzo, e senza dover fare entrare in combattimento le decine di elefanti che avevano con loro; li hanno utilizzati solo mentre ci ritiravamo, e questi hanno calpestato gli Egizi come fossero formiche.

Fece un'altra breve pausa e trov sufficiente audacia per rivolgere a Publio una domanda diretta.

Voi avete degli elefanti, Romano?

Publio rimase in silenzio. Possedevano appena una dozzina e mezza di elefanti non sufficientemente addestrati, e inoltre le legioni non erano abituate a combattere con quelle bestie. Era come non averne. Scopa rispose al silenzio del generale riassumendo il finale della battaglia di Panion.

Niente e nessuno pu fermare i catafratti di Antioco. Per prima cosa, il re siriano ti lancia addosso la sua fanteria, i suoi carri sciti, gli elefanti se gli pare conveniente, le sue forze scelte, e se, contro pronostico, mantieni la tua posizione, fa partire dalle ali la cavalleria corazzata. I catafratti distruggono tutto al loro passaggio, superano dalle ali e poi attaccano la retroguardia.  sempre la stessa strategia, ma nulla pu fermarli. Niente e nessuno. Alle Termopili Antioco non ha utilizzato il grosso della cavalleria corazzata, ma ora non sottovaluter pi il potere delle legioni e si presenter sul campo di battaglia con tutte le forze che possiede. Avete una cavalleria corazzata?

Non l'avevano. Publio e il fratello tacevano. Publio not che Lucio si muoveva nervosamente sulla propria sella curulis.

Siamo noi, stratego, a essere venuti da te per farti delle domande disse infine.

Scopa annu lentamente e si appoggi allo schienale. Avrebbe desiderato abbandonare di pi la sua schiena cos stanca dopo tante battaglie, ma quella sedia mancava di spazio. Aveva nostalgia della panca di fronte alla sua casa, del suo camino, del trascorrere lento dei giorni, senza sangue, senza dover mandare migliaia di uomini incontro a morte certa, di quella vita di pace. Scopa non fece altre domande, per non rinunci a esprimere la propria previsione sul futuro di quelle legioni.

Vi state dirigendo verso la distruzione disse con la calma di chi valuta senza essere coinvolto personalmente, con la freddezza della distanza. Senza una cavalleria corazzata da opporre ai catafratti, questi annienteranno i vostri cavalieri e le vostre legioni, dopodich gli elefanti si divertiranno a calpestare i cadaveri o i feriti rimasti. Proprio come  successo a Panion.

Tanti dettagli non erano necessari, ma quella era una piccola vittoria morale che il veterano etolico si era voluto concedere di fronte a colui che aveva appena forzato una tregua che rappresentava una sconfitta per il suo popolo. Gli Etoli, come tutti i Greci, non erano liberi bens in balia dei Romani. Nel profondo, Scopa non poteva che rallegrarsi che Roma avesse un nemico, Antioco, realmente temibile.

Publio Cornelio Scipione rispose senza alzare il tono della voce, senza nemmeno mostrare una briciola di nervosismo o irritazione per le parole di Scopa.

Hai dimenticato un piccolo dettaglio, stratego.

Scopa dovette ammettere a se stesso che quel Romano aveva finalmente catturato la sua attenzione.

Un dettaglio? Quale?

Scipione sorrise.

Io sono Publio Cornelio Scipione, detto Africanus. Non sono mai stato sconfitto in battaglia. Mai. E, con una certa arroganza, aggiunse: E nessuno, stratego, nessuno lo far mai.

Scopa pens di rispondere che c'era sempre una prima volta per tutti, ma non aveva voglia di forzare la sorte e sapeva che, nonostante quella risposta presuntuosa, il generale romano era gi abbastanza preoccupato dopo ci che aveva appena udito sulla battaglia di Panion. Lo stratego sapeva leggere nello sguardo degli uomini e quello di Scipione manifestava turbamento. Forse, proprio questo gli concedeva una possibilit: il generale romano non sottovalutava il nemico. Era una base, non sufficientemente solida senza una cavalleria corazzata da opporre ai catafratti, ma pur sempre qualcosa su cui il generale romano poteva lavorare.

Credo che la mia presenza non abbia pi nulla da offrire a Roma disse Scopa alzandosi lentamente.

Sei stato molto gentile a presentarti a questo incontro, stratego rispose Publio. Una turma dei nostri cavalieri ti riaccompagner alla tua citt. Che gli di ti proteggano.

Scopa s'inchin leggermente davanti a Publio, poi davanti a Lucio, si volt e scomparve dietro la porta del praetorium.

I due fratelli romani rimasero soli.

Non ci  stata molto utile questa conversazione disse Lucio.

Ho avuto conferma di ci che sospettavo.

Lucio guard il fratello attendendo che si spiegasse meglio.

I catafratti sono invincibili.

Il console sospir. Quel commento non era affatto incoraggiante.

Per abbiamo ottime truppe, ottime legioni, ben addestrate, e un abile corpo di cavalleria. Inoltre Pergamo accorrer con i rinforzi quando saremo in Asia.

 cos, fratello, ma contro i catafratti non possiamo vincere con la nostra sola cavalleria. Si tratta di un nemico troppo potente.

Cal un istante di silenzio, poi Lucio riprese.

E se organizzassimo una unit simile?

Ci ho pensato, Lucio, ci ho pensato. Sarebbe una buona idea ma non ne abbiamo il tempo. In passato abbiamo copiato la struttura delle navi cartaginesi dalle imbarcazioni puniche abbandonate dopo un naufragio; abbiamo adottato le spade ispaniche per le nostre truppe dopo aver passato anni a combattere contro di loro e imparando a conoscere perfettamente le armi nemiche. Non possiamo inventare di punto in bianco la forza dei catafratti senza prima aver combattuto contro di loro, aver visto esattamente come sono fatte le loro corazze, aver assistito alle loro manovre. Non abbiamo il tempo e nemmeno i cavalli adeguati; e anche se li trovassimo, i cavalieri non saprebbero condurli. Sarebbe una follia forzare la nostra cavalleria a tentare di imitare una maniera di combattere che non ha mai conosciuto prima. Sicuramente, in futuro, Roma dovr organizzare cavallerie simili a quelle dell'Oriente, ma non accadr in questa campagna, fratello. Stiamo ancora imparando a gestire gli elefanti sul campo di battaglia e dubito che ci riuscir mai bene. No. La nostra vittoria dipende dalla manovrabilit delle nostre legioni, dalla forza della nostra fanteria, dagli aiuti di Pergamo. La cavalleria dovr giocare un ruolo chiave, Lucio, ma non so ancora quale sar esattamente. Non ancora.

E che cosa facciamo ora? Gracco non  ancora tornato da Pella e non sappiamo nulla di Filippo. Se cominciamo ad avanzare verso nord senza aver ottenuto il permesso da Filippo, il re macedone lo interpreter senz'altro come una mossa ostile e potremmo mettere Gracco in una situazione rischiosa se sta ancora negoziando con quella canaglia di un Macedone.

Publio lo guard sorpreso. Non ci aveva pensato, concentrato com'era sul problema della cavalleria corazzata. No, non aveva considerato che un'avanzata delle legioni verso nord avrebbe potuto mettere in pericolo la vita di quell'impertinente di Gracco, sempre che fosse ancora vivo.

Non abbiamo tempo da perdere, fratello. Avanziamo verso la Macedonia e che Gracco se la veda da solo. Dobbiamo raggiungere l'Ellesponto il prima possibile. Se sar con il consenso di Filippo tanto meglio, se a costo del cadavere di Gracco, pazienza. Chiss che mentre siamo in viaggio non mi venga un'idea per combattere contro i catafratti.

Chiss? Per Ercole, Publio, tra te e quel generale etolico mi sto preoccupando sul serio. E si alz di scatto, furioso e irritato.

Anche Publio si alz e sorridendo gli appoggi una mano sulla spalla.

Elimina il chiss, fratello. Mi verr senz'altro in mente qualcosa. Attraverseremo l'Asia e ritorneremo vittoriosi, come abbiamo fatto dall'Hispania e dall'Africa.

Lucio si tranquillizz e dopo aver stretto la mano al fratello usc per andare a organizzare la partenza delle legioni verso la Macedonia. Il problema di come affrontare i catafratti era talmente urgente che anche lui dimentic le conseguenze che lo spostamento delle truppe avrebbe potuto causare sul giovane tribuno della famiglia Sempronia.

Publio rimase all'interno della tenda. Suo fratello si era rasserenato un poco ma lui no. I catafratti erano in Asia, ad attenderli in qualche pianura d'Oriente, armati, equipaggiati e ottimamente addestrati. Il re Antioco era al comando e Annibale era suo consigliere militare. Le maledizioni dei sovrani della Numidia avrebbero potuto avverarsi. Sospir profondamente mentre riprendeva posto nella sua sella. In ogni sua campagna aveva sempre spinto le proprie forze, e quelle di tutti i legionari, oltre il limite. L'esito della campagna in Asia dipendeva da come avrebbero affrontato i catafratti e, per il momento, lui non ne aveva idea.

Publio Cornelio Scipione rimase per varie ore da solo, nel silenzio del praetorium. Di tanto in tanto si passava una mano sul mento o cambiava leggermente posizione sulla sua sella. Dall'esterno provenivano i rumori delle legioni che smontavano le tende e raccoglievano l'equipaggiamento necessario per l'avanzata verso nord. Nella sua mente non c'era posto per Gracco. Lo dava per morto o, se la da Fortuna gli avesse sorriso, per un ambasciatore fortunato. In ogni caso, anche se fosse sopravvissuto alla negoziazione con Filippo, la campagna in Asia sarebbe stata dura. Molto dura. Gracco. I catafratti. La guerra.

Tiberio Sempronio Gracco non assaggi un solo boccone della cena che gli avevano servito, n bevve un solo sorso di vino. La schiava, la mand via non appena arriv. Continuava a essere disarmato e la camera in cui lo avevano rinchiuso non aveva finestre. Sembrava pi una cella che una stanza per gli ospiti. Almeno il letto era comodo, le lenzuola pulite, la cena abbondante, il vino era stato versato generosamente in una caraffa, l'acqua era fresca. Ma il solo sapersi a un passo dalla morte rendeva tutto ci ben poco desiderabile.

Dopo varie ore passate insonni, stanco di passeggiare da un angolo all'altro della stanza, si distese sul letto e chiuse gli occhi. Stava tentando di dormire, quando la porta si spalanc violentemente sbattendo contro il muro. Qualcuno l'aveva aperta con un calcio. Gracco fece un balzo alzandosi in piedi, in guardia, senza armi ma pronto a lottare anche a mani nude. Entrarono tre soldati e dietro di loro Filippo V di Macedonia. In quella stanza senza vie di fuga, il tribuno aveva perso la nozione del tempo, ma sapeva che doveva essere ancora notte fonda. Tutto ci non presagiva nulla di buono.

Buonanotte, Romano. Vedo che il cibo e il vino macedoni non sono di tuo gradimento e, da quello che mi hanno riferito le guardie, nemmeno le schiave del palazzo. Come negoziatore, tribuno, non sei molto abile. Chiunque al posto tuo saprebbe che accettare l'ospitalit dell'anfitrione  la prima regola per l'ottenimento di una buona negoziazione. Ma adesso siediti, Romano, siediti. Gracco, pur senza averne alcuna voglia, obbed, spaventato e confuso. Non capisci cosa sta succedendo, non  vero?  logico. Per questo io sono re e tu sei solo un povero ambasciatore abbandonato alla sua sorte.

Il re guard compiaciuto come il tribuno aggrottava la fronte nervosamente; era chiaro che non aveva idea di cosa fosse successo. Dunque non sai che le legioni romane si sono messe in marcia verso la Macedonia senza nemmeno attendere il tuo ritorno con la mia risposta? No, vedo che non ne sai nulla. La tua espressione  alquanto rivelatrice. Ho cavalieri sparsi su tutto il confine e anche oltre, verso sud, che mi tengono costantemente informato su ci che accade nel mio regno. Le legioni stanno avanzando, Romano, stanno avanzando per venire qui. A quanto pare, ai tuoi generali non importa molto della tua vita, e nemmeno della mia opinione. Questo mi d da pensare. C'era una sedia in un angolo della stanza e il re vi prese posto. Il mio primo impulso, nel ricevere le informazioni dalla mia cavalleria,  stato di venire qui e, come ti dissi nella sala del trono, tagliarti la testa. Per poi mettermi al comando delle mie truppe e marciare verso il confine insieme ai miei opliti. Sarebbe una grande battaglia. Forse l'ultima per me. Roma ha dislocato un'enorme forza d'attacco per affrontare Antioco. Ma poi ho ripensato alle tue parole. Forse hai ragione: Antioco non merita che io combatta per lui. Voglio rendere le cose difficili a tutti: ad Annibale, ad Antioco, ai tuoi generali e anche a te, e finalmente ho deciso che cosa fare.

Il re fece una prolungata e studiata pausa, durante la quale assapor ogni goccia di sudore che scivolava sul viso del suo interlocutore; dopo qualche istante si sent soddisfatto per la tensione che aveva creato e volle riferire la sua decisione con gran capacit di sintesi. So gi che nessuno si  preoccupato del mio futuro. Anche se questo  tutto da vedere. Non ho comunque alcuna intenzione di suicidarmi in questa battaglia che i tuoi generali hanno deciso di combattere. No, non lo far. E nemmeno ti ammazzer. Ti lascer andare affinch tu riferisca ai tuoi generali, gli stessi che ti hanno tradito, che hai ottenuto il permesso del re Filippo V di Macedonia, discendente del grande Alessandro Magno, di entrare nei miei territori senza problemi; e non solo questo, ma anche che li rifornir di grano e provviste per l'esercito in modo che possano attraversare l'Asia nelle migliori condizioni possibili. S, mi fa piacere aiutare chi sta andando a combattere contro Antioco e Annibale, cos come mi diverte assistere all'avanzata delle legioni romane verso una morte certa. L'Asia non  l'Hispania o l'Africa, n tantomeno la Grecia. I tuoi generali sono degli incoscienti. Antioco possiede l'esercito pi potente del mondo. L'esercito siriano non  un insieme disordinato di trib iberiche, n di mercenari stanchi dopo anni di guerre. Alle Termopili Antioco aveva condotto solo una piccola parte del suo enorme esercito. In Asia, invece, i tuoi generali dovranno vedersela con tutte le sue truppe, inclusi i catafratti. S, ho deciso di lasciare che vi ammazziate gli uni con gli altri. Aspetter di vedere come andr a finire la battaglia contro Antioco, e solo allora decider con chi allearmi, sempre che rimanga qualcuno in vita con cui farlo. Quanto a te, sei il mio problema minore, per se i tuoi generali hanno gi mosso le truppe senza attendere il tuo ritorno,  perch ti vogliono morto. Sono sicuro che li irriter enormemente vederti tornare vivo e con la missione compiuta.

Filippo sorrise pienamente soddisfatto di s. Ora che il mio esercito non  pi forte, queste sono le sole piccole vittorie che posso ottenere. Non sono gran cosa, almeno in apparenza, ma per Eracle, vedremo come andr a finire in Asia. Si alz e usc dalla porta accompagnato dai propri soldati, ripetendo le sue ultime parole: Vedremo come andr a finire in Asia.

Uno dei soldati macedoni rimase nella stanza e restitu il gladio al tribuno romano. Gracco prese la propria arma, la rinfoder e, mentre il soldato gli trasmetteva le ultime istruzioni da parte del re Filippo, tent di digerire ci che aveva appena udito.

Un cavallo ti aspetta alle porte del palazzo e una pattuglia di cavalieri ti accompagner fino al confine. A partire da l, sarai solo.

Tiberio Sempronio Gracco usc vivo dal palazzo reale di Pella. Mentre cavalcava al trotto su un nuovo cavallo e avanzava per le strade della capitale macedone, cominci ad avvertire la fame e si pent di non aver approfittato di quella cena che il re gli aveva offerto. Ma meglio essere affamati che morti.

53.

LELIO CONTRO CATONE.

Roma, Fine di agosto del 190 a.C.

Lelio non si sarebbe mai aspettato di dover lavorare tanto. In realt Publio e Lucio lo avevano avvertito.

A noi spetta la campagna in Asia, ma anche qui a Roma, caro Lelio, ci saranno grandi battaglie da affrontare aveva ribadito Publio prima di partire.

E cos era avvenuto. Marco Porcio Catone era pi deciso che mai a tenerlo occupato durante la sua carica di console di Roma. Non appena gli Scipioni avevano lasciato la citt, aveva infatti cominciato ad accanirsi selvaggiamente contro qualunque senatore vicino a Publio e Lucio Cornelio Scipione. La prima vittima era stato Minucio Termo, alleato degli Scipioni nelle ultime votazioni, che Catone aveva accusato di eccessiva crudelt durante la sua campagna nel Nord contro i Liguri e, peggio ancora, di non essere stato capace di riportare la pace nella regione.

Ha causato talmente tanta morte e desolazione in Liguria che si generer altro rancore, in una regione cos prossima a Roma, dove si sarebbe dovuto spegnere ogni sentimento di odio verso di noi. Cos Catone aveva declamato, con la sicurezza di chi ha gi convinto la maggior parte dei senatori presenti e sa che uscir vittorioso dalla prossima votazione, grazie anche al fatto che alcuni senatori fedeli agli Scipioni, come Minucio stesso, si trovavano in Asia insieme al loro capo; non tutti, ma un gruppo considerevole, tale da far pendere a favore di Catone il Senato, gi diviso e preoccupato per l'esito della battaglia contro Antioco.

Cos Catone aveva parlato dal centro della sala: La Liguria ora ce l'ha con noi, in qualunque momento potrebbe ribellarsi, e noi dovremmo concedere il trionfo a chi ha causato questa situazione? Il senatore Minucio ha gi fatto abbastanza danni. Mostreremo la nostra generosit evitando di castigarlo, non certo premiandolo!.

E si era seduto tra gli applausi di Lucio Valerio, Spurino, Quinto Petilio e altri che parevano godere della furia con cui Catone lanciava quelle parole avvelenate contro i suoi nemici politici.

Gaio Lelio aveva ribattuto che quella crudelt di cui si accusava Minucio era la stessa usata da Catone in Hispania, ma il suo intervento aveva ricevuto solo un'ondata d'insulti dalle panche di fronte e una brevissima ovazione da parte dei pochi senatori fedeli agli Scipioni. La votazione era stata vinta da Catone due a uno. Questo aveva incoraggiato il senatore di Tusculum a chiedere di nuovo la parola al presidente della sessione, il quale gliela aveva concessa senza esitazione.

Catone si era allora scagliato contro Acilio Glabrione, accusandolo di malversazione di fondi durante la campagna che era culminata nella battaglia delle Termopili, una grande vittoria che aveva costretto Antioco a ripiegare in Asia e nella quale, come tutti ben sapevano, Catone aveva combattuto valorosamente. La vittoria militare era indiscutibile, e criticarla avrebbe significato criticare se stesso dal momento che vi aveva partecipato con successo, ma Catone si era concentrato sul condannarne la gestione economica, puntando il dito sul solo Glabrione. Contro quest'ultimo non c'erano in verit prove concrete. La suddivisione del bottino avveniva sempre in maniera confusa e poco gestibile. Catone aveva richiesto un'indagine e l'unica cosa che Lelio era riuscito a ottenere era che la questione fosse dibattuta in un'altra sessione. Catone aveva accettato, soprattutto perch gli conveniva prolungare il tempo di attacco a Glabrione, essendo questi il candidato degli Scipioni per la carica di censore dell'anno seguente, carica che lo stesso Catone voleva per se stesso. Sapeva di non poter ottenere un processo pubblico contro Glabrione con l'accusa di malversazione, ma aveva imparato dagli Scipioni che danneggiare l'immagine pubblica di un candidato poteva rovinargli le elezioni. E questo era esattamente il suo obiettivo finale.

Lelio aveva tirato un sospiro di sollievo quando Catone aveva accettato di rimandare la causa contro Glabrione, credendo che alla fine quella tortura sarebbe evaporata; invece l'austero, cinico e furbo Catone si era situato ancora una volta nel mezzo della sala per lanciare un nuovo attacco. In questo caso contro Emilio Regillo, che aveva appena sconfitto nell'Egeo la flotta siriana in una grande battaglia navale, flotta comandata, a quanto si diceva, da Annibale in persona. Quella battaglia, volta a debilitare il controllo siriano del mare, aveva facilitato l'accesso delle legioni verso l'Asia.

Quante morti ci sono state in questa battaglia? Quanto oro e argento questa vittoria porter nelle arche di Roma? Quanti schiavi arriveranno nei nostri mercati? chiedeva Catone con tono quanto mai aggressivo. E dovremmo concedere un trionfo ogni volta che un senatore amico degli Scipioni esce a pescare? Decine di senatori scoppiarono a ridere. Noi ci congratuliamo che la pesca dell'amico degli Scipioni sia andata bene, e ci rallegriamo del fatto che abbia affondato delle navi nemiche, ma rimarrebbe da sapere quante di queste navi nemiche sono state realmente abbattute dalla nostra flotta o se gran parte del merito della vittoria si debba all'inestimabile aiuto della grande flotta rodia, famosa in tutto il mondo per la sua destrezza nelle battaglie navali. Per tutti gli di, d'accordo che Regillo ha ottenuto una buona vittoria per Roma, ma da questo a concedergli un trionfo devono passare ben pi giorni di navigazione in mare per il caro Emilio Regillo.

E Catone aveva lasciato il centro della sala ancora una volta tra gli applausi della sua parte di senatori. Gaio Lelio, infine, si era alzato lentamente. Era deciso a farsi valere, non tanto per la questione del trionfo ma perch aveva ricevuto una lettera da Publio appena una settimana prima.

Caro Lelio, console di Roma,

Stiamo avanzando verso l'Asia. Gracco, non chiedermi come, ha ottenuto il permesso da parte di Filippo V e abbiamo attraversato la Macedonia senza problemi. Le legioni si stanno imbarcando e dirigendo verso Abydos. Sicuramente ci fermeremo l per qualche tempo, ma il messaggio sar giunto chiaro e lampante ad Antioco: stiamo arrivando e ti troveremo. Dobbiamo provocarlo affinch decida di combattere una grande battaglia campale prima che termini l'anno del consolato tuo e di Lucio. Non so ancora come affrontare i suoi terribili catafratti.  un problema che mi preoccupa ma che non condivido con nessuno. Mi piacerebbe che tu fossi qui... ma tu sei necessario a Roma. Prima o poi lo capirai. Catone ci attaccher da ogni angolo e se la prender con ciascuno di noi. In questo momento c' una cosa che mi interessa particolarmente. Abbiamo bisogno del controllo del mare. Livio Salinatore  al comando della flotta romana e non  il migliore per quel ruolo. Emilio Regillo  un amico e ci ha appena dimostrato la sua abilit con la vittoria conseguita pochi giorni fa. Devi riuscire a far s che Regillo rimpiazzi Salinatore al comando della flotta romana. Con lui a governare il mare, io dovr preoccuparmi solo degli elefanti e dei catafratti di Antioco, e del fatto che sono il doppio di noi, ma a questo siamo abituati, dopo l'Hispania e l'Africa. Ricordi la nostra battaglia notturna?

Saluta Emilia e le mie figlie. Ho scritto anche a loro, ma sai che non si pu mai essere sicuri che le lettere giungano a destinazione di questi tempi.

Il tuo amico,

Publio Cornelio Scipione

Lelio si alz tenendo in mano la piccola tavoletta. Se l'era portata con s perch lo aiutasse a farsi forza. Sapeva che ne avrebbe avuto bisogno. La sessione era stata scandita da varie vittorie per Catone. Da parte sua, Lelio aveva conservato le energie per quella missione evitando di lottare eccessivamente per le votazioni precedenti. Catone e i suoi si erano rafforzati e si sentivano sicuri. Il Senato si divideva tra i fedeli a Catone, quelli a Scipione, e una terza parte oscillava a seconda delle proposte in gioco. Senza Publio l, il princeps senatus che pareva intimidire tutti con la sua sola presenza, quel terzo dei senatori pendeva piuttosto dalla parte di Catone. Lelio era consapevole che erano quelli gli uomini che doveva convincere. Aveva pensato di esordire esaltando la schiacciante vittoria navale di Regillo che Catone aveva tanto disprezzato, ma si rese conto che non sarebbe stato sufficiente. No, doveva riaccendere, ancora una volta, gli antichi timori dei senatori. Doveva colpire Catone usando le sue stesse armi.

Senza dubbio dobbiamo ringraziare i Rodii, ma mi chiedo: cominci Lelio con pacatezza se sono cos bravi e capaci, allora perch hanno richiesto il nostro aiuto? Se fossero bastati loro a distruggere la flotta siriana, allora perch inviare un'ambasciata a Roma praticamente in ginocchio per supplicare il nostro soccorso? Tutti voi avete assistito, siete stati testimoni delle lunghe sessioni durante le quali i messaggeri di Rodi ci spiegavano, pi e pi volte, quanto la loro flotta fosse insufficiente per fermare le forze di Antioco. Ritengo che Emilio Regillo abbia fatto la sua parte. E cos le nostre truppe. O forse il nostro caro Marco Porcio Catone ha ricevuto qualche messaggio da Rodi in cui si chiedeva che ritirassimo la flotta perch non serviva? Se  cos, per favore, che il senatore condivida con noi tale messaggio.

Si ferm un istante guardando Catone, il quale, colto di sorpresa, lo fissava con uno sguardo colmo di odio. No, non era uno sguardo facile da sostenere, per Lelio ci riusc bene e conserv nel profondo quello sguardo, lo sguardo di colui che quasi certamente era stato il mandante del suo tentato assassinio durante una notte di tanti anni prima, poco prima di fare ritorno in Hispania. Ma nonostante fosse passato molto tempo, Lelio non aveva dimenticato. Cos continu a parlare, e non si trattava pi solo di affari politici o di guerra, nemmeno di aiutare oppure obbedire a un ordine di Publio; no, quella sessione era divenuta qualcosa di personale.

Dunque non  stato inviato alcun messaggio da Rodi, quindi la nostra flotta risulta essere stata decisiva per la vittoria. Dobbiamo perci ammettere che Emilio Regillo  riuscito a ottenere un risultato essenziale per noi, ovvero il recupero del controllo del mare, mentre le nostre legioni si trovano dall'altra parte dell'Ellesponto.  indiscutibile che affondare la flotta nemica sia stato un traguardo fondamentale per le sorti della guerra; e che Emilio Regillo si sia dimostrato un grande comandante che ha ottenuto un'impressionante vittoria. E se ci non basta a fargli meritare un trionfo, allora dovremo aggiungere un particolare che il nostro caro Marco Porcio Catone ha abilmente omesso nel suo discorso: il comandante della flotta siriana altri non era che il nostro odiato e temuto generale punico Annibale, lo stesso generale il cui nome, al solo essere pronunciato, genera ancora terrore nell'animo di molti che si trovano qui, protetti dalle mura della Curia Hostilia. Allora vi chiedo, cari senatori di Roma, patres conscripti, quanti dei qui presenti possono alzarsi dal proprio posto e affermare di aver sconfitto Annibale in una battaglia? E continu alzando il tono della voce: Quanti, quanti, quanti?.

Tacque un solo istante per poi riprendere come un fiume in piena. Nessuno, perch nessuno a parte Publio Cornelio Scipione aveva mai sconfitto Annibale in una battaglia, fino a quando Emilio Regillo non ha affondato gran parte della flotta siriana che era sotto il comando dell'eterno nemico di Roma. E voi davvero pensate che non meriti un trionfo? Io vi dico che lo merita, maledizione, e ve lo dice il console di Roma: merita un grande trionfo e spero che il Senato abbia la decenza non solo di concedere un tale riconoscimento a Regillo, ma anche di votare perch sia proprio lui a prendere il comando di tutta la flotta romana nell'Egeo al posto di Livio Salinatore durante le operazioni in Asia. Chi  stato capace di sconfiggere Annibale merita almeno questo. Solo cos, sono sicuro, riusciremo a sconfiggere Antioco, poich avremo, sia in terra sia in mare, due generali che hanno saputo sconfiggere Annibale, il pi temuto di tutti i nostri nemici. A meno che il Senato non si dimostri tanto cieco da non riconoscere questa verit, o troppo debole per evitare di farsi bendare gli occhi da chi non vuole ammettere ci che  accaduto.

Lelio ritorn al suo posto tra gli applausi e le grida di approvazione dei suoi amici, mentre Catone rimaneva in silenzio serrando i denti e nessuno dei suoi fedeli osava dimostrarsi solidale con lui anche solo con una pacca sulla spalla. Coloro che lo conoscevano bene sapevano che era meglio stargli lontano fin quando non avesse sbollito la rabbia.

La paura che Annibale incuteva determin ancora una volta le sorti delle votazioni. Per una volta, una sola volta, Gaio Lelio aveva sconfitto Marco Porcio Catone in Senato. Il generale assapor l'inatteso retrogusto di soddisfazione prodotto da una vittoria ottenuta solo con le parole. E gli piacque. Gli piacque molto.

54.

L'ULTIMO AVVERTIMENTO DI EPIFANE.

Antiochia, Siria, Inizio di settembre del 190 a.C.

Non era un giorno gioioso nel palazzo reale di Antiochia. Il re era furioso. La sua flotta aveva subito una terribile sconfitta. Il protetto di Epifane, quel maledetto Cartaginese, non era stato capace di sconfiggere le flotte romana e rodiese. Ora le legioni di Scipione stavano attraversando l'Ellesponto e si addentravano in Asia Minore.

Per Apollo e tutti gli di! si lament il re. Stanno attraversando l'Asia! Ma non andranno lontano! Li annienter con i miei elefanti e catafratti! Li massacrer tutti! grid senza rivolgersi a nessuno in particolare, guardando a terra; finch sollev lo sguardo e lo fiss su Epifane, ignorando Annibale che si trovava in piedi al suo fianco. Il tuo maledetto protetto  risultato essere un fiasco completo. A partire da ora, Polisinide prender il comando della flotta e ringrazia che non vi ammazzo entrambi, tu e il tuo maledetto generale straniero.

Annibale avrebbe voluto intervenire, spiegare ci che era successo, ricordare il fatto che non gli erano state fornite tutte le forze che aveva richiesto e quanto la flotta romana insieme a quella rodiese costituisse una flotta potentissima alla quale, fra l'altro, anche se non ne aveva avuto le prove ma ne era sicuro, si era aggiunta anche quella di Pergamo. Antioco aveva voluto combattere contro troppi nemici alla volta e non aveva ascoltato il suo consiglio di spostare la guerra in Italia. E ora era Roma a portare la guerra in Asia. Stavano facendo il gioco di Roma. Annibale per tacque, poich Epifane lo aveva afferrato per il braccio e gli dava indicazioni negando con la testa, mentre s'inchinava di fronte al re.

Non  il momento, non  il momento gli sussurr, e il Cartaginese lo segu fuori dalla sala, lasciando il re con colui che sarebbe divenuto il nuovo ammiraglio della flotta siriana, Polisinide, uno degli uomini di Seleuco.

Una volta usciti dal salone del trono non si fermarono fin quando non furono all'alloggio di Epifane, situato all'altra estremit del palazzo. Si trattava di un'umile stanza che fungeva da sala da pranzo, studio o camera da letto a seconda delle necessit. Epifane si sedette di fronte al tavolo su cui era dispiegata una mappa dell'Asia Minore. Annibale si accomod davanti a lui.

Cosa credi che faranno ora i Romani? chiese il consigliere.

Avanzeranno verso sud per unirsi alle truppe di Pergamo, questo senza dubbio. Una volta riuniti i due eserciti procederanno verso Antiochia finch non incontreranno qualche opposizione.

Montagne o pianura, per fermare i Romani? domand Epifane senza troppi preamboli.

Annibale medit un istante.

Meglio una pianura. Sar migliore anche per le legioni, per  la cavalleria a comandare; e gli elefanti. In pianura i catafratti raderanno al suolo le ali della formazione romana e, aggirando la retroguardia, annienteranno il nemico come  successo a Panion, mentre gli elefanti attaccheranno il fronte. Senza pi il nostro controllo sul mare i Romani potrebbero ripiegare e ritornare con i superstiti, il che sarebbe un peccato; ma una vittoria in terra  cosa certa. In questo ha ragione Antioco, per la battaglia deve avvenire in pianura.

Epifane analizz la mappa con attenzione. Il re non avrebbe mai voluto che i Romani si avvicinassero ad Antiochia, ma d'altro canto non sarebbe stato facile evitare l'unione delle legioni con l'esercito di Pergamo.

La citt di Magnesia, nelle pianure della Lidia a sud di Pergamo,  sulla strada verso Pergamo disse infine, e mostr il punto sulla mappa.

Dovr controllare meglio la posizione, ma mi pare un buon posto.

Uno schiavo, alquanto nervoso, port loro del latte con un po' di formaggio. Appoggi una ciotola davanti a Epifane, un'altra accanto ad Annibale e lasci il piatto con il cibo in un angolo del tavolo, evitando accuratamente di avvicinarsi troppo alle mappe. Annibale prese un pezzo di formaggio e cominci a mangiare. Epifane aveva sete, afferr la ciotola e inizi a bere, prima a piccoli sorsi poi tutto d'un fiato. Placata la sete, si appoggi completamente allo schienale della sedia su cui era seduto. Rifletteva su come recuperare il favore del re prima della grande battaglia campale che si sarebbe tenuta presso Magnesia. Era fondamentale che Antioco si affidasse all'esperienza di Annibale. Se lo avesse fatto, la Siria avrebbe quasi sicuramente avuto la vittoria in pugno.

All'improvviso avvert un bruciore allo stomaco che, invece di scomparire quasi subito come gli capitava quando aveva un attacco di gastrite, presto si trasform in un dolore acuto. Epifane guard la ciotola vuota e vide che Annibale stava per portare alle labbra la propria.

Non bere... riusc a dire un istante prima di cadere dalla sedia contorcendosi dal dolore.

Annibale, che non aveva toccato goccia, ripose lentamente la ciotola sul tavolo, poi s'inginocchi accanto a Epifane.

Vado a chiamare un medico disse.

No... lascia perdere...  inutile... troppo tardi... biascic l'altro tra i denti, le braccia strette intorno allo stomaco. Ascoltami... generale... ascoltami. Epifane respirava con difficolt. Sapeva di disporre solo di pochi istanti.  opera di Seleuco. Il re  collerico, ma quando vuole uccidere qualcuno lo fa senza nasconderlo...  un folle ma non un traditore...  stato Seleuco... ha approfittato dell'ira del re... ma ha sbagliato... almeno in parte. A quel punto si permise l'ultimo sorriso della sua vita. La mia sete ha fatto in modo che morisse solo il pi debole dei due... devi restare a corte, ma fa' attenzione... il re richieder i tuoi servizi... prima o poi... lui sa che n Seleuco n gli altri suoi generali sono abbastanza esperti... quando le legioni avanzeranno verso la Lidia chieder di te... sar la tua opportunit... Fino ad allora... fa' attenzione a quello che mangi...

Ed Epifane cess di respirare tra le braccia del generale cartaginese. Rest con la bocca aperta e gli occhi che guardavano il cielo azzurro che appariva dalla finestra della stanza.

Annibale si alz e si sedette di nuovo al tavolo. Pens al formaggio appena mangiato, ma lui si sentiva bene. Si chiese se entrambe le ciotole fossero avvelenate e concluse che sicuramente era cos. Doveva uscire e avvertire Maarbale e gli altri. Sulla soglia chiam lo schiavo che aveva portato il latte. Questi torn pi nervoso di prima. Aveva la colpevolezza scritta in faccia. Ad Annibale non era permesso portare armi all'interno del palazzo, ma non ne aveva bisogno. Afferr lo schiavo per il collo e lo sollev fino a che questi rimase con i piedi a mezz'aria, il viso paonazzo per l'asfissia e agitando le braccia come un'anatra prima di essere decapitata per essere cucinata.

Chi? chiese, deciso a strangolarlo se non avesse detto nulla.

Lo schiavo indovin le sue intenzioni ma non riusciva a parlare con la mano del Cartaginese stretta intorno alla sua gola, cos cominci a scalciare con i piedi e a piangere nella pi assoluta disperazione. Quando Annibale lasci la stretta, lo schiavo cadde a terra. Sapeva che quella era la sua unica possibilit di salvezza.

Seleuco... disse tossendo forte nell'ansia di recuperare ossigeno.

E i miei uomini?

Avevamo ordini solo... qui... E continu a tossire nel tentativo di spiegarsi. I tuoi uomini... stanno bene.

Perfetto disse Annibale, poi agguant lo schiavo per la tunica e, con la forza di un rapace, lo sollev da terra. Quindi, con una furia disumana, scaravent lo sventurato dalla finestra.

Il corpo dello schiavo vol in aria prima di finire sfracellato sulla strada che circondava il palazzo reale. Annibale si affacci. Era pi alto di quanto pensasse. Circa quaranta cubiti, o poco pi.

Questo non avvelener pi nessuno. E usc dalla stanza camminando con calcolata tranquillit verso l'uscita del palazzo.

55.

IL SALIO.

Abydos, Misia, Nord dell'Asia Minore, Ottobre del 190 a.C.

Le legioni avevano attraversato l'Ellesponto e il console, d'accordo con suo fratello, aveva ordinato d'innalzare un grande accampamento vicino ad Abydos, nel Nord dell'Asia Minore. Abydos, dopo la spartizione dell'impero di Alessandro Magno tra i suoi generali, era rimasta sotto la giurisdizione di Lisimaco di Tracia, ma Seleuco I Nicatore, non soddisfatto di possedere la Siria e le vaste regioni orientali fino al fiume Indo, aveva attaccato l'Asia Minore e preso il controllo di tutte le citt della penisola dell'Anatolia. Seleuco I, poco dopo le sue grandi vittorie, era poi stato assassinato, e l'impero seleucide aveva riottenuto Abydos e altre citt dell'Asia Minore fino a che Filippo V di Macedonia non aveva recuperato Abydos nel 200 a.C., dopo una feroce guerra. Dopo un breve periodo, Roma, avendo sconfitto Filippo V nella prima guerra macedone, aveva dichiarato libere Abydos e altre citt dell'Asia Minore. Da quel momento, Abydos era rimasta sotto l'influenza romana e i suoi cittadini ora si dimostravano felici di ospitare l'imponente esercito di Roma, che li aveva liberati dal giogo di Filippo V e che adesso avrebbe evitato che cadessero in mano al nuovo re di Siria e di tutto l'impero seleucide, Antioco III, che vedevano come un altro terribile tiranno che minacciava la loro recuperata libert.

Dal punto di vista di Publio, le cose stavano procedendo bene: la flotta romana, comandata da Emilio Regillo grazie all'intervento di Gaio Lelio in Senato, aveva inflitto una seconda sconfitta, perfino pi schiacciante, alla gi demoralizzata flotta siriana che Antioco aveva lasciato al comando di Polisinide al posto di Annibale. Una scelta decisamente sbagliata da parte del re siriano. I Romani avevano ottenuto, con l'appoggio di Rodi e Pergamo, il controllo quasi totale del mare Egeo. Fin qui, tutto era andato secondo i piani, ma rimaneva il problema del fattore tempo: l'estate era finita ed era essenziale non perdere altri giorni, dal momento che avevano consumato quasi tre quarti del periodo di consolato di Lucio solo per arrivare in Asia. Grecia, Macedonia e il controllo del mare si erano presi tutti quei mesi. Purtroppo, la presenza dell'Africanus in Asia implicava un altro svantaggio, assolutamente ineludibile.

Non sarebbe stato meglio attendere in Grecia? chiese Lucio.

Il fratello rimase in silenzio. Per settimane aveva valutato la possibilit di saltare i rituali religiosi che era obbligato a compiere essendo un appartenente all'ordine dei salii.

So che sarebbe stato meglio non fermare l'avanzata, rispose Publio ancora assorto nei pensieri per i legionari sono timorosi degli di, e fanno bene; se non rispetto scrupolosamente i riti che mi spettano, anche se ci comporta un rallentamento nella campagna, temeranno che gli di li abbandonino e ci potrebbe avvenire sul serio. A dire il vero, anch'io sento il bisogno di compiere i riti, fratello. Abbiamo bisogno dell'aiuto degli di, di Marte, di Giano, di tutti; ci serve la loro forza, ora pi che mai. S, certo, forse attendere in Grecia sarebbe stato pi prudente, ma dopo essere entrati in Asia Antioco ci prender pi seriamente, raggrupper il suo intero esercito e tutto si decider in una grande battaglia finale. Questo  ci che pi ci interessa, fratello, perch in caso contrario la guerra si dilungher e allora saranno altri, tra i quali senz'altro Catone, a festeggiare il trionfo.

Questo sempre che vinciamo replic Lucio mentre si versava una coppa del vino che gli schiavi avevano lasciato sul tavolo al centro del praetorium. Devo concludere che hai trovato la maniera di sconfiggere i catafratti?

Publio imit il fratello e si serv anche lui del vino che mescol, proprio come Lucio, con dell'acqua.

No, rispose scuotendo la testa per questi trenta giorni di pausa forzata mentre esercito i miei doveri di sacerdote salio mi daranno tempo per pensare. Forse gli di mi illumineranno. E sollev in alto la propria coppa.

Lucio annu.

Lascio che ti prepari per la cerimonia aggiunse mentre terminava di bere. Le legioni saranno ansiose di vederti danzare e cantare ed eseguire tutti i sacrifici necessari. E usc dal praetorium.

Publio sapeva che Lucio era preoccupato del fatto che lui, il grande Africanus, non aveva ancora trovato il modo di sconfiggere i catafratti. E anche lui lo era. Ma era sicuro che gli di che tanto lo avevano aiutato in passato non lo avrebbero abbandonato proprio ora.

Due schiavi entrarono portando le vesti che il sacerdote salio doveva indossare per l'occasione. Publio fin di bere, appoggi la coppa vuota per terra e alz le braccia per facilitare il lavoro degli schiavi, che gli tolsero la corazza militare e gli misero addosso la tunica bordata adatta alla circostanza, la trabea, e quindi l'apex, una sorta di copricapo conico, tipico dei flamines e, in certe occasioni, dei salii, rinforzato con una lunga punta di legno di ulivo. Gli schiavi allacciarono il copricapo con due lunghe cinghie, come fosse un elmo. Infine avvolsero la vita di Publio con una pesante cintura di bronzo.

Non poteva esibire uno dei mitici dodici scudi noti come ancilia perch questi si trovavano custoditi nel tempio di Marte eretto sul monte Palatino e venivano usati solo durante la maestosa processione annuale di marzo. Al suo posto prese con s un grande scudo da combattimento e una lunga daga. Cos abbigliato, usc dal praetorium e, di fronte alla moltitudine dei soldati delle due legioni dislocate in Asia, Publio Cornelio Scipione cominci a danzare mormorando un cantico guerriero assa voce, senza l'accompagnamento di alcuno strumento, in onore degli di Giano, Marte e Quirino.

Cozeui oborieso. Omnia vero ad Patulcium commissei.

Ianeus iam es, duonus Cerus es, duonus Ianus.

Venies potissimum melios eum recum

Divum em pa cante, divum deo supplicate.

[Sorgi, oh Consivo. Ho confidato in te presso Patulcium. Fai le veci di Giano, sei come il buon Creatore, sei come il buon Giano. Sarai perfino migliore di quegli di; cantate con l'impeto degli di, pregate il dio degli di.]1

In alcuni momenti s'interrompeva e colpiva lo scudo con la daga che impugnava nella mano destra. I legionari lo imitavano e un rumore assordante si elevava come se una tormenta stesse per esplodere sull'intera Asia.

Da tempi immemorabili, i Romani credevano che Giove avesse consegnato un grande scudo indistruttibile al re Numa Pompilio, il secondo re di Roma dopo Romolo. L'antico monarca aveva allora ordinato al suo miglior fabbro, Mamurius Veturius, di forgiare altri undici scudi uguali a quello divino, che era di forma ovale ma con due grandi rientranze ai lati, come se lo avessero morso su entrambe le parti. Questi scudi possedevano degli speciali poteri che si trasmettevano ai patrizi eletti loro custodi. Publio Cornelio Scipione era uno dei dodici eletti: un raro onore, di enorme prestigio, stimato specialmente dalle truppe. Erano esistiti altri ordini di salii, come i dodici che si nominavano sin dal regno di Tullio Ostilio, terzo re di Roma, dopo una delle guerre contro i Sabini; per i salii di Numa custodivano ed esibivano ogni anno gli Ancilia divini, e per questo erano i pi venerati. Le imprese passate sommate alla sua condizione di salio di Numa rendevano l'Africanus, agli occhi delle migliaia di legionari che lo guardavano danzare e cantare senza freni, un autentico semidio tra gli uomini, un nuovo invincibile Achille. Niente e nessuno avrebbe potuto distoglierli dalla campagna, tranne quell'obbligo religioso di adorare Marte, Giano e Quirino nei trenta giorni durante i quali il grande salio, cos come prescriveva la sacra tradizione di Roma, non poteva spostare la sua residenza.

E cos, l'Africanus non si sarebbe mosso da Abydos, e non lo avrebbero fatto nemmeno le legioni. Come sempre, legionari e generale restavano uniti fino alla fine.

Morte o vittoria! Morte o vittoria! Morte o vittoria! gridavano le legioni senza sosta coprendo con le urla i canti del loro generale benedetto dagli di.

Lucio osservava la scena e presidiava in quanto console al comando della spedizione i sacrifici di decine di animali che venivano immolati in onore di Marte, Giano e gli altri di, e non poteva evitare di confermare, nel proprio intimo, che la miglior arma di quelle legioni non era che il coraggio, incredibile e inspiegabile, che Publio riusciva a infondere nell'animo di ogni soldato. Eppure Lucio nutriva forti dubbi sullo sviluppo di quella campagna e negli ultimi tempi aveva fatto sogni turbolenti che pesavano sui suoi nervi. Aveva il presentimento che qualcosa di terribile stesse per accadere e non poteva fare a meno di pensare che si trattasse di una sconfitta. In quella sua preoccupazione per il futuro della guerra, non poteva certo immaginare che esistessero cose perfino pi terribili di una disfatta in campo aperto.

1. Si tratta di una trascrizione dei versi dei sacerdoti salii raccolta da Marco Terenzio Varrone nella sua opera Lingua latina, 7, 3, 2. Scritta in un latino arcaico, ne esistono diverse traduzioni. Si offre questa che capta l'essenza della preghiera originale.

56.

UNO SCIPIONE IN TRAPPOLA.

Sud di Abydos, Misia, nel Nord dell'Asia Minore, Ottobre del 190 a.C.

Publio figlio cavalcava con l'entusiasmo di un esploratore in territorio sconosciuto. Nessun esercito di Roma si era mai spinto tanto lontano verso Oriente. Avevano appena attraversato l'Ellesponto con tutte le legioni. Era un momento emozionante per la storia di Roma e si sentiva orgoglioso di far parte di quell'avventura che stava ingigantendo il potere della sua patria. Cavalcava eretto, accompagnato da una decina di cavalieri facenti parte di uno dei vari gruppi di ricognizione che suo padre, d'accordo con suo zio Lucio il console, aveva deciso di inviare verso sud e verso l'interno per assicurarsi di evitare il pericolo di imboscate da parte delle truppe siriane. Tuttavia, per il giovane Publio, con i suoi soli vent'anni d'et e praticamente nessuna esperienza militare, nonostante la fatica di quella campagna in Grecia e ora in Asia, tutto risultava talmente eccitante da considerare il pericolo qualcosa di lontano, troppo distante dalle emozioni che le traversate in mare o le cavalcate attraverso i territori asiatici gli producevano.

Per questo, perch era ansioso di avere l'opportunit di dimostrare a suo padre, e a tutti gli altri, che era disposto a servire Roma con coraggio, si era presentato come volontario per una di queste missioni di ricognizione. Di fatto, di fronte al rifiuto di vari centurioni di ammetterlo nelle loro pattuglie senza un ordine espresso direttamente dall'Africanus, il ragazzo era ricorso alla sempre efficace strategia di corrompere un anziano ufficiale, Gaio Afranio, un decurione che per et e anni di campagna avrebbe gi dovuto raggiungere il grado di primus pilus di una legione, ma la cui incontrollabile dipendenza dal liquore di Bacco lo aveva reso impopolare tra i suoi superiori. All'interno delle legioni si permettevano vino, donne e altri vizi come il gioco o la gola, ma solo se questi non limitavano la capacit di combattere; Gaio Afranio, invece, era stato trovato addormentato, completamente ubriaco, pi di una volta, all'alba, mentre i tubicines suonavano le loro trombe indicando la sveglia e l'ora di rimettersi in marcia. Era stato quindi rinchiuso in carcere, dopo aver patito una lunga serie di frustate. Poi, di nuovo sobrio, aveva fatto ritorno sul campo di battaglia e, recuperato un certo prestigio grazie all'elevato numero di nemici abbattuti, gli era stato restituito il grado di decurione; eppure, da diverso tempo, con il benestare di tutti gli ufficiali, gli si affidavano le missioni pi pericolose, quelle che comportavano il maggior numero di rischi, nella speranza che quella guerra mettesse fine alla sua vita evitando cos a Roma lo spiacevole compito di giustiziare uno dei suoi per colpa di un'interminabile serie di errori e sciocchezze compiuti. Di questa lunga lista, il giovane Publio ne conosceva solo la met. Ma l'unica cosa che gli importava era che Gaio Afranio avesse accettato le sue monete d'oro.

 autentica? aveva domandato il vecchio decurione mordendo una delle monete.

Publio era rimasto attonito. Nessuno aveva mai dubitato di lui, tantomeno del suo oro. In ogni caso, che fosse perch convinto dallo sguardo stupito del ragazzo o da ci che aveva sentito tra i denti, Gaio Afranio aveva accettato.

D'accordo, giovane patrizio. Verrai con noi, per non farne parola con nessuno. Degli altri uomini mi occupo io. Se qualcuno di loro parla... E senza terminare la frase port la mano al collo e se la pass sulla gola come fosse un coltello. Poi si allontan scoppiando in una risata convulsa.

Publio non era sicuro di potersi fidare di quell'uomo, ma il desiderio di avventura era troppo forte, cos come quello di scappare dall'eterna protezione di suo padre e dimostrare il suo autentico valore di guerriero in erba. Il padre gli aveva ripetuto innumerevoli volte che il segreto per sopravvivere a una guerra era circondarsi dei migliori. Afranio non era affatto un altro Lelio. Il semplice fatto che si lasciasse corrompere avrebbe dovuto rappresentarne una prova evidente; ma la giovent  spesso impulsiva.

In quel momento, mentre cavalcava tra le montagne del Nord della Misia, accompagnato solo dal silenzio, dall'aria fresca dell'alba e dalle sagome degli alberi che si stagliavano su quegli altopiani, la dubbia onorabilit di Gaio Afranio era l'ultima cosa che potesse venire in mente al giovane Publio. Improvvisamente, un sibilo squarci quella pace idilliaca. Un sibilo a cui ne seguirono molti altri. Uno dei cavalieri romani lanci un grido di dolore e cadde da cavallo piombando di colpo al suolo con tre frecce conficcate nella schiena. I sibili si moltiplicarono.

Maledizione! esclam Gaio Afranio, ma senza aggiungere alcuna istruzione.

In lontananza, dal fondo della valle, cominci a emergere un gruppo sempre pi nutrito di cavalieri nemici. Cavalcavano al galoppo e lanciavano frecce senza sosta. Il giovane Publio aveva sentito parlare dei terribili dahi dell'esercito siriano, ma aveva sempre creduto che la loro leggendaria fama, che li voleva capaci di abbattere i nemici tirando dardi dai loro archi senza frenare di un minimo il loro galoppo, fosse frutto dell'esagerazione propria di un prestigio conquistato dopo mille battaglie.

Altri due soldati del piccolo squadrone romano caddero uccisi prima che Gaio Afranio decidesse cosa fare.

Verso le montagne! In campo aperto siamo come conigli! Ci ammazzeranno tutti con le frecce senza nemmeno darci la possibilit di difenderci combattendo!

Tutti ubbidirono senza esitare e aizzarono i cavalli per dirigersi tra gli alberi degli altipiani e mettersi al riparo dalle frecce. I sibili per non cessavano e Publio vedeva cadere decine di dardi intorno a lui. Infine due frecce colpirono il costato del suo cavallo. L'animale, atterrito, lanci un nitrito spaventoso e si lasci cadere di lato trascinando con s il figlio dell'Africanus. Il giovane, che per sua fortuna era abbastanza agile, riusc a scostarsi prima che l'animale toccasse terra, evitando di finire schiacciato dal suo peso.

Publio gatton in cerca di una roccia abbastanza grande dietro cui proteggersi dall'incessante pioggia di dardi. Alle sue spalle, vide che la maggior parte dei cavalieri della piccola turma romana era stata trapassata senza piet. Tutti tranne due, che erano riusciti ad addentrarsi nel bosco e perdersi tra i fitti alberi. Nel frattempo Gaio Afranio, anche lui sopravvissuto, almeno per il momento, aveva deciso a suo rischio e pericolo di smontare da cavallo e, come il giovane Publio, cercava riparo tra le rocce.

A un certo punto la feroce pioggia di saette mortali cess. Publio avvertiva il proprio respiro affannato e i battiti del cuore nelle tempie mentre, senza osare alzare la testa troppo oltre la roccia, tentava di scrutare i movimenti del nemico. Nel giro di un istante era passato dall'idilliaca avventura della scoperta alla brutale violenza della guerra. Quando ud il rumore degli zoccoli di varie decine di cavalli avvicinarsi, seppe che la morte era vicina e cap quanto fosse stato stupido. Aveva desiderato dimostrare a suo padre il proprio coraggio e ora sarebbe stato ucciso. Pens alle sue sorelle, a Cornelia Maggiore, al perenne buonsenso delle sue parole, alla piccola Cornelia, con la sua eterna vitalit, quel fulgore negli occhi e quell'intraprendenza che lui aveva sempre cercato di emulare perch era il carattere che suo padre avrebbe voluto ammirare in lui, suo unico figlio maschio.

I passi dei cavalli si fermarono. I guerrieri dahi cominciarono a parlare tra loro in una lingua incomprensibile a Publio. Il giovane patrizio trattenne il respiro. Stavano smontando da cavallo. Si ud il suono tipico del metallo che sbatte contro le fodere. I guerrieri siriani avevano appena sguainato le spade. Un sudore freddo scivolava sulle tempie del giovane Scipione. Si accucci come ci che era: un cane spaventato. Prov disgusto e vergogna per se stesso. Il figlio del grande Africanus rintanato e accovacciato, paralizzato dalla paura. Preg gli di perch lo uccidessero subito e il suo sangue cancellasse il disonore di una morte nella quale non aveva nemmeno osato guardare in faccia il nemico. Il sole nascente gli aveva scaldato la nuca per tutto il tempo in cui era rimasto nascosto, ma improvvisamente, come se fosse passata una nube, quel calore scomparve. Si ud allora un'assordante risata. Publio apr gli occhi e si trov di fronte una pleiade di guerrieri dahi che ridevano tutt'intorno a lui, occultando il sole con i loro volti feroci.

Abbiamo catturato un Romano codardo! disse uno dei soldati siriani in un greco abbastanza comprensibile, mentre i suoi compagni non cessavano di ridere. Era chiaro che i Siriani volevano che i loro insulti e il loro disprezzo fossero ben intesi dalla loro preda terrorizzata.

57.

LA VENDETTA DI ANNIBALE.

Nord della Lidia, centro dell'Asia Minore, Ottobre del 190 a.C.

Annibale giunse insieme ai suoi uomini in Lidia. Aveva saputo che alcuni guerrieri dahi avevano catturato due Romani appartenenti a una delle turmae di ricognizione delle legioni e voleva interrogare personalmente i prigionieri. Non si fidava n degli interrogatori siriani n del fatto che, se avessero ottenuto qualche importante informazione dai prigionieri, gliela avrebbero riferita. La campagna in Asia era la sua ultima opportunit per piegare Roma e lui ne era pienamente consapevole, per questo intendeva carpire ogni pi piccola informazione sul nemico e decidere bene quando attaccare.

Tutto indicava che i Romani stavano tentando di avanzare verso sud per unirsi alle truppe di Pergamo del re Eumene, proprio come aveva previsto insieme a Epifane prima della sua morte, per era essenziale averne la certezza assoluta. Dopo le sconfitte navali, Antioco non aveva pi fiducia in lui. Il re siriano aveva per deciso di mantenere il generale cartaginese tra i suoi consiglieri come contrappeso alla smisurata ambizione del figlio Seleuco e degli altri generali. Per questo Annibale poteva muoversi liberamente per l'Asia Minore, pur non ricevendo sempre il dovuto rispetto da parte degli ufficiali siriani della regione.

Il generale punico raggiunse l'accampamento dei dahi. A loro la visita di Annibale era ancor meno gradita, ma solo gli ufficiali dei catafratti o argiraspidi, le forze elette dell'esercito di Antioco, parevano avere coraggio sufficiente per opporsi ai movimenti del Cartaginese e dei suoi centocinquanta veterani.

Dove sono i Romani? chiese mentre lui e Maarbale smontavano da cavallo.

L'ufficiale dei dahi della Misia e della Lidia lo guard di sbieco ed eluse la domanda. Annibale lo ignor a sua volta e avanz seguito da una trentina dei suoi uomini che avevano lasciato i cavalli per proteggere il loro generale in capo. Nel centro dell'accampamento scorsero una tenda con numerose sentinelle di guardia. Era l'unica a essere sorvegliata. Annibale vi si diresse seguito dal suo luogotenente. L'ufficiale dahi, scortato da un nutrito gruppo di guerrieri, tent allora di raggiungerlo, ma improvvisamente una ventina di frecce cadde tra la scorta di Annibale e i dahi. L'ufficiale dell'esercito siriano si blocc rimanendo impietrito. Annibale, che aveva riconosciuto l'inconfondibile sibilo dei dardi lanciati dai suoi uomini, si volt con un ampio sorriso stampato in faccia. Dietro ai dahi, un centinaio di Cartaginesi era in formazione con gli archi tirati.

I miei soldati non possiedono l'infallibile mira dei dahi, comment senza cessare di sorridere quindi se fossi in voi non tenterei la sorte. Forse volevano solo avvisarvi, oppure hanno mirato male e la prossima volta potrebbero centrarvi.

Il piccolo accampamento dei dahi era un avamposto dell'esercito siriano costituito da un centinaio di guerrieri. Gli Africani erano centocinquanta, avevano gli archi pronti e la leggenda li precedeva: erano soldati che avevano combattuto in un'infinit di battaglie, e in quel momento erano troppo vicini, pericolosamente vicini. Dopo un paio di cariche di frecce, li avrebbero affrontati in un corpo a corpo, e in quel campo i dahi sapevano che non avrebbero avuto speranza. L'ufficiale siriano decise quindi di usare altre armi.

Questi prigionieri appartengono al re Antioco. Se li preleverete informeremo il re.

Capisco, rispose Annibale senza smettere di sorridere ma io voglio solo interrogarli. Niente di pi.

Il guerriero dahi si sent pi tranquillo nel constatare che perlomeno era riuscito a frenare Annibale prima che entrasse nella tenda.

Ho gi interrogato io i Romani.

E...?

Non hanno raccontato nulla di importante. Sono solo membri di una pattuglia di ricognizione.

Forse non sei stato abbastanza persuasivo nel fare le domande ribatt Annibale cancellando il sorriso e sollevando le sopracciglia.

Il re vuole i prigionieri vivi. Li devo condurre da lui. Questi sono gli ordini.

Il Cartaginese abbass lo sguardo. Passarono alcuni secondi di silenzio. Poi mosse la testa, si gir di centottanta gradi e riprese la marcia verso la tenda dei prigionieri accompagnato da Maarbale e parlando all'aria.

La guerra non pu aspettare. Dobbiamo sapere cosa sanno questi Romani e dobbiamo saperlo subito.

L'ufficiale riprese a seguire Annibale ma altre frecce caddero ai suoi piedi. Si blocc di nuovo, mentre i Cartaginesi spintonavano di lato le sentinelle davanti alla tenda e il generale punico entrava all'interno di quel carcere improvvisato.

Gaio Afranio e il giovane Publio erano l da due giorni, seduti sul suolo della Lidia e con piedi, mani e collo incatenati. Li avevano messi su un carro e trasportati per tutta la Misia e parte della Lidia. Vari giorni di viaggio sfiancante, con poca acqua e poco cibo. I dahi li avevano interrogati e avevano sferrato loro qualche calcio, ma nulla di pi. Era chiaro che avevano ricevuto l'ordine di tenerli in vita, almeno per il momento, per entrambi sapevano che prima o poi sarebbe arrivato l'interrogatorio finale, in cui i loro silenzi non avrebbero pi fermato i colpi.

Gaio Afranio e Publio non avevano parlato molto tra loro durante quei penosi giorni di prigionia. Il primo si era concentrato nell'organizzare un piano di fuga senza giungere a una sola conclusione possibile; il secondo era tormentato dai rimorsi per le conseguenze che la sua cattura avrebbe potuto avere su quella guerra se avessero scoperto la sua identit.

Nel frattempo, Afranio aveva deciso che forse, fornendo sufficienti informazioni al nemico e collaborando, avrebbe avuto salva la vita: poteva riferire il numero delle forze romane, il piano di unirsi all'esercito di Pergamo e... Si ferm a guardare di sottecchi il suo compagno di prigionia.

Il giovane Publio teneva la testa tra le gambe: sapeva che l'essenziale era non svelare nulla dell'esercito di Roma e, soprattutto, chi fosse lui realmente; se i Siriani lo avessero scoperto lo avrebbero utilizzato contro suo padre e suo zio.

All'improvviso la porta della tenda si apr e la sagoma di un uomo alto e robusto si stagli contro la potente luce del sole che accec i due prigionieri. L'ombra, seguita da altre simili, avanz fino a situarsi al centro della tenda, fermandosi a un paio di passi dai prigionieri; si volt e due della mezza dozzina di guerrieri che l'accompagnavano afferrarono i Romani incatenati e li misero in piedi. La porta della tenda si richiuse e la penombra alla quale Publio si era abituato torn a dominare l'interno. Fu in quel momento che riusc a vedere distintamente il viso di colui che era appena entrato. Aveva i tratti marcati e consumati dal tempo, rughe sulla fronte, una folta barba, i capelli lunghi e spettinati ma non sporchi; tuttavia, ci che pi catturava l'attenzione era la benda che esibiva sul suo occhio sinistro.

Publio trattenne il respiro. Suo padre gli aveva descritto innumerevoli volte il volto di Annibale e, anche se erano passati degli anni, quell'immagine corrispondeva esattamente alla figura che si trovava davanti in quel momento.

Non ho tempo da perdere, Romani, quindi rispondete alle mie domande e forse vi risparmier la vita disse Annibale bruscamente in un greco rozzo ma chiaro. Si allontan un poco dai prigionieri e due dei suoi guerrieri iniziarono a tirar loro pugni nel bassoventre.

Si udirono le grida soffocate dei due e i colpi secchi mentre crollavano sul suolo polveroso della Lidia. Annibale s'inginocchi davanti ai Romani.

Chi di voi  disposto a raccontarmi qualcosa che valga la pena di ascoltare? domand il generale punico.

Afranio stava per dire qualcosa, ma fu troppo lento perch Annibale si era gi rialzato e retrocedeva di nuovo. Una seconda scarica di calci fu lanciata sui Romani mentre il generale beveva acqua fresca da una ciotola che Maarbale gli aveva passato.

Il giovane Publio si proteggeva la testa con le mani mentre pativa le pedate su ventre e gambe. Poi, d'un tratto, tutto cess. Rannicchiato come un feto, si rigir raggomitolandosi a terra. Quello era solo l'inizio. Tent di recuperare il fiato mantenendo il silenzio.

Io, io voglio parlare! esclam Afranio.

Il giovane Publio sollev il viso dalla polvere e gli lanci un'occhiata furiosa.

Taci, miserabile! Taci! gli grid, ma un altro calcio in bocca da parte di uno dei guerrieri africani lo zitt. Il ragazzo rimase in silenzio, di nuovo ripiegato su se stesso, con il sangue del labbro spaccato che sgocciolava a terra.

Annibale chiese una sedia. Maarbale guard uno dei soldati e questi usc e torn dopo pochi istanti. Portava solo un piccolo sgabello e guard Maarbale con aria interrogativa.

 sufficiente lo tranquillizz il suo generale, e Annibale si sedette. Bene, Romano. Ti ascolto.

Afranio si era seduto per terra appoggiandosi al palo centrale della tenda che sosteneva il tetto di olona.

Facciamo parte di una pattuglia di ricognizione...

Questo lo so gi, stupido lo interruppe Annibale con impazienza. Voglio sapere quanti sono nell'esercito romano, chi si trova al comando e dove si dirigono.

Gaio Afranio sapeva che non poteva permettersi troppi giri di parole o i colpi sarebbero ripartiti. Quell'ufficiale non pareva siriano. Non indovinava la sua origine ma di certo non era siriano; probabilmente un mercenario al servizio di Antioco, qualcuno che voleva ottenere informazioni per fare bella figura con il re d'Oriente. Se lo avesse soddisfatto gli avrebbe risparmiato la vita.

Due legioni, un intero esercito consolare; con le truppe latine alleate arrivano a circa venticinquemila legionari, inclusa la cavalleria. L'idea  di avanzare verso sud per unirsi alle truppe di Pergamo, per non so se dall'interno o lungo la costa. Le nostre pattuglie servivano a decidere quale strada intraprendere. Il console Lucio Cornelio Scipione  al comando, ma tutti sappiamo che chi realmente dirige  suo fratello Publio Cornelio.

Annibale si sollev dal piccolo sgabello.

Publio Cornelio Scipione  qui, in Asia, con questo esercito? Aveva udito voci al riguardo, ma nessuna confermata. Se Publio Cornelio Scipione si trovava l, finalmente avrebbe avuto l'opportunit di ottenere la sua bramata rivalsa sulla sconfitta di Zama. Il fatto che il generale pi astuto di Roma si trovasse al comando del nemico sarebbe stato per chiunque altro motivo di preoccupazione e sfiducia, ma per Annibale, al contrario, rappresent un lampo di vitalit che si espresse anche nella sua voce quando afferr Afranio per i capelli e gli ripet la domanda: Publio Cornelio Scipione comanda queste truppe?.

S, s, s...! grid Afranio dolorante e terrorizzato.

Annibale lasci andare la presa e il Romano croll a terra con un tonfo.

Publio Cornelio Scipione  qui... ripet tra s e s dando le spalle ai prigionieri. Dopo qualche istante di perplessit riprese la parola. Sappiamo gi tutto quello che c'era da sapere. Questi uomini non possono dirci altro d'importante... Le parole rimasero in sospeso e i suoi uomini sguainarono le spade.

Gaio Afranio allora spalanc gli occhi, ma il giovane Publio scosse la testa guardandolo con il timore che fosse capace di pronunciare altre parole traditrici. E infatti...

Ufficiali, so qualcos'altro, so qualcos'altro! grid Afranio mentre i fili delle spade si approssimavano alla sua gola.

Annibale avrebbe comunque ordinato ai propri uomini di fermarsi, dal momento che aveva ottenuto le informazioni che cercava e non aveva senso commettere un atto che indisponesse il re Antioco, il quale voleva mantenere, per il momento, quei prigionieri in vita. Ma questo, Afranio non poteva saperlo, cos come ignorava che Annibale volesse tenersi buono Antioco, ora pi che mai, visto che il grandioso esercito di cui disponeva era l'arma perfetta per restituire a Scipione la sconfitta inflittagli a Zama. Antioco era stato un perfetto idiota a non avergli dato ascolto e a non aver inviato parte dell'esercito in Italia invece che impegnarlo in quell'assurdo sbarco in Grecia che era terminato con una sconfitta. Ma ormai quella era acqua passata e no, non doveva ammazzare quei prigionieri. Tuttavia, prima che potesse riferirlo, per un solo secondo, uno di quei brevi istanti che possono cambiare il corso della storia, Gaio Afranio, convinto che la sua vita stesse per finire, fece la pi perfida delle confessioni.

So qualcos'altro! Quello l  il figlio di Scipione,  il figlio di Scipione! Il figlio dell'Africanus!

Annibale non ebbe bisogno di dare alcun ordine ai suoi uomini, poich questi, nell'udire quelle parole, rimasero pietrificati.

Annibale corrug la fronte e si gir sui talloni. Guard Afranio. Questi conferm quella rivelazione pi e pi volte, tra i singhiozzi, nella pi pura disperazione di chi pensa solo a salvarsi la vita.

 il figlio di Scipione... il figlio di Publio Cornelio Scipione... suo figlio...

Il Cartaginese si avvicin e s'inginocchi accanto al Romano pi giovane. Tent di scrutare il suo viso, ma il giovane Publio lo teneva appoggiato al suolo. Annibale allora si sollev e si rivolse al giovane prigioniero con il tono autoritario e inappellabile del generale veterano qual era.

Alzati, soldato. Alzati e fatti guardare.

Alzandosi non avrebbe tradito Roma. Era la prima cosa che gli si chiedeva di fare, da quando gli Africani erano entrati in quella maledetta tenda, che non implicava il tradimento. Cos Publio Cornelio Scipione figlio si alz lentamente e si posizion eretto di fronte al pi grande nemico di Roma. Era, la sua, una triste immagine: la carne intorno a collo, polsi e caviglie era stata lacerata dalle catene di ferro, le gambe erano ricoperte di lividi e tagli, e sul suo giovane viso il labbro tagliato non cessava di sanguinare, sgocciolando sull'uniforme sporca e impolverata.

Annibale si avvicin e lo fiss con l'unico occhio sano.

Sei davvero il figlio di Publio Cornelio Scipione?

Il giovane deglut e rimase in silenzio.

Annibale non era abituato a dover ripetere le sue domande, ma quella era senza dubbio una condizione particolare.

Sei il figlio di Publio Cornelio Scipione? Ma la sua domanda incontr di nuovo un muro di silenzio.

Il Cartaginese si pass una mano sulla barba mentre analizzava ogni dettaglio dei lineamenti del suo silenzioso interlocutore. Aveva incontrato il padre in due occasioni ed era alquanto sicuro di poter riconoscere in quel ragazzo il figlio di Scipione.

Afranio stava per intervenire per confermare ancora una volta l'identit del giovane, ma in quel momento comprese che tra l'ufficiale straniero e il figlio di Scipione si era instaurato uno strano e misterioso vincolo che non doveva essere interrotto.

Annibale cominci a scuotere lentamente la testa.

Non c' bisogno che parli, giovane Romano. So che ti stai dibattendo tra il tuo dovere verso Roma e il tuo onore. Non vuoi confessare chi sei perch pensi che cos tradiresti Roma, perch potresti essere usato come ostaggio durante questa campagna. Tuttavia il tuo onore di patrizio e la fedelt che devi alla tua famiglia ti rendono impossibile negare la tua condizione, non  vero, Romano?  cos?

Il giovane Publio, inzuppato di sangue, rimase muto.

Non importa continu Annibale. Se questo codardo che ti accompagna non avesse parlato non ti avrei mai riconosciuto, ma ora, ora che ti guardo da vicino, che avverto la tua respirazione nervosa e il palpito veloce del tuo cuore, l'alito della tua bocca e, soprattutto, ora che vedo il tuo sguardo, so che sei il figlio di Scipione, perch solo suo figlio pu guardarmi come stai facendo tu, senza abbassare gli occhi pur sapendo che io sono Annibale. Nessun altro Romano sarebbe capace di farlo. Il tuo silenzio  una risposta pi che sufficiente alla mia domanda.

Gaio Afranio rimase a bocca aperta. Sapeva di aver tradito il suo compagno di prigionia, un patrizio, figlio del potente Scipione, ma mai avrebbe potuto immaginare di aver confessato quella verit ad Annibale in persona, il nemico che pi di chiunque altro nutriva odio e rancore nei confronti di Publio Cornelio Scipione. Afranio comprese che la sua rivelazione era di valore inestimabile e si aspettava per questo una lauta ricompensa, anche se per colpa sua la morte del giovane Scipione sarebbe stata inevitabile.

Annibale sfoder lentamente la spada senza distogliere lo sguardo dal ragazzo. Maarbale, sorpreso per la decisione del generale, lo guard confuso e indeciso ma non intervenne.

Tuo padre prosegu il generale cartaginese si  sempre creduto invincibile, superiore a tutto e a tutti, perfino a me, per ho sempre saputo che prima o poi sarebbe arrivato un momento di debolezza, di cui avrei approfittato per godermi la vendetta; e questo momento  arrivato, giovane Romano.

Gaio Afranio, l accanto al giovane Scipione, ascoltava con orrore le dure parole di Annibale. Non avrebbe mai voluto sacrificare la vita del ragazzo per salvare la propria, ma continuava a ripetersi, come tutti i codardi che si giustificano, che non aveva avuto scelta.

I prigionieri stavano l in piedi, entrambi incatenati, sudati, feriti e impotenti, di fronte ad Annibale che minaccioso brandiva la sua spada. Afranio vide l'occhio del Cartaginese fisso sul viso del ragazzo e colmo di un irreprimibile odio. Publio pens che Annibale si era sbagliato in un'unica cosa: lui, il figlio del grande Scipione, non era coraggioso come il generale punico credeva; quindi chiuse gli occhi, strinse i denti e attese il colpo mortale che avrebbe messo fine a quella tortura fatta di rimorsi, disonore e tradimento.

Annibale affond la spada fino a che il suo pugno arriv a toccare la carne lacerata del nemico, poi estrasse l'arma con la lentezza propria dell'assassino esperto. Insieme alla lama usc sangue romano in abbondanza, che cominci a irrigare il polveroso suolo di quella parte di Asia.

58.

L'ALBERO ABBATTUTO.

Abydos, Ottobre del 190 a.C.

Nooooooo! grid Publio Cornelio Scipione. No, no, no! E ribalt il tavolo con sopra le mappe della Misia, della Lidia e delle restanti regioni dell'Asia Minore. No, no, no! Di fronte al tavolo rovesciato si trovava il console, suo fratello Lucio, che lo aveva appena informato della cattura di suo figlio da parte dell'esercito siriano.

Sconvolto, Publio si accasci al suolo, abbattuto, rimanendo seduto sulle pelli di pecora sparse sul pavimento della tenda. Il console si guard attorno. Non avrebbe voluto che gli ufficiali vedessero in quello stato il generale dei generali, il grande Africanus, il vincitore di Zama.

I lictores, i tribuni e il resto dei centurioni, praefecti sociorum e decurioni presenti compresero immediatamente la situazione e lasciarono la tenda. Quella era una scena privata, troppo dolorosa, troppo umiliante. Tutti erano rimasti senza parole nel vedere il generale pi coraggioso, l'uomo pi ammirato di tutta Roma, piegato, distrutto, quasi singhiozzante; conoscevano il profondo affetto che il grande Africano nutriva per suo figlio, ma fino a quel momento nessuno aveva mai compreso l'entit di quella sciagura, non prima di ritrovarsi testimoni dell'incontrollabile reazione di Scipione.

Rimasti i due fratelli da soli, Lucio rest l in piedi, respirando piano. Publio aveva abbassato lo sguardo. Lucio, allora, ud quello che mai avrebbe creduto di udire. Suo fratello stava piangendo, sconsolatamente, senza freni, per la perdita del figlio. Lucio cerc qualche parola di conforto da dirgli. Dimentic i loro ruoli, che erano console e ufficiale al comando, che la notizia di quella dimostrazione di debolezza sarebbe corsa di voce in voce per tutti gli angoli dell'accampamento, un'esibizione di dolore e abbattimento che non avrebbero potuto permettersi. Il pianto di suo fratello aveva cancellato tutto di colpo. Lucio pens solo a loro, al fratello e al nipote, e s'inginocchio di fianco a Publio.

Probabilmente lo tengono prigioniero. Publio  intelligente. Se riveler la propria identit lo terranno in vita e negozieranno per un riscatto.

Publio continuava a piangere. Non lo aveva pi fatto dalla morte di suo padre e suo zio in Hispania, il momento pi amaro di tutta la sua vita fino a quel momento. Anche la perdita della madre era stata profondamente dolorosa, ma Pomponia era morta di malattia, circondata dall'affetto dell'intera famiglia. Non era paragonabile, no... e i genitori muoiono... i figli... non si dovrebbe mai patire la morte di un figlio.

Lo avevo promesso... lo avevo promesso... Publio cominci a parlare tra i singhiozzi. Lo avevo promesso... a Emilia... che mi sarei preso cura di lui; in Hispania, Lucio... quando nacque... Emilia mi fece giurare, mentre tenevo il piccolo tra le braccia... mi fece giurare che lo avrei sempre protetto, che Annibale non lo avrebbe mai raggiunto... E ora... Lucio, ora... non capisci, non capisci? Publio alz lo sguardo e in esso Lucio vide l'orrore. Ebbe una premonizione... Emilia ebbe una premonizione che riguardava il destino di nostro figlio legato a quello di Annibale; ma io le promisi che avrei messo fine a quella maledetta guerra prima che il piccolo potesse combattere, e lo feci, Lucio, lo facemmo insieme; ma ora, una nuova guerra, dall'altra parte del mondo, e mio figlio catturato dall'esercito nemico in cui si trova Annibale... Non capisci, Lucio? Per tutti gli di! Non capisci? Si stanno compiendo entrambe, la premonizione di Emilia e la maledizione di Siface! Ricordo ancora le sue maledizioni gridate dall'alto della rupe Tarpea. Niente e nessuno pu fermare il destino. La maledizione del re della Numidia si  compiuta, Lucio, ci ha raggiunti, fin qui, in Asia, proprio quando ci eravamo dimenticati di essa. Annibale sa tutto ci che avviene all'interno dell'esercito siriano,  uno dei principali consiglieri del re, lo scoprir ancor prima di tutti gli altri, e accorrer l, dove tengono il ragazzo prigioniero. Annibale accorrer da lui. Siface ora star ridendo a crepapelle dalle viscere della terra.

Lucio camminava da una parte all'altra della tenda come una fiera in gabbia, passandosi le mani sulla nuca. Non poteva essere, non poteva essere.

Credi che Annibale lo uccider? domand allora Lucio con il terrore di udire la risposta. Suo fratello era l'unica persona a Roma ad aver parlato direttamente con Annibale, l'unico che poteva intendere i suoi piani, le sue intenzioni, il suo odio.

Non lo so... non lo so... rispose Publio. Aveva smesso di piangere. La sua mente aveva cominciato a pensare a tutta velocit. Cercava disperatamente una soluzione, una speranza. Il mio cuore vuole convincersi di no. Non ho mai creduto che Annibale mi odi, che ci odi tanto. Sa che non abbiamo mai avuto nulla a che fare con ci che capit ad Asdrubale dopo la battaglia del Metauro, sa che fu opera di Nerone e di Fabio Massimo, soprattutto di Massimo, e gliela fece pagare, tu sai quanto gliela fece pagare...

Lucio assent. Le lacrime tornarono a comparire negli occhi del fratello. Annibale era stato probabilmente tra i fautori della ribellione dei guerrieri gallici nel Nord d'Italia dove il figlio di Massimo era rimasto ucciso. Quei ricordi non erano d'aiuto.

Tu stesso lo hai detto: Annibale sa che non hai avuto nulla a che fare con quella storia. Sicuramente non nutre nei tuoi, nei nostri confronti, lo stesso odio che provava per Massimo.

 possibile,  possibile. Anche l'ultima volta che lo vidi, a Efeso, mi diede la sensazione che... che potessimo intenderci. Tuttavia quelle voci giunte a Roma... ed Eraclito...

Stai parlando del giuramento che avrebbe fatto da bambino, del suo odio eterno nei confronti dei Romani? domand Lucio rapidamente, senza aver bene inteso l'ultima parola del fratello.

S, esatto.

Ma non sappiamo nemmeno se corrisponde al vero, se sia stata una messa in scena per ingraziarsi Antioco.

No, non sappiamo nulla conferm Publio abbattuto. Si appoggi sul tavolo rovesciato e si rialz per andare a sedersi su un solium.  altro che mi preoccupa.

Che cos'altro ti preoccupa?

Publio sollev lo sguardo e lo fiss su Lucio.

Eraclito disse Publio. Eraclito, fratello continu vedendo l'espressione preoccupata di Lucio e volendo spiegarsi. Tutto cambia, noi cambiamo. Annibale, fratello, l'ho visto cambiato a Efeso. Annibale  il pi cinico, il pi freddo tra tutti i nemici contro cui abbiamo lottato. Sa che all'avversario si devono ridurre le possibilit, con qualunque mezzo. Lo fece in Italia, tagliandoci i rifornimenti, assediando tutte le citt nostre alleate finch queste non passarono dalla sua parte o furono piegate dalla fame; ci port quasi alla disfatta in maniera lenta e metodica; tuttavia mantenne sempre la dignit, rispettando i cadaveri dei consoli abbattuti, restituendomi l'anello di mio suocero dopo Zama. Ma se Annibale, ora, decidesse di non avere alcun riguardo? Per Annibale io sono il nemico da abbattere e sa che uccidendo mio figlio mi indebolirebbe. Sa che il dolore e la sofferenza annebbiano la mente e che le mie azioni sarebbero mosse da un fatuo rancore, inutile ma inevitabile. Io ho il compito di consigliarti su come affrontare la campagna, suggerirti le manovre sul campo di battaglia, come disporre le truppe; Annibale sa che uccidendo mio figlio intorpidir la mia abilit nel prendere le decisioni adeguate e allo stesso tempo placher la sua sete di vendetta.

Come pu Annibale sapere tutto questo?

Perch Annibale  capace di leggere negli occhi del nemico, d'interpretare il carattere di ogni avversario, ogni sua reazione; e mi conosce alla perfezione dopo tante battaglie, Ticino, Trebbia, Canne, Zama, e dopo le nostre conversazioni in Africa e in Asia. Publio sorrise amaramente. Accecato dal mio stesso orgoglio credetti che in ognuna di quelle conversazioni stessimo condividendo sincere opinioni, da combattente a combattente; invece ora credo che in quelle occasioni Annibale non facesse altro che analizzarmi, studiarmi, meditando, calcolando quale fosse il mio punto debole. Non sono sicuro se questo sia vero o frutto della mia immaginazione. Durante l'incontro a Efeso mi lasciai sfuggire che la famiglia era per me la cosa pi importante, arrivai a confessargli che il dolore per un figlio era l'unica cosa che equivale all'essere circondato da un esercito numeroso il doppio del proprio; s, gli dissi qualcosa del genere, non ricordo le parole esatte, ma ricordo che mi ascoltava, mi ascoltava attentamente. Lo capisci, ora, Lucio? Per Giove Ottimo Massimo! Capisci, ora, la mia rovina? Anche se Annibale non nutrisse odio nei miei confronti, gli converrebbe comunque ammazzare mio figlio: non per vendetta, ma per ottenere un successo in questa nuova guerra. Sar per lui una necessit. Anche se si tratta di un gesto ignobile, non esiter a farlo se servir a vincere. Gi in passato si serv di rinnegati delle legioni in Italia facendoli passare per nostri soldati per farsi aprire le porte di pi di una citt. C' stato un momento in cui avevo un'opinione ben chiara di Annibale e credevo alla nobilt del suo animo guerriero, ma ora, oggi, mi viene solo in mente che Annibale  capace di compiere tutto ci che pu per indebolire il nemico.  spietato perch la guerra stessa lo . Lucio, il ragazzo  completamente perduto. Rimane solo la speranza che gli uomini di Antioco lo salvino dalla spietata intelligenza militare di Annibale.

Possiamo inviare dei messaggeri ad Antiochia, dove probabilmente si trova Antioco. Potremmo arrivare a un accordo se... Ma Lucio non os terminare la frase.

Se il ragazzo  ancora vivo? Questo volevi dire? disse Publio guardando a terra.

S.

Cal un breve silenzio.

D'accordo rispose Publio senza sollevare lo sguardo. Invia dei messaggeri ad Antioco. Promettigli quello che vuole. Solo, riportami Publio.

Lucio annu un paio di volte. Il console di Roma usc da quella tenda, lasciando il pi grande generale del suo esercito solo, ferito, distrutto, completamente perduto.

59.

IL MESSAGGIO DEI DAHI.

Antiochia, Ottobre del 190 a.C.

I guerrieri dahi si prostrarono davanti al loro signore. Il re Antioco ordin loro di alzarsi. Quei soldati, dopo aver visto per la prima volta in vita loro le gigantesche mura della citt iniziate da Seleuco I e terminate da Antioco III, ammirato l'impressionante teatro e i maestosi ponti sul fiume Oronte, cavalcato sulle magnifiche strade e attraversato la grandiosa piazza del Ninfeo, ora, circondati dalle imponenti pareti del salone reale di Antiochia, si sentivano ancora pi piccoli e insignificanti. L'unica cosa che manteneva in loro un minimo di altezzosit di fronte a quella esibizione di ricchezza e potere, era sapere di essere portatori di informazioni essenziali per il re. Loro erano guerrieri, abituati alla vita nomade, a mangiare sotto le stelle, a dormire per terra e a lottare sul campo di battaglia. Antiochia appariva ai loro occhi un altro mondo, un altro universo, il regno del loro padrone.

Eraclide dice che portate importanti notizie disse il re dal suo trono ricoperto d'oro e pietre preziose, guardando il consigliere rinsecchito che aveva sostituito Epifane.

Eraclide si dimostrava sempre favorevole alle idee di Seleuco e il re sapeva che rappresentava una semplice appendice di suo figlio e forse anche di Antipatro; ma era pur vero che si trovava al suo servizio da molti anni, era sempre stato leale, e cos Antioco lo aveva accettato, mantenendo per Annibale come contrappeso nel gruppo di consiglieri. Il tempo avrebbe messo ciascuno al suo posto.

Il tempo e la guerra.

Di fronte al silenzio dei dahi, che il re interpret correttamente quale segno di rispetto e timore verso la sua persona, Antioco ripet il suo invito a parlare.

Avete fatto molta strada per arrivare fin qui. Ditemi quali notizie portate dal Nord.

Inginocchiato, mantenendo lo sguardo basso, uno dei guerrieri cominci a parlare.

Veniamo dalla Lidia, mio signore. L, durante una delle nostre incursioni nei territori della Misia, abbiamo catturato due Romani che facevano parte di una pattuglia di ricognizione delle legioni. Pare che uno dei due prigionieri sia il figlio di un grande generale di Roma.

Il re di Siria aggrott la fronte e guard di sbieco Eraclide, che si manteneva in piedi, silenzioso e serio, al suo fianco.

Quale generale? Il console di Roma, Lucio Cornelio Scipione? domand il re, che cominciava a dimostrare autentico interesse per quella visita.

No, mio signore. Crediamo che si tratti del figlio del fratello del console, il generale romano Publio Cornelio Scipione, colui che viene chiamato Africanus.

Per Apollo! Abbiamo preso il figlio del generale romano che ha sconfitto Annibale a Zama! esclam Antioco alzandosi dal trono imperiale. Guard di nuovo Eraclide e si sorprese, perch si aspettava di vedere un ampio sorriso sul volto del nuovo consigliere per quella meravigliosa notizia, ma quello rimaneva impassibile, impenetrabile.

Il guerriero dahi, senza mai alzare lo sguardo, riprese a parlare, e le sue parole fornirono la giustificazione all'espressione seria di Eraclide.

Per c' un problema, mio signore.

Un problema? Il re torn a sedere sul trono. Non capiva come avere in ostaggio il figlio del pi grande generale di Roma potesse convertirsi in un problema.

Vedi, mio signore... Il guerriero dahi aveva la gola secca. Annibale... Annibale... Annibale... Ma non riusc a terminare la frase.

60.

L'ETERA DI ABYDOS.

Abydos, Novembre del 190 a.C.

Attilio, medico veterano delle legioni di Roma, o per meglio dire delle legioni degli Scipioni, come lui preferiva chiamarle dal momento che era sempre stato al servizio di Publio Cornelio Scipione prima e del fratello Lucio poi, aveva deciso di prendersi una pausa. Negli ultimi mesi la campagna in Grecia si era svolta principalmente in mare, e le battaglie navali di agosto e settembre erano state cruente. Prima la flotta romana aveva sconfitto quelle siriana e fenicia comandate da Annibale. I Fenici erano degli abili commercianti ma come militari lasciavano alquanto a desiderare. Poi c'era stata la battaglia navale tra la flotta siriana di Antioco, che era salpata da Efeso sotto il comando di Polisinide, e la flotta romana al comando di Emilio Regillo partita da Samo. I Romani avevano ricevuto aiuto dai Rodii comandati da Eudamo. Le due flotte rivali si erano incontrate in mare, vicino a capo Mionesso e, ancora una volta, i Romani ne erano usciti vincitori. In ogni caso, che fossero per mare o per terra, le battaglie producevano centinaia di feriti e, nonostante le vittorie, la flotta romana aveva dovuto far fronte ai suoi.

Regillo aveva chiesto aiuto alle legioni degli Scipioni mentre queste avanzavano in Grecia e molti dei marinai feriti dalle frecce o lance, o dagli impatti tra le diverse imbarcazioni, erano stati trasportati a terra, nell'accampamento delle legioni. Attilio era stato oppresso dal lavoro per settimane. E doveva ringraziare gli di che Antioco avesse ordinato alle truppe siriane di ritirarsi da Lisimachia senza entrare in combattimento. Il medico, come tutti gli uomini che accompagnavano le legioni romane, sapeva che si era trattato di una ritirata strategica. Il monarca siriano si era reso conto di non poter difendere una posizione dall'altra parte dell'Egeo con una flotta distrutta, cos aveva richiamato le sue forze in Asia. Questa ritirata aveva dato ad Attilio un po' di respiro: perci, dopo aver attraversato l'Ellesponto con una certa tranquillit ed essersi installati nella prima citt asiatica amica di Roma che avevano incontrato, Abydos, il medico aveva deciso di far visita a una delle case di etere pi note del luogo.

Come gli aveva spiegato un centurione mentre lui gli medicava un taglio ricevuto durante l'addestramento, vicino al porto, tra le banchine, proprio dove terminavano i depositi, c'era un vecchio edificio dove si potevano trovare le pi belle etere della citt. Attilio aveva sentito spesso parlare delle famose etere greche, una via di mezzo tra prostitute e dame di compagnia. Si prostituivano, questo era vero, ma erano dotate di raffinatezza oltre che di bellezza, erano colte e un uomo poteva disquisire con loro di letteratura, filosofia o storia; molte di loro sapevano danzare con autentica sensualit e tutte sapevano fare ci che pi interessava ad Attilio. Una notte di delizie trascorsa con un'etera era la scelta migliore per godere di uno dei piaceri mondani pi squisiti.

Naturalmente si trattava di un intrattenimento assai caro, alla portata di pochi. Per coloro che avevano poco denaro, Abydos offriva semplici pornai o prostitute di strada, ma Attilio sapeva che esisteva una correlazione tra quelle donne e certe malattie mentali, che aveva spesso incontrato nei porti di tutto il mondo, cos che, approfittando della generosit con cui gli Scipioni pagavano i suoi servigi, decise di dilapidare parte del suo patrimonio per ricevere la compagnia di quelle splendide etere di Abydos.

Gli apr la porta una donna anziana, vestita di una tunica, con un'espressione severa in volto, ma che appena ebbe notato l'eccellente presenza del medico romano di origine tarantina, s'illumin in un grazioso sorriso che fece intuire ad Attilio che quella donna, nonostante i vari denti mancanti, in giovent doveva essere stata molto bella.

Un Romano... disse la vecchia etera. Qui i Romani sono sempre i benvenuti. Conquistatori di terre lontane, siete arrivati fino alle nostre coste.

Attilio sorrise lievemente, evitando di precisare che la sua origine era pi greca che romana e comprendendo che la donna faceva riferimento alla tunica legionaria che lui indossava. La donna consider quel silenzio il segnale che il nuovo venuto non era uomo di troppe parole.

Ti presenter le etere che ho a disposizione per questa sera, per prima devo sapere se sei disposto a pagarne il prezzo.

Attilio tir fuori una piccola borsa di pelle, l'apr e fece cadere varie monete d'oro sul palmo della sua mano. L'anziana guard il metallo dorato soddisfatta e non aggiunse altro. Attilio rimise allora le monete dentro la borsa ed entr. Dopo un paio di minuti la donna torn accompagnata da un'incantevole giovane.

Un uomo con le tue qualit merita il meglio disse l'anziana. Aret  la pi bella e delicata di tutte le ragazze che ho avuto in questa casa. Sono sicura che ne sarai soddisfatto.

Attilio osserv bene la giovane. Doveva avere diciotto, diciannove anni. Vestita di una tunica rossa, i lineamenti del suo viso risplendevano nonostante la penombra che li circondava. Le sue braccia nude mostravano una pelle delicata, schiarita da una polvere bianca, quasi trasparente1, che proveniva dall'Oriente e che, mescolata al miele, nascondeva la tonalit scura delle pelli abbronzate dal sole del Mediterraneo. Le guance, invece, erano tinte di un rosso estratto da certe alghe. I capelli lunghi, corvini, minuziosamente pettinati e decorati da fermagli di osso e avorio, erano raccolti, e ci indicava che si trattava di un'etera di alto livello. Le sopracciglia erano nere, ripassate da una tinta di fumo. Odorava di pulito: la giovane si era lavata con argilla, un sale bianco traslucido2 e una pasta che aveva poi eliminato con un rasoio per depilarsi. Portava vari bracciali ai polsi e alle caviglie. La cosa pi inconsueta era che la ragazza non teneva lo sguardo basso, come ci si sarebbe aspettati, ma guardava direttamente negli occhi l'uomo che la stava studiando. Il suo non era per uno sguardo di sfida o nervoso, piuttosto era accogliente e seducente.

La vecchia decise di rispondere a quella fronte corrugata apparsa sul volto di Attilio.

Consegno Aret solo agli uomini che intuisco sapranno trattarla col rispetto che merita. Se stai cercando una qualunque posso presentarti altre donne.

No disse Attilio. Voglio lei.

Bene, grazie agli di, rispose l'anziana cominciavo a pensare di parlare a un muto.

Sono solo un uomo di poche parole. Credo che i fatti siano ci che conta. E consegn cinque monete d'oro all'anziana.

La vecchia per rimase in piedi, con il palmo aperto, interponendosi tra lui e la giovane. Il medico torn ad aprire la borsa e rovesci altre sette o otto monete sul palmo della donna. Questa chiuse allora la mano in un pugno anchilosato e rugoso per via degli anni e della vita dissoluta, e non pot evitare di lanciare un'altra occhiata alla borsa che Attilio aveva riposto sotto la tunica, poich l'avidit non conosce limiti. Dovette tuttavia considerare che il medico si era dimostrato generoso, non aveva senso chiedere di pi. Un prezzo giusto fa sempre ritornare il cliente. Cos, senza aggiungere altro, se ne and.

Attilio e la giovane etera rimasero soli. Il medico delle legioni di Roma non sapeva che cosa fosse conveniente dire in simili circostanze.

Devi essere stanco cominci quindi la ragazza con tono cordiale, pronunciando le parole con voce dolce e in un perfetto greco. Il viaggio delle legioni romane fin qui dev'essere stato lungo. Forse un bagno potrebbe essere di tuo gradimento. Percependo la reticenza di Attilio, la giovane aggiunse altre dolci parole accompagnate da un tenero sorriso e prese con la sua mano delicata quella del medico. Un bagno con acqua tiepida, sali e... me.

Attilio comprese allora che stava per trascorrere la migliore serata della sua vita.

1. Carbonato di piombo, conosciuto anche con il nome di cerussite o biacca, secondo la denominazione araba. Le regioni della Siberia continuano a essere la maggior fonte di questo minerale.

2. Carbonato di sodio.

61.

GLI EMISSARI DI ANTIOCO.

Abydos, Novembre del 190 a.C.

La pioggia cadeva incessante sull'accampamento romano che le legioni in Asia avevano innalzato alle porte di Abydos. Le danze in programma per il sacerdozio del salio erano terminate, ma loro erano ancora l, bloccati nella costa settentrionale dell'Asia in attesa di ricevere notizie su Publio figlio.

Lucio Cornelio Scipione, nervoso per il ritardo accumulato nelle operazioni militari, stava controllando insieme al questore gli approvvigionamenti rimasti, quando il proximus lictor irruppe nella tenda e si ferm all'entrata, in piedi, attendendo con ansia il permesso di parlare.

Lucio lo guard e questo fu sufficiente.

 arrivata un'ambasciata dalla Siria. Dicono che vogliono parlare con il console, che  molto importante.

Portatemi qui questi ambasciatori, entro mezz'ora al massimo. Prima date loro da mangiare e da bere al riparo dalla pioggia, e tu va' personalmente a chiamare mio fratello.

Il proximus lictor assent, si port la mano al petto e usc rapido dalla tenda. Lucio conged anche il questore e rimase solo, attendendo l'arrivo del fratello. Publio non si era sentito bene. La preoccupazione per le sorti del figlio sembravano avergli fatto tornare le febbri dell'Hispania. Lucio si sedette sulla sella curulis posizionata al centro della tenda. Questa ambasciata recava senz'altro notizie del nipote. Strinse le labbra. La situazione in Asia si stava facendo troppo complicata e loro, per il momento, avevano attraversato solo l'Ellesponto.

Publio fece irruzione come se il vento stesso della tormenta che si stava scatenando all'esterno lo avesse spinto fin l. Era vestito con la corazza, i gambali e la spada infoderata, come se fosse pronto a entrare in combattimento. La pioggia lo aveva bagnato dalla testa ai piedi ma non sembrava importargli. Il sudore della febbre si mescolava all'acqua che gli di stavano versando su quelle terre.

Hai saputo qualcosa? domand senza occultare la propria inquietudine.

No. Ho preferito aspettare che tu fossi qui con me prima di riceverli.

Publio annu varie volte. Suo fratello era il console adesso, ma continuava a dimostrargli un rigoroso rispetto.

Sono fradicio disse sedendosi su un solium accanto alla sella curulis.

Lucio chiam uno schiavo e ordin dei teli puliti con cui suo fratello potesse asciugarsi.

Devono avere qualche informazione sul ragazzo comment Publio mentre si passava un panno sulla corazza da guerra. Per Ercole, che parlino o li far parlare a forza di botte.

Lucio lo guard senza dire nulla. Forse sarebbe stato meglio ricevere da solo l'ambasciata e poi discuterne con suo fratello, ma aveva voluto che lui fosse presente, essendo ben nota la sua sagacia negli incontri con ambasciatori stranieri in Hispania, Sicilia, Africa, qualit che perfino il Senato, seppur manipolato da Catone, riconosceva. Tuttavia, ora era troppo offuscato dal dolore per la perdita di suo figlio.

Due lictores entrarono nella tenda e i pensieri di Lucio svanirono di colpo. Dietro ai lictores avanzavano due uomini: agghindato il primo, il pi giovane anche se di et gi matura, con la tenuta di ufficiale dell'esercito di Siria, una corazza anatomica e un gonnellino di cuoio che imitava l'antico stile dei veterani di Alessandro Magno, mentre il secondo, pi anziano, era coperto da una lunga tunica grigia. Entrambi rimasero in piedi, di fronte ai due Scipioni, circondati dal resto dei lictores del console.

L'ufficiale siriano era stato convenientemente disarmato. All'anziano era stato invece permesso di tenere il lungo bastone al quale si appoggiava. Il guerriero siriano guardava i due generali romani senza sapere a chi dovesse rivolgersi.

Avete richiesto un incontro con il console di Roma, ufficiale. Io sono Lucio Cornelio Scipione, console di Roma e generale in capo delle legioni che hanno attraversato il mare.  a me che dovete rivolgervi. Colui che mi accompagna  Publio Cornelio Scipione, a molti noto come Africanus.  mio fratello e il mio consigliere.

L'ufficiale siriano guard Lucio e s'inchin leggermente. Poi guard Publio e ripet il gesto. Cos, era quello il famoso generale romano che aveva sconfitto Annibale? Trovarselo di fronte gli fece un certo effetto.

Il mio nome  Antipatro, generale dell'esercito siriano, e vengo, in nome di Antioco, Basileus Megas, signore di tutto l'Oriente, re di Siria e di tutti i territori dall'Indo fino all'Ellesponto, a ricordare ai Romani che devono ripartire dall'Asia immediatamente o le loro truppe saranno annientate dal nostro esercito, com' successo a tutti i nemici del grande re.

Antipatro, replic Lucio con fermezza Roma riconosce il dominio del tuo re sui territori d'Oriente, per il tuo re ha attaccato prima l'Egitto, alleato di Roma, privandolo della Celesiria, poi ha attraversato l'Ellesponto e ha assediato le citt greche alleate di Roma, e ora noi abbiamo attraversato il mare perch il tuo re sta minacciando i regni di Pergamo e di Rodi, entrambi alleati di Roma.  il re Antioco a dover retrocedere nei suoi antichi domini e abbandonare l'Asia Minore.

Antipatro lanci uno sguardo obliquo al suo anziano compagno. Questi, allora, prese la parola.

Sono Eraclide, consigliere del re Antioco, Basileus Megas, signore d'Oriente e di tutti i territori dell'antico impero di Alessandro Magno. Console di Roma, non frapponetevi tra il re Antioco e il suo destino. Non  consigliabile, nel vostro interesse. Eraclide vide con la coda dell'occhio che l'altro generale romano allontanava la schiena dal suo solium. Aveva catturato la sua attenzione. No, non  consigliabile. Sarebbe pi conveniente per voi cessare di opporvi alle giuste pretese che Antioco avanza su Pergamo, Rodi e gli altri territori in Asia, poich l regnarono i suoi antenati e l dovr regnare lui, restituendo a ogni cosa il suo ordine. Gli di cos desiderano ed esiste perfino una profezia dei Giudei che lo pronostica.  possibile che uomini saggi come voi non lo intendano? Ma il grande re Antioco  un monarca generoso e desidera facilitare il ritorno delle vostre truppe in Grecia e quindi a Roma. Il re  disposto a pagare in oro le spese del vostro viaggio di ritorno, le spese totali di tutta la campagna sostenute finora e, come dimostrazione della sua buona volont,  pronto anche a riconsegnarvi il figlio di Publio Cornelio Scipione non appena vi sarete ritirati dall'Asia.

Lucio apr la bocca ma non disse nulla. Non sapeva cosa rispondere. Era in gioco la vita di suo nipote, sempre che fosse ancora vivo. Alla sua destra, Publio si alz lentamente e rimase in piedi accanto a lui, fissando intensamente l'anziano consigliere del re Antioco. Contrariamente a quanto Lucio si sarebbe aspettato, suo fratello cominci a parlare con tono tranquillo, come se si stesse rivolgendo a un vecchio amico.

Eraclide, consigliere del grande re Antioco, Basileus Megas, signore d'Oriente e di tutto ci che vuoi, ti dir io cosa riferire al tuo monarca quando ritornerai ad Antiochia. Eraclide, di' al tuo re che se desiderava la pace e che non entrassimo in Asia avrebbe dovuto fermarsi a Lisimachia. La sua ritirata ci ha spianato il cammino per attraversare l'Ellesponto. Con quella ritirata il tuo re ha accettato la nostra avanzata. Chi permette all'avversario di entrare nella propria casa non pu poi pretendere di cambiare la situazione offrendo un po' di oro. L'Asia non  propriet solo di Antioco, non fino alla cordigliera del Tauro. Dal mare fino al Tauro sono territori indipendenti da Antioco e regni alleati di Roma. Denaro? Oro? Credi davvero che il tuo re possa comprare un console di Roma, mio fratello, o un senatore come me, princeps senatus di Roma? Credi davvero che il primo fra i senatori di Roma sia in vendita?

Il tono di Publio continuava a essere conciliante, ma il contenuto del suo discorso e le domande retoriche lasciarono Eraclide senza parole, senza possibilit di replica, mentre Publio continuava il suo intervento, per alzando il tono della voce a poco a poco.

Ti ho fatto una domanda, consigliere di Antioco, credi forse che il princeps senatus sia in vendita? E gridando a pieni polmoni: Credi che io sia in vendita?.

Eraclide e il generale Antipatro fecero un passo indietro. Publio smise di gridare, per le parole che cominciarono a uscire dalla sua bocca fluirono come un torrente in piena nella pi terribile delle tempeste. I tuoni della sua rabbia si mescolavano a quelli che provenivano dall'esterno e che fustigavano furiosamente le pareti della tenda del praetorium.

Noi non accetteremo mai nulla dal tuo re! Antioco vuole pagare con l'oro la nostra ritirata? Certamente: pagher in oro le spese di tutta la campagna, ma prima dovr ritirarsi oltre le montagne del Tauro e dovr cominciare a farlo immediatamente. Il re desidera restituirmi mio figlio? E sia, per Giove, questo lo accetter privatamente, ma senza alcuna contropartita pubblica. L'unica cosa che posso promettere in cambio di mio figlio  che la vita del re sar risparmiata se entreremo in combattimento, dato che, come non potrebbe avvenire diversamente, il suo esercito sar completamente annientato dalle nostre legioni. Ho conquistato l'Hispania e l'Africa, consigliere, e se dovr conquistare l'intera Asia per recuperare mio figlio lo far; e quando avr di nuovo mio figlio con me, dopo aver distrutto il vostro esercito, non avr misericordia per nessuno di voi, n per te, consigliere reale, n per te, generale del suo esercito disse spostando lo sguardo su Antipatro e poi tornando su Eraclide. N per il vostro re. Poi, aumentando ancor di pi il tono della voce, aggiunse: Voglio mio figlio qui, e subito! Un senatore e un console di Roma non sono in vendita! Di' al tuo re che accetti le nostre condizioni di pace se vuole rimanere vivo!. Quindi continu con un tono di voce pi basso: La mia generosit per la restituzione di mio figlio a titolo privato pu essere immensa, ma non negozier nulla con il tuo re a titolo pubblico che non sia la completa accettazione delle condizioni che ho appena menzionato. Digli, infine, che la mia ira, l'ira di Publio Cornelio Scipione,  una forza che, ti assicuro, consigliere Eraclide... ti assicuro che il tuo re ignora.

E tacque.

Publio fece qualche passo indietro e si sedette sul solium. Era stanco. Sentiva che la febbre si stava di nuovo impadronendo del suo corpo. Un sudore freddo cominciava a scivolargli sulla fronte e il cuore gli pulsava nelle tempie.

 stato detto tutto precis Lucio guardando gli ambasciatori siriani.

Trasmetter al mio re la vostra risposta fu la secca replica di Eraclide, che non pot fare a meno di notare le gocce di sudore freddo che brillavano sulla fronte del fratello del console.

Quindi entrambi gli ambasciatori uscirono dalla tenda, e dietro di loro i lictores.

I due fratelli rimasero in silenzio per qualche minuto.

A quanto pare il ragazzo  vivo os dire Lucio.

Cos pare biascic Publio tra i denti. Per non abbiamo nessuna prova che sia realmente cos.

La pioggia tamburellava sulla tela grezza della tenda. Un potente lampo illumin l'interno e al contempo si ud un tuono assordante.

Hai agito bene, fratello disse Lucio.

Publio annu lentamente.

Non possiamo cedere al ricatto di Antioco, non possiamo venderci. Non possiamo farlo nemmeno per mio figlio... Poi, dopo un gelido istante, un fugace brillio dal cielo e un altro terribile tuono, concluse con autentica tristezza: Emilia non me lo perdoner mai. Mai.

Eraclide e Antipatro accettarono rifugio dalla tormenta in una piccola tenda situata vicino alla palizzata dell'accampamento. Due calones portarono loro un po' di vino, pane, formaggio e frutta, quindi li lasciarono soli.

Antipatro sbirci fuori dalla tenda.

Hanno posizionato varie sentinelle. Si stanno inzuppando ma rimangono qui fuori spieg asciugandosi l'acqua dalla fronte.

L'anziano consigliere rimase in silenzio. Si era seduto su una delle piccole sellae che gli schiavi avevano portato insieme al cibo.

La cosa migliore che possiamo fare  mangiare qualcosa continu Antipatro. Il cibo  l'unica cosa che abbiamo ottenuto da questa ambasciata.

Eraclide, con stupore dell'ufficiale, sorrise: Io non direi che non abbiamo ottenuto nulla.

Antipatro guard il vecchio consigliere del re con la fronte corrugata mentre sbocconcellava pane e formaggio.

E cosa avremmo ottenuto? chiese senza smettere di masticare a bocca aperta.

Eraclide sospir e guard dall'altra parte.

Abbiamo scoperto qualcosa di molto importante per il nostro re, e di ancor pi importante per Seleuco.

Antipatro si sedette su un'altra sella.

Per Apollo, cosa abbiamo scoperto di cos importante?

Eraclide sorrise ancora. Quanto potevano essere stupidi i militari. Si stavano dirigendo verso l'assoluta vittoria e quel generale non se ne rendeva conto. Seleuco avrebbe comandato parte dell'esercito vittorioso. Il re sarebbe stato soddisfatto. Seleuco sarebbe stato premiato, e questi, a sua volta, avrebbe premiato lui, Eraclide, garantendogli una vecchiaia nel lusso e nelle comodit.

Adesso sappiamo che Publio Cornelio Scipione, colui che chiamano Africanus, cominci a spiegare Eraclide come se si stesse rivolgendo a un bambino il generale che realmente comanda le legioni, che ha sconfitto i Cartaginesi e piegato Annibale... adesso sappiamo, Antipatro, che il generale  malato. Molto malato.

Sar vivo per davvero? chiese Publio tra i tuoni della tormenta.

Suo fratello Lucio guardava a terra.

Perch mentirci? Non avrebbe alcun senso.

A meno che non sia morto e stiano tentando di prendere tempo. Per Giove, questa tensione  insopportabile, Lucio!

La pioggia colpiva a raffiche le pareti della tenda scossa dal forte vento. Publio era gelato. Le febbri erano salite. Era il momento peggiore per ammalarsi di nuovo. Doveva trovare la forza di resistere, almeno fin quando non si fossero chiarite le condizioni di suo figlio.

Questi ambasciatori non sono uomini qualunque comment Lucio.

Coprendosi con un mantello simile al paludamentum di suo fratello ma di colore grigio anzich porpora, Publio conferm quell'opinione.

S. Da quanto ci ha riferito Scopa, Antipatro ha comandato la falange centrale nella battaglia di Panion, quando Antioco ha distrutto l'esercito egizio. Ed Eraclide sembra parlare con la sicurezza di chi  molto vicino al re.

Potremmo imprigionarli e richiedere il ragazzo come riscatto comment Lucio con il tono speranzoso di chi cerca la soluzione a un enigma impossibile.

 un'idea, rispose Publio per dubito che Antioco accetterebbe. Certamente ha altri ufficiali e consiglieri al suo servizio, tutti speranzosi di non rivedere coloro che ha inviato qui. Temo inoltre, caro fratello, che imprigionandoli non faremmo altro che irritare maggiormente l'orgoglio ferito di Antioco. Da quando quella pietra scagliatagli addosso presso le Termopili gli ha distrutto i denti, ha preso questa guerra come una faccenda personale.

Lucio assent. Pens che la minaccia finale di suo fratello rivolta a quei Siriani avrebbe sortito lo stesso effetto su Antioco, ma era stata una chiara dimostrazione della rabbia e del dolore che provava e non aveva senso rimarcare la cosa. Publio torn a riformulare la domanda che lo tormentava, mentre si avvolgeva stretto il suo mantello militare.

Sar ancora vivo?

62.

LA PROPOSTA DI ATTILIO.

Abydos, Novembre del 190 a.C.

Attilio era immerso nell'acqua arricchita da alcuni olii la cui essenza pareva ampliare le sue capacit respiratorie. Aret, la giovane etera, gli massaggiava la schiena dentro la piccola piscina. Le mani delicate della ragazza e la dolcezza della sua voce rilassarono Attilio come non ricordava gli fosse mai capitato. Ci che la ragazza gli stava raccontando non erano argomenti teneri come la sua voce, ma lei non comunicava alcun sentimento di rancore o di odio. Alle domande di Attilio sulla sua origine, Aret aveva risposto serenamente, narrando la storia della sua vita con una falsa passione. Era la storia che aveva raccontato in numerose occasioni. Tante che Aret talvolta dubitava che quella fosse stata la sua vera vita. Circondata dal lusso della casa delle etere di Abydos, la povert del passato pareva ora un ricordo solo immaginato. Anche se era costretta a giacere con molti uomini, l'anziana selezionava per lei, almeno per il momento, solo i migliori, i pi ricchi e, di solito, solo quelli che sapevano comportarsi decentemente.

Sono nata a Sidone, e l mi trovavo quando ci fu l'assedio dei Siriani che mise fine alla vita dei miei genitori per colpa della fame. Preferiva raccontare quella versione, omettendo che il padre, ancora vivo, l'aveva consegnata al vecchio medico. Sono sopravvissuta solo grazie a mia madre prima e poi a mio padre, che lasciavano a me il poco cibo che riuscivano a racimolare. Quando Scopa, lo stratego greco, riusc a negoziare la fine dell'assedio, scappai insieme a un uomo di cui i miei genitori si fidavano. Lui mi fece vivere bene e mi insegn perfino qualche segreto della sua professione, per mor presto, quando ero ancora bambina, e prima di morire mi port in questa casa, dove, mi disse, non mi sarebbe mancato nulla. Mi spieg che c'erano esistenze ben peggiori di questa, e sono sicura che avesse ragione. La padrona mi accett perch mi considerava bella. Da allora ho vissuto sempre qui e non me ne lamento. Qui ho appreso la musica, la danza e ho imparato a leggere, anche se in realt cominciai a leggere grazie all'insegnamento del mio padre adottivo. Per qui ho potuto imparare meglio. Una buona etera deve conoscere pi cose possibili per poter intrattenere gli uomini pi importanti della citt dice sempre l'anziana. E poi, naturalmente, devo saper fare questo.

Aret interruppe il suo racconto e baci il collo ruvido di Attilio. Poi si scans e prese la caraffa di vino a lato della piscina. Attilio allung il braccio con la coppa vuota in mano e la ragazza la riemp. Attilio bevve un buon sorso senza smettere di osservare i delicati lineamenti e le labbra carnose di quella giovane. Aret era nuda e aveva i seni scoperti. Il medico desiderava ardentemente quei piccoli capezzoli.

Il medico delle legioni di Roma decise che era gi stato in acqua per un tempo sufficiente e che aveva ascoltato abbastanza delle storie raccontate dalla ragazza, su Abydos, sugli eserciti, sulla sua vita. Ora voleva altro. Si sollev e la giovane, brava a interpretare i desideri degli uomini, si alz a sua volta e pass un telo all'anziano. Attilio cominci ad asciugarsi il petto, le braccia, poi mise un piede sul bordo della piscina. Il troppo vino per lo fece barcollare, inciamp e cadde bruscamente dentro la piscina sbattendo una tempia. Intontito, quasi privo di sensi, sprofond nell'acqua. Si rese conto di non poter respirare, ma immediatamente qualcuno lo tir fuori e l'aria torn a circolare nei suoi polmoni. Ripresa conoscenza, si mise a sedere e poi, sostenuto dalla giovane, ce la fece a uscire dall'acqua.

La ragazza lo aiut a distendersi a terra.

Arrivo subito disse prima di scomparire.

Attilio sentiva un dolore pulsante alla tempia. Si port la mano alla parte sinistra del volto e tocc il sangue caldo. La giovane torn dopo pochi istanti con una bacinella di bronzo piena d'acqua e teli puliti. Attilio rimase sorpreso; era ci che stava per chiederle.

Ti far un po' male, ma sar meglio farlo disse lei ripulendo la ferita con attenzione e tamponando il sangue.

Attilio si sentiva come uno dei suoi feriti dopo una battaglia campale, ma subito un sorriso comparve sul suo volto. Quanto sarebbe piaciuto ai legionari di Roma che il loro medico assomigliasse anche solo un poco a quella splendida ragazza.

Sorridi? domand la giovane. Non ti fa male?

S, ma non  nulla. Attilio corrug la fronte. Ti intendi di ferite?

La ragazza annu mentre sostituiva il panno macchiato di sangue con un altro pulito.

Il medico che mi prese con s mi insegn molte cose. Per una donna non pu essere medico, per questo sono qui.

Attilio la guard senza nascondere la propria ammirazione.

Passarono varie ore insieme. Attilio tent di recuperare sufficienti forze per fare sua quella bella e misteriosa etera, per l'et, il colpo alla testa e il vino erano nemici troppo potenti contro cui lottare. Rest quindi accanto a quella giovane senza poter consumare ci che era venuto a cercare in quella casa e per cui aveva speso tanto denaro.

All'alba, mentre Aret gli cambiava il bendaggio alla ferita, Attilio, sorprendendosi di se stesso, decise di farle una proposta.

Potresti venire con me... all'accampamento romano... e aiutarmi. Servono sempre mani che sappiano lavare una ferita, bendare... Gli assistenti non mi bastano mai. Davanti al silenzio della giovane, si sent in dovere di spiegarsi. Ai Romani, come a qualunque altro esercito, interessa pi uccidere che mantenere in vita, ma Scipione, l'Africanus, tra tutti i generali che ho incontrato  quello che pi si preoccupa dei feriti. Io per non ho mai abbastanza assistenti dopo una battaglia... Tu potresti aiutarmi.

Aret aveva terminato il bendaggio. Era vestita di una bianca tunica di fine lana di Taranto. Attilio accarezz la manica di quella tunica; sapeva riconoscere al tatto la lana della citt della sua famiglia. Gli ricordava la propria infanzia.

Non credo che sia una buona idea... cominci a dire la ragazza, ma lui la interruppe senza smettere di accarezzarle il braccio.

Non dovrai necessariamente giacere con me. Non dovrai farlo con i legionari. Con nessuno. Sarai una schiava che ho comprato. Nessuno ti toccher.

Aret riflett attentamente prima di rispondere. Lei non era una schiava, e non intendeva esserlo, per aveva il presentimento che le cose non sarebbero sempre andate cos bene per lei, in quell'angolo di mondo, nella casa delle etere di Abydos. La sua bellezza non sarebbe durata per sempre. A un certo punto avrebbe smesso di essere selezionata per i clienti pi raffinati, come quel medico. I suoi giorni, e ancor di pi le sue notti, si sarebbero presto macchiati della saliva di miserabili che avrebbero fatto di lei ci che volevano. Non la chiamavano schiava, ma in fondo che cos'altro era?

Dovrai pagare molto denaro all'anziana rispose infine.

Attilio assent contento. Il denaro non gli mancava.

Aret medit qualche minuto mentre il medico continuava ad accarezzarla, finch la ragazza decise di accettare.

Aret cess di essere etera quella mattina stessa. Pens fosse meglio essere la schiava di un Romano delle legioni che avevano appena attraversato l'Ellesponto che rimanere l, sottomessa ai desideri dei visitatori di quella casa di Abydos.

Si meravigli tuttavia nel vedere l'anziana tanto contenta di venderla in cambio dell'intera somma contenuta nella borsa di pelle di Attilio. Quello le conferm definitivamente di aver preso la decisione giusta. Solo una spina continuava a tormentare la sua mente: aveva appena legato il suo destino a quello di un Romano. E se le legioni fossero state sconfitte dal re di Siria? Lei aveva gi patito la guerra eterna che Antioco manteneva in Asia. Avrebbe vissuto nuovamente quel dolore?

Com' il vostro generale? domand.

Attilio spalanc gli occhi, un poco confuso, mantenendo lo sguardo fisso sulla strada su cui stava conducendo il carro. Inizialmente non rispose, assorto com'era a guardare avanti. Non voleva mettere sotto alcun passante. Aveva dormito poco e si sentiva stanco. Avrebbe dovuto accettare la guardia di protezione che gli offrivano regolarmente quando si recava in citt, ma aveva preferito mantenere la discrezione durante la sua visita alla casa delle etere.

 migliore di Scopa, lo stratego etolico? chiese in maniera pi precisa Aret.

L'Africanus  il miglior generale al mondo.

L'affermazione di Attilio pareva assolutamente decisa, ma lei, da bambina, aveva udito molti Etoli ed Egizi dire lo stesso di Scopa; e Scopa era stato poi spazzato via dalle truppe siriane come una foglia al vento. Aret chiuse gli occhi e, come in tante occasioni del passato, preg Eshmun di proteggerla.

63.

LA DECISIONE DI ANNIBALE.

In prossimit di Magnesia., Lidia, centro dell'Asia Minore, Novembre del 190 a.C.

Publio figlio era seduto sulla sedia che le nuove guardie gli avevano portato. Adesso era sotto la custodia dei soldati cartaginesi, veterani delle campagne in Hispania, Italia e Africa che avevano seguito il loro grande generale lungo tutti i confini del mondo. Negli sguardi di quei soldati Publio figlio aveva colto la lealt assoluta con cui seguivano Annibale. Sguardi. Gli torn in mente il volto di Afranio, con quegli occhi ricolmi di paura mentre veniva ucciso dalla spada di Annibale. Quell'ultimo sguardo di Afranio, colmo di incredulit nel non capire perch, dopo aver svelato l'identit del figlio di Scipione, dovesse pagare con la morte, persisteva nella mente del giovane Publio con una nitidezza quasi infernale. Non si trattava solo di essere stato tanto vicino alla morte, ma di non essere stato in grado di guardare il suo avversario negli occhi. S, prima che Annibale si avvicinasse, lui, Publio Cornelio Scipione, figlio del grande Africanus, aveva chiuso gli occhi. Solo un istante dopo aver udito il grido disperato di Afranio e resosi conto di non provare alcun dolore, li aveva riaperti, vedendo Annibale che estraeva lentamente la sua spada dalle viscere del decurione romano che lo aveva appena tradito.

Non mi sono mai piaciuti n i traditori n i disertori aveva detto Annibale mentre ripuliva la spada dal sangue di Afranio facendola scivolare lungo il fianco del decurione mentre questi si contorceva per il dolore nel mezzo della propria agonia. No, per Baal, non mi sono mai piaciuti i traditori. E aveva continuato a parlare dando le spalle a Publio per rivolgersi a Maarbale. Certo, ci sono spesso stati utili, soprattutto in Italia. Ricordi quel Romano, Decimo mi pare si chiamasse, che voleva aprirci le porte di...? Curioso, ora non ricordo il nome della citt. Era stato dopo la morte di Marcello?

Maarbale aveva annuito ma mantenendo l'espressione seria. Non capiva dove volesse andare a parare il suo generale, n quale decisione avesse preso riguardo alle sorti del figlio del suo pi grande nemico.

Lo ricordo, s.  morto proprio come merita un traditore aveva risposto l'ufficiale punico.

Gi. Solo e soffrendo. E, soprattutto, senza aver ottenuto la sua ricompensa.

Il giovane Publio ricordava perfettamente la conversazione tra Annibale e il suo ufficiale di fiducia, mentre Afranio, disteso al suolo, moriva lentamente in una pozza di sangue, gemendo come un ariete che agonizza durante il suo sacrificio al tempio. Annibale non aveva detto altro, era uscito dalla tenda senza nemmeno guardarsi indietro. Erano poi entrati due guerrieri punici che avevano trascinato il corpo di Afranio per i piedi mentre le mani del legionario tremavano indicando che non era ancora morto.

Avevano lasciato Publio per qualche minuto, con la sola compagnia del proprio stupore e della confusione, con la terribile ansia di non sapere che cosa ne sarebbe stato di lui, se la sua sorte sarebbe stata quella di seguire Afranio o, peggio ancora, di tramutarsi in moneta di scambio per ricattare suo zio, il console, e cos ricoprire suo padre di vergogna. Era stato in quel momento che aveva pensato per la prima volta di togliersi la vita. Ne era assolutamente convinto. Aveva esaminato la tenda minuziosamente, ma non c'era modo di strangolarsi, nemmeno la corda per farlo. Lo avevano privato delle proprie armi e non c'era nulla con cui si sarebbe potuto tagliare le vene. Aveva ben chiaro che quella sarebbe stata l'unica scelta onorevole che gli rimaneva dopo aver commesso il pi stupido errore possibile, quello di mettersi in pericolo con le proprie mani e poi lasciarsi catturare come un cinghiale in gabbia.

Passarono i giorni, lunghi, penosi, colmi di disperazione e sensi di colpa, e le notti in bianco, cariche di angustia e frustrazione. Gli portavano cibo regolarmente e Publio sperava sempre che fosse avvelenato, ma il suo desiderio non venne mai esaudito. Finch un giorno le pelli che fungevano da porta della tenda si aprirono contemporaneamente e la sagoma del pi pericoloso nemico di Roma fece il suo ingresso nella penombra, trascinando la lunga ombra di Annibale fino al centro di quell'improvvisata prigione.

Il generale cartaginese entr mentre Publio si drizzava in piedi. I due rimasero a un paio di passi di distanza. Dietro ad Annibale entrarono anche Maarbale e mezza dozzina di fedeli guerrieri punici che lo scortavano, anche se Publio era convinto che quei due capi non avessero bisogno di una tale scorta per difendersi.

Ho ricevuto l'ordine del re Antioco di restituirti sano e salvo alle legioni di Roma disse Annibale senza preamboli.

Il volto del giovane Publio non trasmise alcun sollievo, anzi, colui che lo osservava not solamente la fronte contratta, le labbra serrate e un'espressione preoccupata nell'udire quelle parole.

Annibale seppe interpretare immediatamente i pensieri del suo prigioniero.

Se ci che ti preoccupa  che tuo padre abbia ceduto in cambio della tua vita, non  il caso che tu lo faccia. Il fatto  che, a quanto pare, qui tutti nutrono una paura esagerata nei confronti di tuo padre.

Il giovane Publio rilass i muscoli del viso. Per Annibale non era disposto a rendergli le cose cos semplici.

Ti preoccupa ci che tuo padre pu aver fatto o meno, giovane Romano, quando invece ci che dovrebbe preoccuparti davvero nemmeno ha sfiorato la tua mente.

Publio fece istintivamente qualche passo indietro. I suoi talloni toccarono la parete della tenda. Fu sul punto di perdere l'equilibrio ma per fortuna si mantenne in piedi.

Ci che dovrebbe preoccuparti, figlio di Publio Cornelio Scipione, continu Annibale con una certa soddisfazione nel vedere come il rampollo del suo pi grande nemico sul campo di battaglia retrocedeva spaventato ci che dovrebbe preoccuparti  sapere se io ho intenzione di obbedire agli ordini del re Antioco.

Publio figlio si rese allora conto della situazione. Annibale aveva ricevuto istruzioni ma non era uomo da lasciarsi comandare facilmente. Se non ne era convinto, non gli importava di trasgredire a un ordine, n delle conseguenze che ne sarebbero derivate. Il giovane si appoggi alla parete della tenda e abbass lo sguardo, ma senza lasciar trapelare alcuna umiliazione. Stava riflettendo.

E cosa ha deciso Annibale? Se ha deciso di uccidermi, questa sarebbe una morte degna. Mio zio e mio nonno sono morti per mano di tuo fratello in Hispania. Almeno nella morte, dato che ne sono stato assolutamente incapace in vita, potr superare i miei avi. Se, al contrario, hai deciso di lasciarmi andare, non per obbedire ad Antioco ma per una tua libera scelta, allora sapr che quella nobilt d'animo che mio padre ti ha sempre attribuito  autentica.

In quel momento anche il generale cartaginese si rilass. Finalmente stavano parlando l'uno con l'altro senza che le decisioni del re siriano li influenzassero. Il giovane che si trovava davanti a lui era il figlio di Publio Cornelio Scipione, l'unico generale che era stato capace di sconfiggerlo in una battaglia. Avrebbe desiderato saperne di pi, di lui, di suo padre, della sua famiglia. Peccato che non ce ne fosse il tempo. Mancava sempre il tempo per le cose importanti.

Ci sai fare con le parole, figlio di Scipione. Non so se sia lo stesso anche sul campo di battaglia, ma sei abile nel parlare. Forse, in questo, sei pi abile di tuo padre; forse  questa la tua vera arma, non la spada. In ogni caso, non sar io a negarti la possibilit di combattere nella futura battaglia. Quindi tacque per qualche istante, camminando intorno al ragazzo e osservandolo da ogni angolo, finch non gli fu di nuovo di fronte. Voi Romani siete strani. Per Tanit, chiunque al posto tuo si sarebbe infuriato nello scoprire che suo padre non ha accettato di riscattare la sua vita. Invece sembra quasi farti piacere. Non  facile comprendervi, voi Scipioni. Siete le prime persone che incontro che non tentano di negoziare quando  in ostaggio un familiare. In Iberia possedere degli ostaggi  sempre stato un salvacondotto per ottenere concessioni da parte dei Celti e degli Iberi della regione. Invece con voi questo non sembra funzionare. Mi chiedo cosa succederebbe se ti uccidessi qui, subito.

Il ragazzo fu sul punto di rispondere, ma Annibale continu a parlare e Publio ritenne fosse meglio non interrompere il Cartaginese. Ma penso che se lo facessi non otterrei nulla. La cosa migliore sarebbe tenerti prigioniero; questo indebolirebbe la posizione di tuo padre, ma non possiedo forze sufficienti per mantenerti in custodia contro le truppe di Antioco. Ucciderti offuscherebbe la mente di tuo padre? Non lo so. Non ne sono sicuro, probabilmente sarebbe interpretato come una semplice ribellione agli ordini. Questa stessa mattina una pattuglia ti prelever e ti condurr verso il Nord, verso il mare, vicino alle posizioni che i Romani mantengono presso Abydos. L ti libereranno. Annibale si avvicin all'orecchio di Publio per parlargli a voce bassa. Di' a tuo padre che lo aspetto sul campo di battaglia e che non manchi all'appuntamento. Digli che ha ancora degli anelli da recuperare.

Si allontan e usc dalla tenda, lasciando il giovane Publio di nuovo solo, questa volta con la strana sensazione di non sapere se stesse realmente per essere liberato o se sarebbe stato testimone della sconfitta di suo padre sul campo di battaglia, o entrambe le cose. L'indiscussa sicurezza dimostrata da quel generale cartaginese, com'era evidente dall'effetto che aveva su coloro che lo seguivano, generava un'oscura percezione di fallimento in chi gli era avversario. Era pur vero che suo padre lo aveva sconfitto a Zama, ma quello era successo anni prima, e Publio non era certo che suo padre avrebbe avuto altrettante energie, ora, per ripetere l'impresa. Annibale era pi vecchio di suo padre, eppure pareva conservare la forza e la vitalit di un dio.

Annibale e Maarbale camminavano all'interno dell'accampamento siriano di Magnesia.

 molto strano che Scipione non abbia accettato di negoziare quando  in gioco la vita del suo stesso figlio disse Maarbale curioso di sapere cosa pensasse Annibale al riguardo.

Certo.  molto strano. Ma, come ho appena detto al figlio di Scipione, tutti i Romani sono strani. Se io fossi stato al posto di Scipione e avessero rapito mio figlio, non avrei esitato a concedere tutto quello che mi chiedevano per riaverlo vivo.

Maarbale era a conoscenza della profonda delusione provata da Annibale nel non avere avuto figli, quindi tacque ed evit qualunque commento. Il generale provava un affetto smisurato per sua moglie e non aveva mai accennato al tema della mancanza di figli. Era un argomento privato nel quale Maarbale preferiva non immischiarsi. Imilce era rimasta ad Antiochia, lontana dal fronte di guerra e in attesa degli sviluppi di quella campagna militare. Annibale aveva lasciato una mezza dozzina di veterani cartaginesi a proteggere sua moglie, con istruzioni precise sul fatto che dovessero mangiare solo i prodotti dell'orto da loro stessi coltivati dietro alla casa che gli era stata concessa fuori dalle mura della citt e carne di maiale da loro tagliata e cucinata esclusivamente da Imilce.

Maarbale aveva considerato adeguate quelle precauzioni, cos come l'obbedienza di Imilce nell'accettarle. Dopo l'avvelenamento di Epifane, la cautela non era mai troppa.

Annibale riprese a parlare e la mente di Maarbale torn alla campagna militare e al loro nemico.

S, avrei ceduto ogni cosa per recuperarlo, per poi, per Baal, Tanit e Melqart, sarei tornato con tutte le mie truppe per distruggere coloro che avessero osato sequestrare mio figlio. Maarbale sorrise senza aggiungere altro. Annibale, dopo pochi istanti di silenzio, continu a parlare come se il compagno non fosse l, come se stesse pensando a voce alta. Invece, Publio Cornelio Scipione non ha voluto negoziare. O non ama suo figlio o  completamente impazzito. Poi, guardando Maarbale negli occhi, aggiunse: Un popolo i cui generali non retrocedono nemmeno quando il nemico ha catturato un loro figlio,  un popolo temibile. Temibile oltre ogni previsione. Un altro breve silenzio e poi concluse: Antioco  un altro pazzo. Sar uno scontro interessante.

64.

IL RITORNO DAL REGNO DEI MORTI.

Accampamento generale romano di Abydos. Nord dell'Asia Minore, Fine di novembre del 190 a.C.

Publio Cornelio Scipione ricevette suo figlio nella tenda dentro la quale era rimasto confinato per giorni. Il giovane Publio, accompagnato da suo zio Lucio, entr in quella che si era convertita nella dimora di suo padre durante la sua malattia.

Eccolo qui, fratello. E, per Ercole, ce lo hanno restituito tutto intero afferm soddisfatto il console di Roma.

Publio padre, disteso su un letto e imbacuccato in varie coperte di lana, si volt verso il figlio. La febbre non gli aveva dato tregua, ma davanti al ragazzo si liber delle coperte e si alz. Fece tre passi decisi verso suo figlio, apr le braccia e lo strinse a s come non aveva mai fatto prima. Per la prima volta gli mancavano le parole.

Il figlio, da parte sua, si lasci abbracciare e restitu il gesto circondando il padre con le braccia.

Lucio si mantenne a distanza. Per fortuna era l'unico testimone di quel gesto d'affetto. Ultimamente, tra la malattia e la prostrazione per il sequestro del figlio, suo fratello non era in condizioni di mostrarsi alle truppe senza trasmettere una sensazione di fallimento e di sconfitta. L'affascinante e potente immagine di Publio vestito da sacerdote mentre danzava in onore di Giano era quanto di pi lontano da ci che appariva ora. Tuttavia in Lucio albergava ancora la speranza che il ricongiungimento tra padre e figlio aiutasse Publio a ristabilirsi e il suo animo a risollevarsi. Ne aveva bisogno, ma soprattutto ne avevano bisogno le legioni. Necessitavano di tutta l'energia possibile per affrontare il finale di quella campagna.

Da varie pattuglie erano giunte notizie che indicavano che Antioco aveva infine raggruppato tutte le sue forze vicino a Magnesia, verso l'interno. Lucio sapeva che dovevano partire immediatamente verso sud per riunirsi a Elea con Eumene, il re di Pergamo, e incorporare i cavalieri e le truppe del suo regno alla cavalleria e alle legioni romane. Senza l'unione di entrambe le forze sarebbe stato impossibile affrontare Antioco. La malattia di Publio e il sequestro di suo figlio lo avevano paralizzato per giorni. Era il momento di tornare all'azione.

Ti hanno trattato bene? chiese Publio padre non appena si separ dal figlio per tornare a sedersi sul letto da dove osserv i lividi su braccia, gambe e viso del ragazzo.

S, padre. Mi hanno trattato bene non appena hanno saputo che ero tuo figlio. Prima non tanto, ma del resto siamo in guerra.

E come hanno saputo che eri suo figlio? Per bocca di chi? domand Lucio temendo la risposta, ma era suo dovere di console sapere esattamente cosa fosse accaduto. Di fronte all'esitazione del ragazzo, suo fratello fece cenno a Lucio di insistere. Chi ha svelato la tua identit, Publio?

Gaio Afranio, il decurione della mia turma, mi ha tradito credendo cos di salvarsi la vita.

Publio e Lucio tirarono contemporaneamente un sospiro di sollievo. Entrambi avevano temuto che il ragazzo, mosso dalla paura, avesse cercato scampo nel suo nome e nella sua origine. Certo, in quel momento poteva mentire, ma il tono appariva sincero e padre e zio gli credettero.

E che ne  stato di quel miserabile? continu Lucio.

 morto.

Morto? ripet Lucio meravigliato.

Annibale lo ha ucciso immediatamente dopo che ha svelato il mio nome.

Publio padre sollev lo sguardo verso il figlio.

Eri con Annibale?

S, padre.

E lui... ti ha trattato bene?

S, padre. Ho un messaggio da riferirti da parte sua.

Un messaggio di Annibale per me?

S, dice... E il giovane Publio si sforz di ripetere alla lettera le parole di Annibale. Dice che ti aspetta sul campo di battaglia, dice che lui non ha bisogno di ostaggi, che spera di vederti presto sul campo di battaglia e... che possiede ancora degli anelli che devi recuperare. Questo ha detto, padre.

Publio padre e Lucio si guardarono tra loro.

Si riferisce agli anelli consolari di Marcello e degli altri consoli disse Lucio poi, rivolgendosi a Publio figlio, aggiunse: Continua a esibirli alle dita?.

S.

Ci fu un breve silenzio. Il giovane Publio e lo zio attesero che Publio padre prendesse una decisione.

Che cosa sappiamo delle truppe di Antioco? domand Publio Cornelio Scipione rimettendosi sulle spalle una delle coperte. La febbre persisteva, ma rivedere suo figlio gli aveva infuso nuove energie.

Si stanno raggruppando vicino a Magnesia, nella Lidia rispose Lucio.

Ed Eumene?

In cammino verso Elea, sulla costa sud rispose il console.

Bene, per Giove e tutti gli di afferm Publio padre con decisione. Dobbiamo recarci l. Non sono ancora in grado di camminare, ma a cavallo potr sostenere la marcia. Dobbiamo partire immediatamente. Annibale perse un occhio pur di non fermare l'avanzata del suo esercito attraverso le paludi del Nord d'Italia; adesso non sar certo io a impedire l'avanzata delle legioni.

Lucio si sent doppiamente felice: innanzitutto perch la proposta di suo fratello coincideva con i suoi piani; inoltre Publio appariva desideroso di riprendersi per prepararsi al combattimento finale.

Organizzer tutto entro qualche ora per partire con le legioni verso sud conferm con un sorriso. A quanto pare Siface, nonostante tutto, non ci ha ancora raggiunti.

Bene, bene replic Publio guardando suo figlio. Poi si fece serio. Non posso mancare a questo appuntamento sul campo di battaglia. Se Annibale mi aspetta, mi far trovare. E tacque, riflettendo sulla maledizione di Siface e sul fatto che poteva tuttora avverarsi: dovevano ancora affrontare i catafratti di Antioco.

Publio figlio assent deciso, come a voler evidenziare il fatto che desiderava rimanere accanto al padre in ogni sua decisione. Dovevano ancora combattere, ma nel vedere il padre cos debole, consumato dal dolore che aveva patito per il suo sequestro, sommato a quello fisico per le febbri che parevano lacerarlo dall'interno, non pot evitare di confrontare la sua debole figura con quella forte e vitale di Annibale. Non aggiunse altro, per i suoi presentimenti non erano dei pi ottimisti. La citt di Magnesia avrebbe potuto diventare la tomba di tutti loro, ma nulla poteva fermare il destino.

65.

NOTIZIE DALL'ASIA.

Roma, Dicembre del 190 a.C.

Catone era appena uscito dal Senato e stava attraversando il Comitium quando gli si avvicin un messaggero militare, lo salut e gli allung una tavoletta. I due veterani della sua campagna in Asia, dai quali ultimamente Catone si faceva accompagnare durante le sue passeggiate per il Foro, si misero in mezzo, ma il senatore li invit a farsi da parte e accett la tavoletta. Da parecchio tempo non arrivavano notizie fresche dal fronte in Asia e aveva riconosciuto la scrittura di Gracco.

L'apr subito. Il sole tiepido del mezzogiorno invernale rilasciava raggi sufficientemente luminosi da rendere nitide le parole intagliate sulla cera. Era un messaggio breve.

Stimato Marco Porcio Catone

Ci troviamo a Elea, sulla costa occidentale dell'Asia. Presto arriveranno i rinforzi da Pergamo per unirsi alle legioni e affrontare la battaglia decisiva. Sappiamo che il nemico sta raggruppando le sue forze a Magnesia, a pochi giorni di marcia da qui. Ti scrivo perch durante la nostra attesa il figlio di Scipione  stato preso in ostaggio dai Siriani, i quali, senza che si sia capito come o perch, lo hanno poi restituito sano e salvo. Non so se ci siano state delle negoziazioni, ma abbiamo visto degli ambasciatori siriani entrare e uscire dall'accampamento.  tutto molto strano e si vocifera che sia avvenuto un patto segreto, ma nessuno osa confermarlo pubblicamente. Lucio Cornelio Scipione, il console, non ha commentato il fatto e non accetta di rispondere a domande al riguardo.

Entro pochi giorni partiremo per Magnesia. Si dice che il nemico sia numericamente molto superiore e che possieda elefanti e cavalleria corazzata, i famosi catafratti. Inoltre Scipione si  ammalato. Temo che ci stiamo dirigendo verso una sconfitta certa, per il morale delle truppe continua a essere inspiegabilmente alto. Tutti attendono ansiosi che Publio Cornelio Scipione si rimetta e comandi lui stesso le truppe, poich il maggior timore degli ufficiali continua a essere non tanto il numero dei nemici quanto piuttosto il fatto che Annibale sia tra i generali di Antioco.

Se non riuscir a tornare vivo, ti chiedo, in nome di Giove e di tutti gli di, di aver cura della mia famiglia.

Il tuo amico,

Tiberio Sempronio Gracco

La notizia della misteriosa liberazione del figlio di Scipione si fiss nella mente di Catone mentre richiudeva lentamente la tavoletta. I soldati che lo scortavano si erano allontanati per lasciare che leggesse il messaggio con tranquillit. Il messaggero attendeva di sapere se doveva trasmettere una risposta, ma Catone s'incammin di nuovo verso il Foro senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Era assorto nei suoi pensieri. Non avrebbe saputo cosa rispondere a Gracco. Ormai era maturo, si trovava a partecipare a una campagna militare: che se la sbrigasse da solo. Se fosse sopravvissuto avrebbe servito lo Stato in modo eccellente con quell'informazione, altrimenti, come lui chiedeva, Marco Porcio Catone avrebbe fatto in modo che il Senato piangesse pubblicamente la sua perdita. Questo avrebbe confortato la casata Sempronia.

Catone si allontan dal Comitium parlando a voce bassa, biascicando frasi riguardanti la propria vendetta, assaporando il piacere di sapere che la vittoria da parte del tanto potente nemico si faceva sempre pi vicina.

Ti ho in pugno, Publio Cornelio Scipione, alla fine ce l'ho fatta. Se Annibale e Antioco non riusciranno a finirti, cosa molto improbabile, ora so cosa fare. Se non saranno loro a fermarti, lo far io qui a Roma. Publio Cornelio Scipione, sei morto, doppiamente morto, e nemmeno lo sai. Se contro ogni pronostico dovessi ritornare dall'Asia vivo, mi occuper personalmente affinch nulla di te rimanga a Roma, nemmeno la memoria del tuo nome.
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FINE.
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APPENDICI.
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GLOSSARIO.
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Ab Urbe condita: Dalla fondazione di Roma. Era l'espressione usata per indicare gli anni che i Romani calcolavano a partire dal giorno della fondazione di Roma, che corrispondeva tradizionalmente al 754 a.C. Nel romanzo si usa il calendario moderno con riferimento alla nascita di Cristo, ma occasionalmente si cita la data secondo il calendario romano in modo che il lettore abbia anche una prospettiva su come i Romani consideravano il divenire del tempo e gli accadimenti in relazione alla loro citt.

Ad tabulam Valeriam: espressione usata quando nel Senato di Roma un oratore si posizionava accanto al grande quadro che Valerio Messalla aveva ordinato di dipingere su una delle pareti per celebrare la sua vittoria su Gerone di Siracusa.

Ade: il regno dei morti.

Affectio maritalis: volont reciproca di due persone di rimanere unite nonostante le circostanze avverse, come per esempio un exilium, che comportava la perdita del connubium.

Africanus: soprannome assunto da Publio Cornelio Scipione dopo la sua vittoria su Annibale in Africa. Fu la prima volta che un generale romano prese il nome da un territorio da lui conquistato. Suo fratello continu la tradizione autoproclamandosi Asiaticus dopo la sua vittoria a Magnesia, e dopo di lui altri generali adottarono questa tendenza, come Scipione Emiliano, nipote adottivo di Scipione Africano, che dopo aver conquistato Numanzia decise di chiamarsi Numantinus. Successivamente, anche gli imperatori si arrogarono il diritto di aggiungere al proprio nome imperiale quelli dei regni conquistati.

Agema: termine che si riferisce a differenti reparti di forze speciali degli eserciti ellenistici, spesso unit di fanteria. Nel romanzo, il termine si applica alla cavalleria del re Antioco III, un'unit speciale che costituiva un'autentica guardia imperiale di cavalieri che intervenivano accompagnando il re durante le battaglie campali. Questi intervennero sia nella battaglia di Rafia nel 217 a.C. contro l'esercito egizio di Tolomeo IV sia contro la cavalleria romana dell'ala sinistra nel 190 a.C. durante la battaglia di Magnesia. I cavalieri di questa unit non erano corazzati e quindi molto rapidi nei loro movimenti, anche se i pi potenti e temuti cavalieri di Antioco erano rappresentati dai catafratti.

Agone: Adesso in latino. Espressione utilizzata durante un sacrificio per indicare agli officianti che cominciassero i riti.

Agonium Veiovis: festa celebrata il 21 maggio del calendario romano, durante la quale si sacrificava un montone in onore della dea infernale Veiove.

Alcionii: giorni di riposo dopo o tra i giorni di festivit.

Altare di Gerone: gigantesco altare per il sacrificio di animali eretto per ordine di Gerone II, tiranno di Siracusa.

Altercatio: confusione o tumulto di voci, grida e insulti proferiti dai senatori nei momenti di particolare tensione durante una sessione nella Curia.

Amphitruo: Anfitrione, personaggio di una delle opere del teatro classico latino che, oltre a intitolare una tragicommedia, a partire dal secolo XVII passer a indicare la persona che riceve e accoglie i visitatori in casa propria.

Anbasis: termine greco che si riferisce a un viaggio o a una spedizione. La pi famosa  senza dubbio la anbasis di Alessandro Magno durante il suo viaggio verso Oriente, ma lo stesso termine  utilizzato per indicare anche altre spedizioni simili, come, nel romanzo, la anbasis di Antioco III, nella sua riconquista dei territori orientali dell'impero seleucide.

Antica: tutto ci che rimaneva davanti a un ugure mentre traeva auspici o interpretava il volo degli uccelli. Ci che rimaneva alle sue spalle era nominato portica.

Apollo: nella mitologia greca e romana Apollo era il dio della luce e del sole, patrono di Delfi e molto adorato in Oriente, come per esempio nella Siria seleucide durante il regno di Antioco III.

Ara Maxima Herculis Invicti: altare eretto in prossimit delle gabbie del circo.

Argiletum: strada romana che partiva dal Foro Boario in direzione nord lasciando il grande Macellum a est.

Arx Hasdrubalis: una delle colline dell'antica Qart Hadasht cartaginese, ribattezzata Carthago Nova dai Romani.

Asclepio (Esculapio nella sua versione latina): dio greco della medicina.

Asfodelo: prima regione dell'Ade dove le anime attendono di essere giudicate.

Argiraspidi (o Scudi d'argento): unit speciale di fanteria degli eserciti ellenistici. Costituivano una delle forze principali degli eserciti d'Oriente.

Asiaticus: soprannome adottato da Lucio Cornelio Scipione dopo la sua vittoria nella battaglia di Magnesia, in Asia, contro l'esercito seleucide del re Antioco III di Siria.

Asinaria: prima commedia di Tito Maccio Plauto, che racconta come il denaro della vendita di alcuni asini venga usato per pagare le avventure amorose del figlio di un marito infedele. Gli storici collocano la prima rappresentazione fra il 212 e il 207 a.C. In questo romanzo  situata nel 212 a.C. Nonostante si tratti di un'opera molto divertente, ebbe poca influenza nella letteratura successiva. Da segnalare la rilettura che ne fece Lemercier (1777-1840), in cui lo stesso Plauto diventa un personaggio. Qualcuno ha voluto vedere nella descrizione della mezzana un antecedente del personaggio della mezzana di La Celestina.

Assa voce: letteralmente solo con voce. Si riferisce ai canti, soprattutto quelli funerari romani, non accompagnati da alcuno strumento musicale. Di questi Varrone scrive: Carmina antiqua, in quibus laudes erant maiorum, et assa voce et cum tibicine [Cantici antichi in onore agli antenati, cantati solo con la voce o con l'accompagnamento di un flauto]. In Il tradimento di Roma, il termine viene utilizzato in riferimento ai canti di guerra dei sacerdoti salii.

Asse: moneta avente corso legale alla fine del III secolo a.C. nel Mediterraneo occidentale. L'asse grave veniva usato per pagare le legioni romane, equivaleva a dodici once ed era di forma rotonda, come le monete della Magna Grecia. Durante la Seconda guerra punica cominci a essere coniata in oro, oltre che in bronzo.

Atlofora: sacerdotessa che durante le parate militari sosteneva le insegne della vittoria.

Atramentum: nome dell'inchiostro durante l'epoca di Plauto.

Atriense: lo schiavo di rango pi alto e che godeva di maggiore fiducia in una domus romana. Supervisionava le attivit degli altri schiavi e godeva di grande autonomia nello svolgimento del suo lavoro.

Auctoritas: autorit, potere.

ugure: sacerdote romano incaricato di trarre auspici.

Auguraculum: luogo purificato dove l'ugure si situava per interpretare il volo degli uccelli.

Augurale: luogo purificato all'interno di un accampamento dove l'ugure si situava per interpretare il volo degli uccelli.

Aulularia: o Commedia della pentola d'oro.  una delle pi note opere di Plauto. La sua prima rappresentazione risale al 194 a.C., coincidendo quindi con il secondo consolato di Publio Cornelio Scipione e, come viene narrato ne Il tradimento di Roma, ha un riferimento ai privilegi che Scipione concesse a se stesso e ad altri magistrati durante le rappresentazioni teatrali. La parte finale dell'opera  andata perduta, e per questo nel romanzo la rappresentazione s'interrompe proprio a quel punto.

Auspex: augurio familiare.

Aves inferae: uccelli a volo raso che presagivano accadimenti funesti.

Aves praepetes: uccelli a volo alto che presagivano accadimenti fortunati.

Baal: dio supremo nella tradizione punico-fenicia. Il dio Baal, o Baal Ammone (signore degli altari di incenso), era circondato da un alone maligno, quindi i Greci lo identificarono con Chronos, il dio che divora i propri figli, e i Romani con Saturno. Annibale, etimologicamente,  il favorito (o il preferito) di Baal, mentre Asdrubale significa Baal mi aiuta.

Baccante: generalmente il termine indica le donne greche adoranti il dio Bacco, ma successivamente lo si  utilizzato anche in riferimento alle grandi feste organizzate in tutto il mondo romano in onore del dio e ai giorni di assolute sfrenatezze sotto l'effetto del vino. Durante queste feste, la perdita di controllo era tale che all'inizio del II secolo a.C. il Senato romano proib la celebrazione di questi riti e i relativi banchetti. Nonostante la proibizione, i baccanali continuarono a celebrarsi pi o meno costantemente, a seconda della rigidit della legge e del controllo, fino a trasformarsi nei carnevali che oggi si celebrano in tutto il mondo.

Basileus Megas: o Grande Re,  l'epiteto con cui si autoproclam il re Antioco III di Siria dopo la sua riconquista dei territori orientali dell'impero seleucide.

Bellaria: dessert, di solito dolce, che poteva essere costituito anche da datteri, fichi secchi o uva passa. Si serviva al termine di una lunga comissatio.

Buccinator: termine usato per indicare i trombettieri delle legioni.

Bulla: amuleto indossato comunemente dai bambini piccoli a Roma. Aveva la funzione di allontanare gli spiriti maligni.

Caetra: scudo di piccole dimensioni, tra i 50 e i 70 cm di diametro, normalmente in legno con rinforzi di metallo, che si utilizzava soprattutto in Iberia e Lusitania, ma anche presso alcuni popoli dell'Oriente come i Lici. Grazie alle sue ridotte dimensioni era molto maneggevole e adatto alla guerriglia, ma non abbastanza efficace per proteggere una formazione o falange durante una battaglia campale.

Calo: schiavo di un legionario. Normalmente non interveniva nelle azioni di guerra.

Canefora: letteralmente significa portatrice di canestri. Si trattava di giovani fanciulle ateniesi selezionate tra le migliori famiglie della citt per partecipare alle feste Panatenee che si celebravano in onore di Atena. Le canefore portavano oggetti per le offerte durante le processioni e fino al tempio, dove venivano consacrati.

Cardo: linea da nord a sud tracciata da una delle strade principali di un accampamento romano o che un ugure indicava nell'aria per dividere il cielo in diverse sezioni quando interpretava il volo degli uccelli.

Caronte: dio dell'oltretomba che trasportava le anime di chi era appena morto, navigando sul fiume Acheronte. Per questo viaggio, si faceva pagare in danaro: da qui l'abitudine romana di mettere una moneta in bocca ai defunti.

Carpe diem: espressione latina che significa cogli l'attimo, vivi il presente, tratta dalle Odi (1, 11, 8) di Orazio.

Casina: ultima commedia di Plauto, composta intorno al 184 o 183 a.C., contemporaneamente alla morte di Publio Cornelio Scipione. Si tratta di una farsa con la quale l'autore ottenne il suo ultimo grande successo.

Cassis: elmo romano terminante in un pennacchio di piume nere o color porpora.

Castore: insieme al fratello Polluce,  uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, dei Castori o dei Dioscuri, fu sempre particolarmente legato all'ordine degli equites o cavalieri romani. Il nome dei due di era usato con frequenza come interiezione all'epoca della nostra storia.

Castra Cornelia: soprannome dato all'accampamento che Publio Cornelio Scipione fece erigere in una piccola penisola di difficile accesso, vicina a Utica, al fine di proteggersi dall'attacco degli eserciti cartaginesi e numidi che lo circondarono durante i suoi primi anni di campagna in Africa.

Catafratti: cavalleria corazzata degli eserciti della Persia, della Partia e di altri regni d'Oriente. La peculiarit di queste unit erano le robuste corazze che proteggevano sia il cavallo sia il cavaliere, rendendoli praticamente invulnerabili. I Romani subirono numerose sconfitte da queste compagini, finch non introdussero, a loro volta, dei catafratti nella cavalleria. Ad apportare tale innovazione fu l'imperatore Traiano.

Cathedra: sedia senza braccioli e dotata di uno schienale leggermente ricurvo. All'inizio era usata soltanto dalle donne, per la sua forma elegante, ma presto il suo utilizzo si estese anche agli uomini. In seguito fu usata dai giudici e dai maestri di retorica classica. Da qui l'espressione parlare ex cathedra.

Causa extraordinaria: modello di processo di forma straordinaria che divenne sempre pi frequente durante il II secolo a.C. e nel quale l'accusato doveva difendere la propria innocenza di fronte a un tribunale creato soprattutto per pronunziarsi sulle accuse dichiarate contro un tribuno della plebe o un magistrato.

Circuli: ciambelle cucinate con acqua, farina e formaggio, molto apprezzate dai Romani.

Cistellaria: opera di Plauto rappresentata intorno al 201 a.C., conosciuta anche come La commedia del cestello.

Cittadella di Dionisio: area fortificata vicina all'istmo dell'antica citt di Siracusa, a nord dell'isola di Ortigia.

Clivus Argentarius: strada che partiva dal Foro in direzione ovest lasciando a sinistra la prigione e a destra la grande piazza del Comitium. All'altezza del tempio di Giunone incrociava Porta Fontinalis e continuava verso ovest.

Clivus Victoriae: strada parallela al Vicus Tuscus, che univa il Foro Boario e il Foro nel centro di Roma risalendo da sud all'altezza del tempio di Vesta.

Cloaca Maxima: la maggiore delle condotte fognarie dell'antica Roma. Entrava dall'Argiletum, attraversava il Foro da nord a sud, quindi la via Sacra, passava lungo il Vicus Tuscus per poi sfociare nel Tevere. Era nota per il cattivo odore e per molti anni si parl di renderla sotterranea, poich all'epoca del romanzo scorreva a cielo aperto.

Cognomen: terzo elemento di un nome romano, che indicava la famiglia a cui si apparteneva. Cos, per esempio, il protagonista di questo romanzo, con il praenomen Publio, apparteneva alla gens o trib Cornelia e fra i vari rami o famiglie di questa trib apparteneva a quello degli Scipioni. Spesso i cognomina avevano origine da una caratteristica fisica o da un aneddoto riguardante un familiare di spicco.

Columna Maenia: colonna eretta nel 338 a.C. in onore di Menio, vincitore sui Latini nella battaglia navale di Anzio.

Comissatio: lunga conversazione che aveva di solito luogo dopo un grande banchetto romano. Poteva durare anche tutta la notte.

Comitia centuriata: la centuria era un'unit militare di cento uomini, soprattutto in epoca imperiale, anche se il numero di elementi di questo contingente oscill nel corso della storia di Roma. In origine si trattava di un'unit elettorale, che si riferiva a un numero assegnato a ciascuna classe del popolo romano e che veniva usato nei comitia centuriata o comizi centuriati, in cui erano elette diverse cariche rappresentative della Repubblica.

Comitiales: giorni fausti per celebrare le elezioni.

Comitium: Tullo Ostilio fece chiudere un ampio spazio nella parte nord del Foro dove poter riunire il popolo. A nord di questo spazio si edific la Curia Hostilia, dove si riuniva il Senato. In genere, nel Comitium si raggruppavano i senatori prima di ogni sessione.

Conclamatio: dopo la morte di un familiare e originariamente al fine di assicurarsi che la persona fosse morta per davvero, i familiari e gli amici lo chiamavano a voce alta e distinta guardandolo negli occhi. Dopo di che, il corpo veniva esposto ed esibito e, alla fine, bruciato e sotterrato sempre fuori dalla citt, spesso vicino a una strada.

Connubium: secondo il diritto romano, il connubium  la possibilit di una persona di contrarre un matrimonio legale.

Consentio Scipioni: Accetto quello che  stato proposto da Scipione, formula per accettare una proposta presentata da Scipione al Senato.

Consulari potestate: con potere consolare. Espressione che si aggiungeva a una magistratura quando, in forma eccezionale, le si attribuivano i poteri normalmente riservati ai soli consoli di Roma.

Corona muralis: premio, in qualit di onorificenza speciale, che ricevevano i legionari o gli ufficiali che conquistavano le mura di una citt prima di qualunque altro soldato. Quinto Trebellio e Sesto Digizio ricevettero ognuno una corona muralis per essere stati i primi a scalare le mura durante l'attacco a Carthago Nova, in Hispania nel 209 a.C.

Corvus: un gigantesco gancio collegato a una spessa e resistente fune che sosteneva la manus ferrea (o passerella) che i Romani utilizzavano per abbordare le navi nemiche.

Coturni: sandali alti che venivano usati durante le rappresentazioni del teatro classico latino. Erano indossati dagli attori che rappresentavano le divinit, in modo che spiccassero in altezza sul resto dei personaggi.

Cubito: antica unit di misura di origine antropometrica che indicava la lunghezza di un oggetto prendendo come riferimento lo spazio compreso tra il gomito e il punto finale della mano aperta. Le misure oscillavano da un popolo all'altro, anche se nella maggior parte del mondo ellenistico un cubito equivaleva approssimativamente a mezzo metro: 46 centimetri per i Greci e 44 per i Romani.

Cultrarius: persona incaricata di sgozzare un animale durante il sacrificio. Solitamente si trattava di uno schiavo o di un servo.

Cum imperio: al comando di un esercito.

Cuneo: spazio a sedere tra le scalinate dei grandi teatri greci e romani. Il teatro di Siracusa era diviso in nove cunei.

Curator: amministratore o responsabile delle attivit pubbliche a Roma. Nel romanzo si parla di un curator designato dal Senato per organizzare il trionfo di Publio Cornelio Scipione dopo la sua vittoria su Annibale. Nella Roma antica, il termine si riferiva anche ad altri incarichi quali, per esempio, il controllo degli acquedotti.

Curculio: commedia di Plauto rappresentata intorno al 199 a.C. che narra di uno schiavo, soprannominato curculio (ovvero larva, parassita), inviato in Asia per riscattare una donna della quale il suo padrone  innamorato.

Curia Hostilia (o solamente Curia): l'edificio del Senato, fatto costruire nel Comitium per ordine di Tullo Ostilio, da cui prende il nome. Nel 52 a.C. venne distrutto da un incendio e rimpiazzato da un edificio pi grande. Anche se il Senato poteva riunirsi in altri luoghi, questo edificio era il luogo abituale dove celebrare le sessioni. Dopo l'incendio si edific la Curia Iulia, in onore di Cesare, che perdur per tutto l'impero fino a che un nuovo incendio la rase al suolo durante il regno di Carino. Diocleziano la ricostru ingrandendola.

Cursus honorum: la carriera politica a Roma. Un cittadino poteva fare carriera e accedere a diverse cariche politiche e militari, da quella di edile a Roma, fino a quelle di questore, pretore, censore, console, proconsole o, in momenti eccezionali, dittatore. Vi si accedeva in seguito a una votazione, il cui grado di trasparenza per vari a seconda delle turbolenze sociali attraversate dalla Repubblica romana.

Dagda: divinit celtica degli inferi, dell'acqua e della notte.

Dahi: guerrieri mercenari incorporati alle file dell'esercito seleucide in Oriente. Di solito, due di questi guerrieri condividevano il medesimo cavallo negli scontri contro la cavalleria nemica, poi uno dei due smontava per colpire il cavallo nemico da terra. Erano eccellenti arcieri.

Damnatus: maledetto.

Decumanus: linea da est a ovest tracciata da una delle strade principali di un accampamento romano o che un ugure indicava nell'aria per dividere il cielo in diverse sezioni quando interpretava il volo degli uccelli.

Deductio: corteo che aveva luogo in diverse cerimonie della vita civile romana. Poteva essere svolto per rendere onore a un morto, e quindi avere carattere funerario, o per festeggiare una coppia di novelli sposi, e avere quindi carattere festivo.

Deductio in forum: spostamento al Foro. Si trattava della cerimonia durante la quale il pater familias accompagnava il figlio al Foro della citt per introdurlo in societ. Il momento culminante della cerimonia era quello in cui l'adolescente veniva iscritto nella rispettiva trib e diventava quindi ufficialmente pronto per il servizio militare.

De ea re quid fieri placeat: formula mediante la quale il presidente del Senato invitava i senatori a dare la loro opinione su un argomento in piena libert.

Defritum: condimento molto usato dai Romani, a base di mosto d'uva bollito.

De re rustica: o De agri cultura,  l'unico scritto di Catone che ci  pervenuto completo. Si tratta di una serie di libri in cui Catone descrive dettagliatamente la maniera pi conveniente, a suo giudizio, per condurre una fattoria o una tenuta. Spiega le forme adeguate per coltivare i prodotti tipici della penisola italica, come le olive, come conservarli, e offre perfino consigli su come vendere gli schiavi anziani o malati per mantenere una buona produzione.

Devotio: sacrificio estremo con il quale un generale, un ufficiale o un soldato d la propria vita sul campo di battaglia per salvare l'onore dell'esercito.

Domus: casa romana indipendente che di solito era composta da un vestibolo, o ingresso, un atrio con un impluvium al centro e le stanze intorno, e un tablinum o studio, che nelle case patrizie poteva dare accesso a un peristilium porticato con giardino. Nell'atrio era di solito presente un piccolo altare per offrire sacrifici agli di Lari e Penati, protettori delle case.

Eolo: dio del vento.

Equimelio: quartiere che si estendeva a nord del Vicus Iugarius e a sud del tempio di Giove Capitolino.

Ercole: Eracle per i greci, figlio illegittimo di Zeus avuto dalla sua relazione, frutto dell'inganno, con la regina Alcmena. Ercole quindi era figlio di Giove e Alcmena. Plauto ricrea gli eventi del suo concepimento nella tragicommedia Amphitruo. Tra le tante imprese di Ercole, si ricorda il suo viaggio di andata e ritorno nel regno dei morti, che gli cost un severo castigo da parte di Caronte.

Eshmun: dio fenicio della medicina e della salute, adorato nella citt di Sidone dove il popolo aveva eretto un immenso tempio a lui dedicato e famoso in tutto l'Oriente. Il tempio fu costruito nel VI secolo a.C., durante il regno di Eshmunazar II. Successivamente i Romani ampliarono il grande santuario. Gli scavi archeologici condotti tra il 1963 e il 1978 rinvennero una gran quantit di piccole statue che simboleggiavano le persone guarite grazie all'intervento del dio. Tra queste, molte raffiguravano bambini. Eshmun rappresenta per molti l'equivalente fenicio del dio greco Asclepio (o Esculapio nella sua versione latina).

Et cetera: espressione latina che significa e i rimanenti, e altro, e cos via.

Etera: cortigiana o prostituta di lusso in Grecia e successivamente in tutto il mondo ellenistico. Erano dame di compagnia molto belle ma anche educate alla letteratura, alla musica e alla danza. Generalmente si trattava di donne straniere o ex schiave. Avevano grande importanza sociale, essendo le uniche donne alle quali era permesso assistere ai simposi o banchetti greci, e la loro opinione veniva sempre rispettata. Qualcuno ha riconosciuto nelle etere una condizione simile a quella delle geishe giapponesi.

Ex professo: di forma espressiva o conclusiva.

Exsilium (o exilium): esilio, lasciare o abbandonare la (propria) terra. Era una delle peggiori sentenze che potessero emettersi nei confronti di un colpevole di un crimine. Non  chiaro se la condanna all'exsilium implicasse anche la perdita della cittadinanza romana, ma senz'altro la pena and via via indurendosi, tanto che ai tempi dell'imperatore Tiberio quasi tutte le persone esiliate perdevano la cittadinanza. Secondo alcune fonti, tuttavia, esisteva anche l'exsilium iustum (vedi sotto), che concedeva al condannato di mantenere la cittadinanza romana. Con l'exsilium le autorit potevano, come ulteriore aggravio alla pena, confiscare i beni del confinato, ma, in generale, le propriet private passavano nelle mani dei famigliari pi prossimi. Quest'ultimo  il caso di Scipione, come si racconta nel romanzo.

Exsilium iustum: la versione meno grave della pena dell'esilio, secondo cui, come viene spiegato nel romanzo, il condannato non perdeva del tutto i propri diritti. Questa  la pena che Gracco propose a Scipione perch questi accettasse la condanna evitando una guerra civile.

Falarica: nel romanzo L'Africano, si riferisce a un'arma che lanciava giavellotti a enormi distanze. In alcune occasioni i giavellotti venivano cosparsi di pece o altri materiali infiammabili e prendevano fuoco durante il lancio. Fu usata dai Saguntini come arma di difesa durante la resistenza all'assedio di Annibale. In Invicta legio il termine  usato per riferirsi a lance di origine iberica adattate dalle legioni di Roma.

Falcata: arma simile a una spada utilizzata dalle trib iberiche in epoca preromana; la sua lama, la lunghezza e la forma ispirarono lo sviluppo del gladius romano, che per, a differenza della falcata, leggermente ricurva, era dritto.

Falera: una sorta di medaglia consegnata come onorificenza militare.

Far: grano, dal quale i Romani ricavavano la farina necessaria alla preparazione del pane e altri alimenti.

Fasti: giorni propizi per organizzare atti pubblici o celebrazioni di vario tipo.

Fatum: il destino, che per i Romani era sempre inevitabile.

Favete linguis: espressione latina che significa tacete. Veniva usata per chiedere silenzio nel momento chiave di un sacrificio, subito prima di uccidere l'animale. Il silenzio era necessario per evitare che la bestia si innervosisse.

Februa: piccole strisce di cuoio che i luperci usavano per toccare le giovani romane, nella convinzione che questo rito favorisse la fertilit.

Feliciter: espressione usata dagli invitati a un matrimonio per fare gli auguri agli sposi.

Ficus Ruminalis (o Ruminal): albero di fico selvatico colpito da un fulmine sotto il quale si narra che la lupa allatt i gemelli Romolo e Remo.

Flamines maiores: i sacerdoti pi importanti dell'antica Roma. I flamines erano i sacerdoti preposti al culto di una divinit. I flamines maiores erano preposti al culto delle tre divinit superiori, ossia Giove, Marte e Quirino.

Fonte Aretusa: fonte naturale nell'isola di Ortigia a Siracusa che sfocia nel mare e che i Greci attribuivano alla presenza della ninfa Aretusa.

Foro Boario: il mercato del bestiame, situato vicino al Tevere, al termine del Clivus Victoriae.

Fundamentum cenae: la portata principale di una cena o di un banchetto romano.

Gaesum: arma da lancio, completamente di ferro, di origine celtica, adottata dagli eserciti romani intorno al IV secolo a.C.

Garum: pesante ma gustosa salsa di pesce di origine iberica che i Romani adottarono nella propria cucina.

Gens: il nomen della famiglia o trib di un clan romano.

Giove Ottimo Massimo: il dio supremo, assimilato al dio greco Zeus. Il suo flamine, il flamine diale, era il sacerdote pi importante. In origine, Giove era una divinit latina, prima che romana, ma dopo essere stata assimilata da Roma proteggeva la citt e ne garantiva l'imperium, quindi il trionfo avveniva sempre in suo onore.

Gladius: spada a doppio taglio di origine iberica, che durante la Seconda guerra punica venne adottata dalle legioni romane.

Glosse miscellanee: Fileta, che visse intorno al 300 a.C., port a termine il primo tentativo di ricopiare e definire tutte le parole appartenenti al greco pi antico, quello di Omero. L'opera ottenne successo e popolarit considerevoli all'epoca, venendo apprezzata soprattutto dagli studiosi del mondo ellenistico. Sfortunatamente le parole analizzate erano raggruppate senza alcun ordine e ci rese quest'opera, seppur monumentale, inefficace come materiale di consultazione o riferimento, a meno che non la si conoscesse praticamente a memoria.

Gradus deiectio: perdita del rango di ufficiale.

Graecostasis: il luogo dove gli ambasciatori stranieri attendevano prima di essere ricevuti dal Senato. Inizialmente si trovava nel Comitium, successivamente si trasfer al Foro.

Hasta velitaris: nome talvolta utilizzato per riferirsi ad armi da lancio simili al gaesum o al verutum.

Hastati: la prima fila delle legioni all'epoca della Seconda guerra punica. Il nome indica che un tempo portavano lunghe lance, ma alla fine del III secolo a.C. non era gi pi cos. Gli hastati, come i principes della seconda fila, erano armati di due pila, simili a lance, con un manico di legno lungo 1,4 metri e una testa di ferro all'incirca della stessa lunghezza. Inoltre portavano una spada, uno scudo rettangolare chiamato parma, corazza, gambiere ed elmo, solitamente di bronzo.

Heket: una delle dee egizie della fertilit, rappresentata da una regina o una donna con la testa di rana, poich, dopo ogni esondazione del Nilo, sulle sue coste nascevano milioni di rane.

Hilarotragedia: combinazione di commedia e tragedia, promossa da autori siciliani.

Ignominia missio: espulsione dall'esercito con disonore.

Imagines maiorum: ritratti degli antenati di una famiglia. Le imagines maiorum erano portate durante il corteo o deductio che avveniva nel corso dei riti funebri di una famiglia.

Imene: dio romano protettore dei matrimoni. Il suo nome era utilizzato come augurio per gli sposi che avevano appena celebrato le nozze.

Impedimenta: equipaggiamento militare che i legionari si portavano dietro durante una marcia.

Imperator: generale romano con comando effettivo su una, due o pi legioni. Normalmente un console era imperator di un esercito consolare di due legioni.

Imperium: in origine si trattava della proiezione del potere divino di Giove in coloro che, eletti come consoli, di fatto esercitavano il potere politico e militare della Repubblica durante il loro mandato. L'imperium implicava il comando di un esercito consolare formato da due legioni complete oltre alle truppe ausiliarie.

Impluvium: piccola piscina o specchio d'acqua che, al centro dell'atrio di una domus, raccoglieva l'acqua piovana che poi poteva essere usata a scopi domestici.

In extremis: espressione latina che significa all'ultimo momento. In alcuni contesti pu equivalere a in articulo mortis, ma non in questo romanzo.

Insulae: edifici di appartamenti. In epoca imperiale raggiunsero i sei o sette piani di altezza. Si trattava spesso di costruzioni edificate senza alcun controllo e quindi di scarsa qualit, che potevano crollare o incendiarsi facilmente, con conseguenti disastri urbani.

Intercalar: era un mese che si aggiungeva al calendario romano per completare un anno, dal momento che i mesi romani seguivano il ciclo lunare che non era di per s sufficiente per abbracciare il ciclo completo di 365 giorni. La durata del mese intercalar poteva oscillare e veniva solitamente decisa dai sacerdoti.

Interrex: magistratura romana che durante l'epoca della Repubblica corrispondeva a un incarico temporale la cui durata era di soli cinque giorni. Si trattava di un magistrato incaricato di organizzare i comizi che dovevano tenersi in assenza dei consoli quando questi si trovavano fuori Roma per combattere in qualche fronte bellico. Era frequente che non fosse il primo interrex a convocare le elezioni, ma il secondo o il terzo, poich l'organizzazione di un comizio richiedeva tempo e la durata dell'incarico di un interrex era troppo breve.

Ipso facto: espressione latina che significa subito, immediatamente.

Isis: dea egizia, moglie di Osiris e madre di Horus. La si considerava madre degli di e della fecondit. La si conosce anche come Grande Maga, Regina degli di, Forza fecondatrice della Natura, Dea della maternit e della nascita, La Grande Signora, Dea Madre, Signora del Cielo e del Firmamento.

Isola di Ortigia: isola che corrisponde alla parte pi antica della citt di Siracusa. A nord  situato il porto pi piccolo o Portus Minor e a sud il vasto Portus Magnus.

Iudicium populi: sentenza dettata dal popolo. In questo caso, il processo si celebrava davanti al popolo riunito nel Comitium o davanti ai Rostra. Erano processi confusionari, dove la sentenza finale dipendeva sostanzialmente dalla popolarit dell'accusato. Di solito, chi veniva accusato in Senato o da un tribuno della plebe, se era un cittadino importante richiedeva un iudicium populi perch sicuro di essere assolto grazie all'ammirazione del popolo, che spesso non dava credito alle accuse anche quando queste erano fondate. Divenne sempre pi comune ricorrere anche alla causa extraordinaria, per cui i senatori molto popolari venivano giudicati da tribunali alternativi composti da altri senatori. Tutto ci dava luogo ad abusi di potere, anche quando l'accusato doveva difendersi di fronte a tribunali creati ex professo per accusarlo, seppur ingiustamente. Nel 149 a.C. il tribuno della plebe in carica approv una legge per la quale i casi di malversazione di fondi o abusi di potere dei governatori di varie provincie dovessero essere giudicati da una commissione permanente di senatori, con l'intento di ottenere un processo pi oggettivo.

Iustum matrimonium: si tratta di un matrimonio legale all'interno del marchio giuridico del diritto civile romano. Denominato anche iustae nuptiae.

Kalendae: il primo giorno di ogni mese. Corrispondeva alla luna luova.

Laganum: torta di farina e olio.

Lapis niger: spazio pavimentato con lastre di marmo nero che presumibilmente corrispondeva alla tomba di Romolo.

Lari: gli di che proteggevano il focolare domestico.

Laterna cornea: lanterna portatile con pareti semitrasparenti di pelle di corno animale.

Laterna ex vesica: lanterna portatile con pareti semitrasparenti di pelle di vescica animale.

Laterna punica: le lanterne pi apprezzate nell'antichit provenivano da Cartagine e da qui il nome. Venivano posizionate sulle pareti pi eleganti, nonostante fossero rivestite di corno o vescica di animale, e di conseguenza erano quelle pi luminose. In seguito, le lanterne cominciarono a essere di vetro.

Lautumiae: carcere costruito vicino all'antica prigione. Le Lautumiae erano riservate ai prigionieri di guerra e le condizioni, anche se estreme, erano un poco migliori di quelle dell'antica prigione o Tullianum. Secondo alcuni, il nome deriverebbe dall'antica cava di pietra dentro la quale il carcere fu costruito, secondo altri da una prigione di Siracusa chiamata allo stesso modo. C' anche chi pensa che sia esistita in realt un'unica prigione a Roma, chiamata Tullianum o Lautumiae a seconda del caso. In questa trilogia si considerano due prigioni differenti: Nevio viene incarcerato nelle celle delle Lautumiae in Invicta Legio, mentre Lucio Cornelio nel Tullianum in La fine di Scipione.

Lectus medius: uno dei tre triclinia su cui i Romani si sdraiavano per mangiare. Gli altri due erano il summus e l'imus. Il lectus medius e il summus erano riservati agli invitati, soprattutto il lectus medius, posizionato al centro della sala dove si consumavano i pasti e dunque destinato agli ospiti pi prestigiosi. Il lectus imus era usato dall'anfitrione e dai suoi famigliari. Ogni lectus o triclinium poteva accogliere fino a tre persone.

Legati: legati, rappresentanti o ambasciatori, con diversi livelli di autorit nel corso della lunga storia di Roma. In Invicta legio il termine si riferisce ai rappresentanti di un'ambasciata del Senato.

Legioni maledette: i sopravvissuti di Canne; a parte gli ufficiali di maggior rango che furono esonerati dopo un processo in Senato (si rimanda al romanzo L'Africano), coloro che furono esiliati dall'Italia sine die, condannati alla vergogna della dimenticanza per essere fuggiti di fronte ad Annibale. Con queste truppe si formarono due legioni, la V e la VI, che rimasero esonerate dai combattimenti per anni. Alle legioni V e VI si uniranno, nel corso del tempo, altri legionari che, dopo aver patito un'altra umiliante sconfitta a Herdonia, seguirono la stessa sorte dei loro predecessori di Canne. In questo modo, le legioni V e VI furono costituite quasi interamente da legionari che erano stati sconfitti da Annibale e che Roma volle allontanare dalla propria vista per disprezzo e rabbia. Particolarmente duro con queste truppe fu Quinto Fabio Massimo, che neg il perdono quando il console Marcello intercedette per loro dopo la conquista di Siracusa (si rimanda al romanzo L'Africano).

Legiones urbanae: le truppe che restavano a Roma in difesa della citt. Agivano come una milizia per mantenere l'ordine e come truppe militari in caso di assedio o guerra.

Lemuri: spiriti dei defunti, generalmente maligni, adorati e temuti dai Romani.

Lemuria: feste in onore dei lemuri, gli spiriti dei defunti. Si celebravano il 9, l'11 e il 13 di maggio.

Lena: meretrice, proprietaria o direttrice di un postribolo.

Lenone: prosseneta, padrone di un bordello.

Litterae: piccole bacheche di pietre usate come entrata del recinto del teatro.

Lexeis: grande opera enciclopedica redatta da uno dei pi importanti bibliotecari della leggendaria Biblioteca di Alessandria. In essa, Aristofane di Bisanzio aveva raccolto una quantit enorme di parole in greco arcaico e contemporaneo seguendo l'innovazione proposta da Zenodoto: in ordine alfabetico. Purtroppo, questa magnifica opera  andata perduta, forse proprio durante l'incendio della grande Biblioteca narrato nell'Epilogo di La fine di Scipione, o in qualcuno dei disastri che si succedettero durante il progressivo sgretolamento dell'impero romano. A noi sono pervenute solo alcune voci di questa vasta enciclopedia del sapere antico grazie ai riferimenti che ne fanno altri autori nei loro testi: un piccolo dono dal passato in cui poter ammirare l'incredibile sforzo realizzato da questo studioso.

Lex Oppia: una famosa legge di austerit promulgata dal Senato di Roma dopo la sconfitta di Canne (216 a.C.). La legge promuoveva la sobriet in tutti gli atti pubblici e privati indicando specificatamente le restrizioni che i cittadini dovevano rispettare e, in particolare, dichiarando che le donne non indossassero gioielli, non esibissero indumenti vivaci, n circolassero per la citt in carrozze. La legge rimase in vigore per circa un decennio fino a quando, sconfitta definitivamente Cartagine, l'opulenza susseguitasi alla vittoria rese insostenibile il mantenimento della norma. Nonostante la forte opposizione di Catone, la legge venne derogata intorno al 195 a.C.

Liberalia: festivit in onore del dio Liber, in cui si celebravano i riti di passaggio dall'infanzia all'adolescenza, quando i ragazzi romani indossavano per la prima volta la toga virilis. Si celebrava il 17 marzo.

Lictor: legionario che serviva nell'esercito consolare romano come scorta del capo supremo della legione: il console. Un console aveva diritto a essere scortato da dodici lictores, mentre un dittatore da ventiquattro.

Lituus: bastone ricurvo in cima, tipico degli uguri romani.

Lotus: albero centenario che fu piantato nel centro di Roma ai tempi di Romolo e che rimase oltre il regno di Traiano.

Lg: divinit principale dei Celti. La sua importanza era tale che diede il nome alla citt di Lugdunum, l'attuale Lione. Compare sotto diverse sembianze: come il dio-cervo Cernunnos, come il dio Taranis della tempesta o come il luminoso Belanu.

Lupercalia: festivit con il duplice scopo di proteggere il territorio e promuovere la fecondit. I luperci correvano per le strade con i februa, che usavano per frustare le giovani romane, nella convinzione di favorire con questo rito la fertilit.

Luperci: persone appartenenti a una confraternita religiosa speciale, incaricata di una serie di rituali destinati a promuovere la fertilit nell'antica Roma.

Macellum: uno dei pi grandi mercati dell'antica Roma, ubicato a nord del Foro. Intorno al 210 o 209 a.C. sub un terribile incendio, che si propag per l'intero quartiere e arriv a estendersi fino al Foro. Tito Livio menziona questo incendio. Non se ne scopr mai la causa, ma all'epoca la si attribu a un atto criminale. In Invicta legio l'incendio viene ricordato nel capitolo Una notte di fuoco.

Mamertini: soldati mercenari di origine italica al servizio di Agatocle, tiranno di Siracusa. Dopo la morte del tiranno nel 288 a.C., gli autonominati mamertini, figli del dio della guerra Marte, anzich ritirarsi insorsero, prendendo la citt di Messina e trasformandosi nella causa di un conflitto che dur anni. I mamertini, coscienti del fatto che da Messina si controllava lo stretto che porta il medesimo nome, strategico per il traffico marittimo dell'epoca, negoziarono e ricattarono sia Romani sia Cartaginesi.

Manes: anime dei defunti.

Manumissio vindicta: processo con il quale si concedeva la libert a uno schiavo se a sollecitarla era un cittadino romano che agiva in qualit di adsertor libertatis di fronte a un magistrato.

Manus ferrea: lunga passerella che i Romani lanciavano dalle loro navi sulla coperta delle navi nemiche attraverso un resistente corvus o una grande puleggia, per poi abbordarle con le loro truppe.

Marsia: statua arcaica di Sileno situata nel centro del Foro, che raffigurava un uomo nudo con indosso un pileus o berretto frigio che rappresentava la libert. Per questo i liberti, appena ottenevano la condizione di libert, si sentivano in dovere di avvicinarsi alla statua e toccare il berretto frigio.

Marte: dio della guerra e del seminato, a cui venivano consacrate le legioni a marzo, quando si preparavano per una nuova campagna. Di solito gli si sacrificava un montone.

Mercator: commedia di Plauto basata su un testo originale greco di Filemone, poeta di Siracusa (361-263 a.C.). Quasi tutti gli storici la considerano la seconda opera di Plauto dopo l'Asinaria, la cui datazione oscilla fra il 212 e il 207 a.C. Quest'opera invece  stata collocata nel 211 a.C. Per molti critici si tratta di un'opera inferiore alla media della produzione plautina, con un'azione lenta e meno comica rispetto ad altre pi famose. Si ritiene che in questo caso Plauto si sia limitato a tradurla, senza apportarvi i suoi geniali contributi, come fece in numerosi altri casi.

Meskhenet: dea egizia protettrice del parto e della maternit. Veniva rappresentata in differenti forme, ma sempre si utilizzava l'utero di una vacca come suo simbolo.

Miles gloriosus: una delle opere pi famose di Tito Maccio Plauto. Come spesso accade con le opere di Plauto, la data della sua prima rappresentazione  tema di controversie, anche se la maggior parte degli esperti ritiene che fu rappresentata nel 205 a.C., data scelta per introdurla nel romanzo. L'opera dimostra la conoscenza esaustiva che Plauto aveva della vita militare, probabilmente derivata dalla personale esperienza in qualit di soldato al servizio delle legioni di Roma (si rimanda al romanzo L'Africano). L'evidente tratto critico del testo del Miles gloriosus ha fatto s che molti critici lo abbiano considerato una delle prime opere antibelliche della storia della letteratura. Lo stesso titolo, che tradotto significa Il soldato fanfarone, rende l'idea del tono generale che l'opera possiede.

Miglio: i Romani misuravano le distanze in miglia. Un miglio romano equivaleva a mille passi e ogni passo a circa 1,4 o 1,5 metri, quindi un miglio equivaleva a circa 1.400-1.500 metri attuali, anche se esistono controversie sul valore esatto delle unit di misura romane.

Mina: moneta in corso legale alla fine del III secolo a.C. a Roma.

Minosse, Radamanto ed Eaco: i temuti e implacabili giudici degli inferi.

Mola salsa: un unguento speciale usato in diversi rituali religiosi e preparato dalle vestali mescolando farina e sale.

Mulsum: bevanda molto comune e apprezzata fra i Romani, elaborata mescolando vino e miele.

Munerum indictio: castigo per il quale un legionario era obbligato a realizzare lavori o attivit indegne rispetto alla sua condizione, come accamparsi fuori dall'accampamento o rimanere in piedi tutta la notte di fronte al praetorium. In casi estremi, il castigo poteva implicare il trasferimento in luoghi inospitali o l'incarico di missioni ad alto rischio.

Mura serviane: mura erette dai Romani all'inizio della Repubblica per proteggersi dagli attacchi delle citt latine con cui si contendevano l'egemonia del Lazio. Queste mura protessero la citt per secoli fino a quando, decine di generazioni dopo, durante l'impero, vennero erette le grandi mura aureliane. Alcuni resti delle mura serviane sono ancora visibili nei pressi della stazione ferroviaria Termini a Roma.

Murice: squisita vongola rossa molto apprezzata dai Romani.

Neapolis: il quartiere nuovo dell'antica Siracusa, fatto aggiungere da Dionisio nell'ampliamento delle mura della citt verso ovest.

Nefasti: giorni sfavorevoli per organizzare atti pubblici o celebrazioni.

Nefti: dea egizia. Nefti  il suo nome greco e Nebet-Het il suo nome egizio, che significa signora della casa. Rappresenta l'oscurit.

Nequaquam ita sit: formula con la quale si votava contro una mozione nell'antico Senato di Roma e che significa che in nessun modo sia tale.

Nettuno: in origine era il dio dell'acqua dolce. Poi, per assimilazione con il dio greco Poseidone, divenne anche la divinit delle acque del mare.

Nihil vos teneo: non ho pi nulla (da trattare) con voi, formula con la quale il presidente del Senato di Roma chiudeva la sessione.

Nimbus: gioiello prezioso, di solito formato da una lamina d'oro e di perle che un filo sottile o nastro di lino sorreggeva sulla fronte. Era pi piccolo di un diadema. Plauto menziona un nimbus in una delle sue opere. Questi gioielli erano molto apprezzati perch rendevano visibilmente pi piccola la fronte delle donne romane, dal momento che nell'antica Roma una fronte femminile ampia e spaziosa non era considerata bella. Il nome del gioiello fa riferimento alla luce che circonda la nuca di una dea.

Nobilitas: gruppo scelto dell'aristocrazia romana repubblicana, formato da tutti coloro che in qualche momento del cursus honorum avevano raggiunto il grado di console, ossia la massima magistratura dello Stato.

Nodus Herculeus: un nodo con cui si legava la tunica della sposa nelle nozze romane, che rappresentava il carattere indissolubile del matrimonio. Solo il marito poteva sciogliere quel nodo, nel letto nuziale.

Nomen: noto anche come nomen gentile o gentilicium, indica la gens o trib a cui apparteneva la persona. Il protagonista di questo romanzo apparteneva alla gens Cornelia, per questo il suo nomen era Cornelio.

Nut: conosciuta anche come la Grande Dea che diede alla luce gli di, era la dea egizia del cielo, colei che aveva creato l'universo e gli astri. Veniva raffigurata come una donna ricurva simboleggiante la volta celeste, anche se, come in altri casi di di egizi, poteva essere raffigurata anche in altri modi, per esempio come una vacca o sopra il marito Geb (Terra). Le sue quattro estremit simboleggiavano i pilastri su cui si sosteneva il cielo.

Oppugnatio repentina: attacco improvviso e fulmineo. In questi casi, le legioni si lanciavano contro il nemico, su un accampamento o contro le citt senza fermarsi, senza frenare l'avanzata. Si giocava quindi il fattore sorpresa, dal momento che abitualmente, quando i due eserciti nemici si affrontavano faccia a faccia, passava qualche giorno prima del combattimento vero e proprio.

Optio carceris: castigo per il quale un legionario era condannato a scontare la pena in prigione.

Paludamentum: indumento aperto (sul davanti) e chiuso da una fibbia, simile al sagum degli ufficiali ma pi lungo e di color porpora. Era come un grande mantello che distingueva il generale di un esercito romano.

Panis militaris: pane per i soldati.

Parentalia: rituali in onore dei defunti che si celebravano fra il 13 e il 21 di febbraio.

Pater familias: il capofamiglia sia durante le celebrazioni religiose sia agli effetti giuridici.

Patres conscripti: padri coscritti; formula abituale per riferirsi ai senatori. Come descritto nel romanzo, il termine deriva dall'antica formula patres et conscripti.

Patria potestas: l'insieme dei diritti e dei doveri che le leggi dell'antica Roma riconoscevano ai genitori rispetto alla vita e ai beni dei loro figli.

Pecuniaria multa: castigo per il quale si privava un legionario del suo salario, in tutto o in parte.

Penati: le divinit che proteggono la casa.

Peristilium (o peristylium): copiato dai Greci, si trattava di un ampio patio porticato, aperto e circondato dalle stanze. Di solito i Romani approfittavano di questi spazi per creare giardini lussureggianti, con fiori e piante esotiche.

Pileus: berretto frigio della statua di Marsia situata nel Foro. Il berretto simboleggiava la libert e i liberti desideravano toccarlo dopo essere stati manomessi, cio liberati.

Pilum, pila: singolare e plurale dell'arma tipica degli hastati e dei principes. Era formata da una lunga asta di legno che misurava fino a un metro e mezzo e terminava con un ferro altrettanto lungo. Ai tempi dello storico Polibio e, probabilmente, all'epoca di questo romanzo, il ferro era fissato al legno per met della sua lunghezza con forti ribattini. In seguito si sarebbe trasformata e uno dei ribattini sarebbe stato sostituito da un perno, che si rompeva quando l'arma era conficcata nello scudo nemico, in modo che il manico di legno restasse appeso al ferro infilzato nello scudo ostacolando l'avversario, che spesso era obbligato ad abbandonare l'arma difensiva. All'epoca di Cesare, si ottenne lo stesso risultato in modo diverso, attraverso una punta di ferro che era impossibile estrarre dallo scudo. Il peso del pilum oscillava fra gli 0,7 e i 1,2 chili e poteva essere lanciato dai legionari a una media di venticinque metri di distanza, anche se i pi esperti arrivavano fino a quaranta. Cadendo, poteva attraversare fino a tre centimetri di legno e perfino una placca di metallo.

Pinakes: la grande opera di Callimaco, uno dei bibliotecari della Biblioteca di Alessandria. Tolomeo II, re d'Egitto, incaric Callimaco di catalogare i fondi della biblioteca. Callimaco scrisse allora pi di 120 tavolette o pinakes, da qui il nome dell'opera. In realt il titolo completo dell'opera era il seguente: Tavole di persone eminenti in ogni ramo del sapere collegate a una lista delle loro opere. Queste tavolette rappresentarono l'intento di realizzare un catalogo dettagliato dei contenuti della grande biblioteca e per questo Callimaco viene considerato spesso il padre dei bibliotecari. I Pinakes non si sono conservati e di essi conosciamo solo la loro esistenza dai molti autori antichi che li hanno consultati.

Polluce: insieme al fratello Castore, uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, dei Castori o dei Dioscuri, fu sempre particolarmente legato all'ordine degli equites o cavalieri romani. Il nome dei due di era usato con frequenza come interiezione all'epoca della nostra storia.

Pomerium: letteralmente oltre il muro. Nella Roma classica si riferiva ai confini che delimitavano il cuore sacro della citt dove, tra le altre cose, era proibito portare armi, divieto che fu spesso violato durante i disordini della Roma repubblicana e imperiale. I confini del pomerium vennero stabiliti dal re Servio Tullio e permasero inalterati finch Silla li ampli durante la sua dittatura. Si dice che una fila di sacerdoti che percorrevano l'interno della citt marcasse il limite del suo centro inviolabile.

Pontifex maximus: massima autorit sacerdotale della religione romana. Viveva nella Regia e aveva piena autorit sulle vestali, elaborava il calendario (con i suoi giorni fasti o nefasti) e redigeva gli Annali di Roma.

Popa: persona che durante un sacrificio riceveva l'ordine di uccidere l'animale, di solito con un colpo mortale alla testa della bestia sacrificata.

Porta Capena: una delle porte delle Mura serviane, vicina alle pendici del Colle Celio.

Porta Carmentale: porta tra il Foro Olitorio e il Campidoglio, che dava accesso al Campo Marzio.

Porta decumana: la porta di un accampamento romano che si trova alle spalle del praetorium del generale.

Porta Fontus: porta nord-occidentale che dava accesso alla via Flaminia.

Porta praetoria: la porta di un accampamento romano che si trova di fronte al praetorium del generale.

Porta principalis dextera: la porta di un accampamento romano che si trova alla destra del praetorium del generale.

Porta principalis sinistra: la porta di un accampamento romano che si trova alla sinistra del praetorium del generale.

Porta triumphalis: porta senza una precisa collocazione dalla quale il generale vittorioso entrava in citt durante la parata celebrativa del trionfo.

Portica: tutto ci che rimaneva alle spalle di un ugure mentre traeva auspici o interpretava il volo degli uccelli. Ci che rimaneva davanti a lui era nominato antica.

Portus Magnus: nome con cui era conosciuto il pi grande dei due porti di Siracusa, un'impressionante baia che ospitava una delle maggiori flotte del Mediterraneo nell'antichit.

Praefecti sociorum: prefetto degli alleati, ossia gli ufficiali al comando delle truppe ausiliarie che accompagnavano le legioni. Venivano nominati direttamente dal console. Gli alleati di origine italica erano gli unici a godere del diritto di essere considerati socii.

Praenomen: nome proprio di una persona, che poi era completato dal nomen, o denominazione della gens, e dal cognomen, o nome di famiglia. Nel caso del protagonista di L'Africano e Invicta Legio il praenomen  Publio. Rispetto alla grande variet di nomi di cui disponiamo oggi, stupisce la scarsa variet offerta dal sistema romano: c'era solo un piccolo gruppo di praenomina fra cui scegliere. A questo bisogna aggiungere il fatto che ogni gens o trib di solito ricorreva a una ristretta scelta di nomi ed era molto frequente che i membri della stessa famiglia avessero identico praenomen, nomen e cognomen, generando cos una certa confusione per gli storici o i lettori di opere come questo romanzo. In Invicta Legio si  cercato di ovviare al problema accludendo un albero genealogico della famiglia di Publio Cornelio Scipione e riferendosi ai protagonisti come a Publio padre o Publio figlio. Nel caso degli Scipioni, infatti, per fare un esempio, di solito venivano usati solo tre praenomina: Gneo, Lucio e Publio.

Praetorium: tenda del generale di un esercito romano. Si erigeva al centro dell'accampamento, tra il quaestorium e il Foro.

Prandium: pranzo. Il prandium includeva solitamente carne fredda, pane, verdura fresca, frutta ed era accompagnato da vino. Si trattava generalmente di un pasto frugale, come la colazione, mentre la cena era il pasto pi abbondante.

Praetor peregrinus: si trattava di un pretore che accompagnava quello urbanus e si cre perch si occupasse, di fronte all'arrivo di numerosi stranieri a Roma man mano che cresceva la potenza della citt, delle varie questioni o reclami degli ospiti stranieri.

Praetor urbanus: rappresentava il potere legislativo all'interno della citt di Roma e solo su cittadini romani. Era sempre accompagnato da due lictores all'interno della citt e da sei quando usciva da Roma. Si trattava di una magistratura annuale e il numero dei praetores venne aumentato negli anni, con la crescita di Roma, da due a sedici. In assenza dei consoli, i praetores potevano convocare il Senato o realizzare altri compiti propriamente consolari.

Prima mensa: prima portata in un banchetto o pasto romano.

Primus pilus: il primo centurione di una legione, generalmente un veterano che godeva della fiducia sia dei tribuni sia del console o del proconsole al comando delle legioni.

Princeps senatus: il senatore pi eminente. Godeva di numerosi privilegi, come quello di poter parlare per primo in una sessione. Durante gli ultimi anni della sua vita, questa condizione rimase permanente per Quinto Fabio Massimo. Dopo di lui, lo stesso Publio Cornelio Scipione sar princeps senatus per diversi anni.

Principes: i legionari che entravano in battaglia dopo gli hastati. Portavano armi simili a quelle degli hastati, di cui il pilum era la pi importante. L'etimologia del nome indica che erano i primi a entrare in combattimento, ma all'epoca della Seconda guerra punica questo ruolo fu assegnato agli hastati.

Principia: ampia strada che nell'accampamento romano univa la porta principalis sinistra alla porta principalis dextera passando davanti al praetorium.

Proserpina: dea regina dell'Inframondo, sposatasi con Plutone dopo che lui la rap.

Proximus lictor: lictor di particolare fiducia, sempre quello pi vicino al console.

Pugio: pugnale lungo circa 24 cm per una larghezza alla base di 6. Grazie a una nervatura centrale, che ne aumentava lo spessore, l'arma era molto resistente e in grado di trapassare una cotta di maglia.

Puls: acqua e farina mescolati in una specie di farinata di grano. Alimento molto comune tra i Romani.

Qart Hadasht: nome cartaginese della capitale del loro impero in Hispania, chiamata Carthago Nova dai Romani e conosciuta oggi come Cartagena.

Quadrireme: imbarcazione militare con quattro file di remi. Variante della trireme.

Quaestor: nelle legioni di epoca repubblicana era incaricato di vigilare su rifornimenti e provviste delle truppe, controllare le spese ed eseguire altri compiti amministrativi.

Quaestorium: grande tenda o struttura dentro un accampamento romano di epoca repubblicana dove risiedeva il quaestor. Di solito era ubicato vicino al praetorium nel centro dell'accampamento.

Quinquereme: imbarcazione militare con cinque file di remi. Variante della trireme.

Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti: formula con la quale il presidente del Senato apriva di solito una sessione, che tradotta significa: Riferiamo a voi, padri coscritti, qual  il bene e la felicit per il popolo romano dei Quiriti.

Quo vadis?: espressione latina che significa Dove vai?.

Relatio: lettura o presentazione da parte del presidente del Senato della mozione che si doveva votare o del tema su cui si doveva dibattere durante la sessione in corso.

Rictus: termine che significa smorfia.

Rostra: nell'anno 338 a.C., dopo il trionfo di Menio ad Anzio, si presero sei prue dalle navi catturate e le si usarono per decorare una delle tribune dalle quali gli oratori si rivolgevano al popolo riunito nel grande piazzale del Comitium. Quelle prue presero il nome di rostra.

Ruminal: vedere Ficus ruminalis.

Sagum: indumento militare aperto, solitamente chiuso da una fibula, pi lungo di una tunica e costituito da una lana pi spessa. Il generale portava un sagum pi lungo e di color porpora chiamato paludamentum.

Salio: letteralmente significa saltatore, termine derivante dal fatto che durante le sue spettacolari danze guerriere in onore di Marte, Quirino e altri di ancestrali, il sacerdote realizzava ogni tipo di salto. I salii avevano l'obbligo di custodire gli scudi sacri del re Numa, un obbligo di grande onore tra i Romani e molto rispettato negli eserciti. I loro cortei a marzo, cos come le loro danze in ottobre, erano uno spettacolo alquanto ammirato. Vestivano con tuniche dai bordi color porpora, un grande cinturone di bronzo, spada, daga, un bastone ricurvo e un apex, un copricapo a punta differente da quelli indossati dagli altri collegi sacerdotali romani. Publio Cornelio Scipione fu uno dei pi noti membri di questo collegio di eletti.

Sarissa: lunga lancia di dimensioni variabili, tra i 4 e i 7 metri di lunghezza, utilizzata dalla fanteria degli eserciti ellenici. Fu introdotta da Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, e poi usata proprio dall'esercito di Alessandro e dai suoi generali dopo la morte di quest'ultimo.

Saturnalia: grandi feste in cui la sregolatezza era all'ordine del giorno. Venivano celebrate dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno, la divinit dei semi nella terra.

Schedae: fogli di papiro sciolti usati per scrivere. Una volta utilizzati, potevano essere uniti a formare un rotolo.

Scipio: bastone in latino, termine da cui prende nome la famiglia degli Scipioni.

Scorpione: macchina usata per lanciare pietre, pensata per essere utilizzata durante un assedio.

Secunda mensa: seconda portata in un banchetto romano.

Sella: il pi semplice dei sedili romani. Equivale a uno sgabello.

Sella curulis: come la sella, mancante di schienale, ma un sedile di gran lusso, con gambe incrociate e ricurve d'avorio, pieghevoli per facilitarne il trasporto, poich si trattava del seggio che accompagnava il console durante i suoi spostamenti civili o militari.

Senaculum: ce n'erano due, uno di fronte all'edificio della Curia dove si riuniva il Senato e un altro vicino al tempio di Bellona. Entrambi erano spazi aperti e molto probabilmente porticati. Il primo era impiegato dai senatori per riunirsi e deliberare, mentre quello che si trovava vicino al tempio di Bellona era utilizzato per ricevere gli ambasciatori stranieri ai quali non era permesso di entrare in citt.

Senatum consulere: mozione presentata da un console davanti al Senato per sollecitare la sua approvazione.

Serapide: dea egizia frutto di una sintesi tra la religione greca e quella egizia tradizionale. Il suo culto venne promosso da Tolomeo I con l'intento di conciliare entrambe le religioni e culture, avendo l'Egitto precedentemente rifiutato i re stranieri che non rispettavano le divinit egizie.

Sibyllinus: particolare, stravagante, strano. Termine che deriva dalla Sibilla Cumana, la profetessa che offr al re Tarquinio i libri con le profezie sul futuro di Roma, spesso interpretate dai sacerdoti nei modi pi svariati e con scopi opportunistici in base alle necessit dei governi romani. I tre libri della Sibilla Cumana, o Sybillini, furono custoditi nel tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio fino a quando, nell'83 a.C., un incendio non li danneggi gravemente. Dopo la loro ricomposizione, Augusto li deposit nel tempio di Apollo Palatino.

Signifer: portatore di insegne.

Solium: sobrio e austero sedile di legno con schienale retto.

Statu quo: espressione latina che significa nello stato o situazione attuale.

Status: termine latino che significa lo stato o condizione di una cosa. Pu riferirsi alla condizione di una persona in una professione o alla sua posizione sociale.

Stilus: piccolo stilo impiegato per scrivere sulle tavolette di cera incidendo le lettere, oppure su un papiro utilizzando della tinta nera o colorata.

Stipendium: salario delle legioni. Ai tempi di Scipione, secondo quanto indica lo storico Polibio, un legionario guadagnava due oboli al giorno, un centurione quattro e un cavaliere una dracma.

Stola: tunica o mantello che faceva parte dell'abito delle matrone romane. Di solito era lunga fino ai piedi e senza maniche. Era fissata sulle spalle con due piccole chiusure chiamate fibulae e al busto con due sottili cinture, una sotto il seno e una attorno alla vita.

Stratego: in origine il termine si riferiva a un magistrato dell'antica Atene. Poi si svilupp fino a indicare un generale o comandante dell'esercito dell'antica Grecia. Nei regni ellenistici si applic anche per i governanti militari.

Sub hasta: letteralmente sotto l'asta o l'insegna della legione. Sotto tale asta si ripartiva il bottino dopo una vittoria, che poteva includere la vendita dei prigionieri come schiavi.

Sufeta: incarico amministrativo di Cartagine equivalente a quello del console a Roma. Annibale fu eletto sufeta e con il suo impegno per sanare i conti dello Stato si scontr istituzionalmente con il Senato e il Consiglio degli Anziani della citt.

Tabernae novae: botteghe nel settore a nord del Foro, generalmente macellerie.

Tabernae septem: botteghe nella parte nord del Foro, incendiate nel 210 o 209 a.C. e ricostruite come tabernae quinque.

Tabernae veteres: botteghe nella parte sud del Foro, occupate da cambiavalute.

Tablinum: stanza situata sul lato opposto dell'atrio rispetto all'entrata principale della domus. Era destinata al pater familias e fungeva da studio privato del padrone di casa.

Tabulae nuptiales: contratto matrimoniale che veniva firmato dai testimoni al termine delle nozze romane, a dare fede dell'evento.

Tanit: dea punico-fenicia della fertilit, origine della vita, il cui culto coincideva con quello della dea madre venerata in tante culture del Mediterraneo occidentale. I Greci la assimilarono a Era e i Romani a Giunone.

Tefnut: significa Signora della fiamma ed era la dea egizia dell'umidit e della rugiada, rappresentata con la testa di leone.

Tempio di Apollo: uno dei grandi templi di Siracusa, con sei colonne sul lato pi corto e diciassette su quelli pi lunghi laterali, tutte in stile dorico. Costruito nel VI secolo a.C.

Tempio di Artemide: tempio dedicato alla dea Artemide costruito al centro dell'isola di Ortigia a Siracusa.

Tempio di Atena: a Siracusa, uno dei maggiori templi della citt, costruito nel V secolo a.C., successivamente riconvertito nella cattedrale della citt, con sei colonne frontali e quattordici laterali, tutte doriche e ancora visibili, che fungono da supporto della maggior parte della struttura dell'edificio. Le sue colonne sono note per il loro enorme diametro.

Tempio di Giove Libert: tempio innalzato sul colle Aventino da Gracco nel 238 a.C.

Terrazza delle Epipole: grande terrazza a ovest dell'ampliata citt di Siracusa, costruita attraverso l'annessione di nuovi terreni con la costruzione delle mura di Dionisio.

Tessera: piccola tavoletta su cui erano riportati alcuni segni relativi ai quattro turni della guardia notturna di un accampamento romano. Le sentinelle dovevano consegnare la tessera ricevuta alle pattuglie di guardia, che controllavano i posti di vigilanza durante la notte. Se una sentinella non consegnava la tessera perch aveva abbandonato il posto di guardia, per dormire o per svolgere qualunque altra attivit, veniva condannata a morte. Le tesserae venivano impiegate anche in ambiti molto diversi della vita civile, per esempio come equivalenti dei nostri biglietti d'entrata a teatro. I cittadini si recavano al luogo della rappresentazione con la propria tessera in cui era indicato il posto a sedere per ogni singolo spettatore.

Tituli: durante l'epoca di Scipione l'Africano, i tituli erano tavolette che si esibivano durante il trionfo e che rappresentavano le imprese del generale che sfilava per dimostrare il merito di un tale onore. Curiosamente, la Chiesa adott il termine per riferirsi alle prime e pi antiche chiese della Roma di Costantino.

Toga praetexta: toga bianca ornata di rosso che veniva consegnata al bambino durante una cerimonia di carattere festivo, in cui erano distribuiti dolci e monete. Era la prima toga che il bambino indossava e sarebbe stata il suo indumento ufficiale fino all'ingresso nell'adolescenza, quando sarebbe stata sostituita dalla toga virilis.

Toga virilis: toga che sostituiva la toga praetexta dell'infanzia. Questa nuova toga veniva consegnata al giovane durante i Liberalia; in occasione di questa festivit, infatti, gli adolescenti venivano introdotti al mondo adulto nel corso di una cerimonia che culminava con la deductio in forum.

Tonsor: barbiere.

Torquis: decorazione militare a mo' di collana.

Trabea: abbigliamento tipico dell'ugure: una toga con strisce color porpora o scarlatte.

Triarii: i legionari pi esperti della legione. Entravano in combattimento per ultimi, rimpiazzando la fanteria leggera, gli hastati e i principes. Erano armati con uno scudo rettangolare, la spada e, invece delle lance corte, una lunga picca con cui attaccavano il nemico.

Triclinium: letto su cui i Romani si sdraiavano per mangiare, soprattutto durante la cena. Solitamente erano tre, ma se ne potevano aggiungere altri, in presenza di invitati.

Trireme: nave militare prototipo della galea. Il nome romano si riferisce ai tre ordini di remi, sui due lati. Questo tipo di imbarcazione venne usato nelle battaglie navali fin dal VII secolo a.C. Alcuni sostengono che siano state inventate dagli Egizi, anche se gli storici ritengono che le triere corinzie siano l'antecedente pi probabile. In particolare, Tucidide attribuisce l'invenzione della trireme ad Aminocle. Gli eserciti antichi si dotavano di queste navi come base delle loro flotte, a cui aggiungevano altre navi pi grandi con pi ordini di remi. Apparvero cos le quadriremi, con quattro ordini, o le quinqueremi, con cinque. Si arriv a costruire navi di sei ordini di remi o di dieci, come quelle che fecero da navi ammiraglie durante la battaglia di Azio, fra Ottaviano e Marco Antonio. Caligeno ci descrive un autentico mostro marino di quaranta ordini, costruito sotto il regno di Tolomeo IV Filopatore (221-203 a.C.), contemporaneo di Scipione l'Africano, ma se anche un'imbarcazione simile fosse esistita davvero, si sarebbe trattato pi di una sorta di giocattolo reale che di una nave utile a muoversi nel corso di una battaglia navale.

Trionfo: parata in pompa magna in onore di un generale vittorioso lungo le strade di Roma. La vittoria per la quale si richiedeva questo premio doveva essere stata conquistata durante il mandato in qualit di console o proconsole di un esercito consolare o proconsolare.

Triumviri: legionari impiegati come vigilanti a Roma o nelle citt conquistate. Pattugliavano frequentemente durante la notte e controllavano il mantenimento dell'ordine pubblico.

Tubicines: trombettieri delle legioni che facevano risuonare le grandi tube con le quali si davano gli ordini per manovrare le truppe.

Tubilustrium: giorno festivo a Roma nel quale si celebrava la purificazione delle trombe e delle tube da guerra. Aveva luogo ogni 23 maggio.

Tueris: dea egizia della fertilit, protettrice delle donne gravide.

Tullianum: prigione sotterranea, umida e maleodorante della Roma antica, scavata nei sotterranei della citt durante la leggendaria epoca di Anco Marzio. Le condizioni erano terribili e praticamente nessuno riusciva a uscirne vivo.

Tunica intima: tunica o camicia leggera che i Romani indossavano sotto la stola.

Tunica recta: tunica di lana bianca con cui la sposa si recava alla cerimonia nuziale.

Turma: piccolo distaccamento di cavalleria, formato da tre decurie di dieci cavalieri ciascuna.

Ubi tu Gaius, ego Gaia: espressione che veniva utilizzata durante la celebrazione di un matrimonio romano. Significa: Dove sei tu, Gaio, l sar io Gaia, a partire dai nomi romani Gaius (Gaio) e Gaia, che venivano usati per indicare una persona generica.

Uti tu rogas: formula usata per votare favorevolmente una mozione nel Senato di Roma; significa come chiedi.

Velabrum: quartiere di Roma tra il Foro Boario e il Campidoglio. Prima della costruzione della Cloaca Massima era un'area paludosa.

Velites: fanteria leggera di appoggio alle forze regolari della legione. Erano armati di spada e di uno scudo rotondo pi piccolo di quello degli altri legionari. Di solito entravano in combattimento per primi. Sostituirono un corpo anteriore dalle funzioni simili chiamato leves. Questa sostituzione avvenne intorno al 211 a.C. In questo romanzo abbiamo usato sempre il termine velites in riferimento alle forze di fanteria leggera romana.

Verrucoso: soprannome di Quinto Fabio Massimo derivato dalla grande verruca che aveva sul labbro.

Verutum: dardo da lancio usato dall'antica falange serviana romana che progressivamente venne rimpiazzato da altre armi da lancio.

Vestale: sacerdotessa consacrata al culto della dea Vesta. In principio erano solo quattro, ma in seguito il numero delle vestali fu portato a sei e infine a sette. Erano scelte quando avevano fra i sei e i dieci anni, da famiglie i cui genitori fossero ancora in vita. Il periodo di sacerdozio era di trent'anni. Al termine, le vestali erano libere di contrarre matrimonio, se lo desideravano. Durante il sacerdozio, per, dovevano restare caste e custodire il fuoco sacro della citt. Se venivano meno ai loro voti, erano condannate a essere interrate vive. Se invece tenevano fede ai voti, godevano di grande prestigio sociale, tanto che potevano chiedere la grazia per qualunque condannato a morte accompagnato all'esecuzione. Vivevano in una grande residenza nei pressi del tempio di Vesta. Erano incaricate anche di preparare la mola salsa, l'alimento sacro usato in molti sacrifici.

Via Appia: strada romana che parte dalla Porta Capena di Roma verso il Sud dell'Italia.

Via Labicana: strada romana che partiva dal centro della citt e passava tra il monte Esquilino e il monte Viminale.

Via Latina: strada romana che parte dalla via Appia verso l'interno in direzione sud-est.

Via Nomentana: strada che partiva dal centro di Roma e procedendo in direzione nord arrivava fino a Porta Collina.

Via Nova: via parallela alla via Sacra, vicino al tempio di Giove Statore.

Via Sacra: strada che collegava il Foro di Roma con la via Tuscolana.

Via Tuscolana: strada che partiva dalla via Sacra e attraversava la Porta di Celio.

Victimarius: durante un sacrificio, era la persona incaricata di accendere il fuoco, sorreggere la vittima e preparare gli strumenti necessari per portare a termine l'atto sacro.

Vicus Iugarius: strada che collegava il Foro Olitorio, o mercato delle verdure, vicino alla Porta Carmentale, con il Foro di Roma, circondato sulla parte est dal Campidoglio.

Vicus Tuscus: strada che collegava il Foro Boario con il grande Foro della citt e che per gran parte transitava parallela alla Cloaca Maxima.

Vittoria di Pirro: vittoria conseguita dal re dell'Epiro durante la sua campagna contro i Romani nella penisola italica nel III secolo a.C. Il re di origine greca collezion diverse di queste vittorie, che per non davano risultati pratici, tanto che alla fine i Romani lo obbligarono a ritirarsi. Da qui l'espressione, che si usa ancora oggi, per indicare una vittoria raggiunta a un prezzo troppo alto o un risultato che porta scarsi benefici.

Voti damnatus, voti condemnatus, voti reus: forme diverse per riferirsi al fatto di essere obbligati a mantenere una promessa a costo di qualunque cosa. Nel romanzo si riferisce alla promessa di Gaio Lelio al padre di Publio Cornelio Scipione di proteggere sempre, anche con la propria stessa vita, il giovane Publio (si veda il romanzo L'Africano).

Volcanal: era un'area all'aperto dove si eresse un santuario in onore del dio Vulcano quando Romolo e Tazio fecero la pace. Si trovava a nord-ovest del Foro e a ovest del Comitium, occupando parte dello spazio che Cesare avrebbe impiegato per innalzare il suo Foro.

Zeus: dio supremo della mitologia greca che venne assimilato a Giove nella religione romana. Era particolarmente adorato a Pergamo.

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ALBERO GENEALOGICO DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS

I nomi sottolineati sono quelli dei personaggi principali della nostra storia. Al centro dello schema  messo in risalto il protagonista.
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LA CORTE DI RE ANTIOCO III DI SIRIA E IL SUO ALBERO GENEALOGICO

Di seguito si riporta l'albero genealogico dei vari re e/o imperatori dell'impero seleucide, che all'epoca del suo massimo splendore si estendeva dall'Egeo fino all'India. Ai tempi del nostro romanzo, gli Scipioni hanno affrontato il sesto re di questa dinastia, Antioco III, conosciuto anche come Basileus Megas, che regn dal 223 al 187 a.C.

Tutte le date dello schema sono a.C. Le linee discontinue indicano che la relazione non  completamente confermata. L'ellisse mostra i due re seleucidi, Antioco III e suo figlio Seleuco IV, personaggi del romanzo. Come si pu notare, si tratta di due sovrani regnanti nel momento centrale della dinastia, quindi quello di maggior splendore dell'impero seleucide fino a che non avvenne la battaglia di Magnesia.

La corte di re Antioco III era composta da generali come Toante, Minione, Filippo e da suo figlio Seleuco, che gli succeder al trono col nome di Seleuco IV (come si pu constatare nel diagramma), da suo cugino Antipatro e da due importanti consiglieri: Epifane ed Eraclide. A questi ultimi si aggiunger, per un certo periodo, Annibale Barca, in qualit di consigliere militare durante la guerra di Siria contro Roma.
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ELENCO DEI CONSOLI DI ROMA
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Di seguito si trova un elenco dei consoli della Repubblica di Roma (le magistrature pi alte dello Stato) durante gli anni in cui si svolge la trilogia su Scipione, ossia dal 235 fino al 183 a.C., data della morte di Publio Cornelio Scipione. I nomi in corsivo sono quelli dei consoli che compaiono come personaggi o che vengono citati durante il racconto. Il termine suffectus fra parentesi indica che si tratta di un console che ne ha sostituito un altro, perch deceduto sul campo di battaglia o perch il Senato lo aveva ritenuto necessario.

235 - T. Manlio Torquato e G. Atilio Bulbo

234 - L. Postumio Albino e Sp. Carvilio Massimo

233 - Q. Fabio Massimo e M. Pomponio Matone

232 - M. Emilio Lepido e M. Publicio Malleolo

231 - M. Pomponio Matone e G. Papirio Masone

230 - M. Emilio Barbula e M. Giunio Pera

229 - L. Postumio Albino e Gn. Fulvio Centumalo

228 - Sp. Carvilio Massimo e Q. Fabio Massimo

227 - P. Valerio Flacco e M. Atilio Regolo

226 - M. Valerio Massimo Messalla e L. Apustio Fullone

225 - L. Emilio Papo e G. Atilio Regolo

224 - T. Manlio Torquato e Q. Fulvio Flacco

223 - G. Flaminio Nepote e P. Furio Filo

222 - Gn. Cornelio Scipione e M. Claudio Marcello

221 - P. Cornelio Scipione Asina e M. Minucio Rufo; M. Emilio Lepido (suffectus)

220 - M. Valerio Levino e Q. Mucio Scevola; G. Lutazio Catulo (suffectus) e L. Veturio Filone (suffectus)

219 - L. Emilio Paolo e M. Livio Salinatore

218 - P. Cornelio Scipione e T. Sempronio Longo

217 - Gn. Servilio Gemino e G. Flaminio; M. Atilio Regolo (suffectus)

216 - L. Emilio Paolo e G. Terenzio Varrone

215 - T. Sempronio Gracco e L. Postumio Albino; M. Claudio Marcello (suffectus) e Q. Fabio Massimo (suffectus)

214 - Q. Fabio Massimo e M. Claudio Marcello

213 - Q. Fabio Massimo e T. Sempronio Gracco

212 - Ap. Claudio Pulcro e Q. Fulvio Flacco

211 - P. Sulpicio Galba e Gn. Fulvio Centumalo

210 - M. Valerio Levino e M. Claudio Marcello

209 - Q. Fabio Massimo e Q. Fulvio Flacco

208 - M. Claudio Marcello e T. Quinzio Crispino

207 - C. Claudio Nerone e M. Livio Salinatore

206 - Q. Cecilio Metello e L. Veturio Filone

205 - P. Cornelio Scipione e P. Licino Crasso

204 - M. Cornelio Cetego e P. Sempronio Tuditano

203 - Gn. Servilio Cepione e G. Servilio Gemino

202 - T. Claudio Nerone M. e Servilio Pulice Gemino

201 - P. Cornelio Lentulo e P. Elio Peto

200 - P. Sulpicio Galba Massimo e C. Aurelio Cotta

199 - L. Cornelio Lentulo e P. Villio Tappulo

198 - Ses. Elio Peto Catone e T. Quinzio Flaminino

197 - C. Cornelio Cetego e Q. Minucio Rufo

196 - L. Furio Purpureo e M. Claudio Marcello

195 - L. Valerio Flacco e M. Porcio Catone

194 - P. Cornelio Scipione e Ti. Sempronio Longo

193 - L. Cornelio Merula e Q. Minucio Termo

192 - L. Quinzio Flaminino e Gn. Domizio Enobarbo

191 - P. Cornelio Scipione Nasica e M. Acilio Glabrione

190 - L. Cornelio Scipione e Gaio Lelio

189 - M. Fulvio Nobiliore e Gn. Manlio Vulsone

188 - M. Valerio Messalla e C. Livio Salinatore

187 - M. Emilio Lepido e C. Flaminio

186 - Sp. Postumio Albino e Q. Marzio Filippo

185 - Ap. Claudio Pulcro e M. Sempronio Tudiano

184 - P. Claudio Pulcro e L. Porcio Licino

183 - M. Claudio Marcello e Q. Fabio Labeone

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MAPPE

Di seguito, si propongono le mappe delle battaglie principali narrate ne Il tradimento di Roma, mentre all'inizio del libro si possono osservare le mappe di Roma alla fine del III sec. a.C.

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BIBLIOGRAFIA

Senza tutti questi storici, studiosi, filosofi e scrittori questo romanzo non sarebbe stato possibile. Se in esso compaiono degli errori la responsabilit  esclusivamente dell'autore. Si riporta qui la bibliografia consultata durante la stesura del romanzo. In essa, gli appassionati della storia di Roma e del mondo antico potranno trovare una ricca fonte d'interesse.

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Ringraziamenti.

Un romanzo di tale complessit non sarebbe stato possibile senza l'aiuto di molte persone, appartenenti sia al passato che al presente. Grazie a tutti gli storici classici per aver descritto tanto minuziosamente la propria epoca, e grazie a tutti gli storici moderni per i loro studi, le loro ricerche e la loro dedizione.

Grazie alla mia famiglia: a mia moglie e a mia figlia, che mi hanno concesso cos tanto tempo per scrivere e hanno sopportato le mie storie sull'antica Roma per settimane, mesi, anni, continuando a volermi come marito e padre. Grazie a mia madre Amparo, a mio padre Isidro, a Melinda, a Pedro e al resto della famiglia per avermi appoggiato.

Grazie a Javier per la sua pazienza nel leggere la prima bozza di questo romanzo e per aver condiviso le proprie impressioni, che hanno senza dubbio aiutato a migliorare il risultato finale. Grazie a Carlos Garca Gual (docente di Greco dell'Universit Complutense di Madrid), a Salvador Pons (docente di Lingua Spagnola dell'Universit di Valencia), ad Alejandro Valio (docente di Diritto Romano dell'Universit di Valencia), a Jess Bermdez (docente di Latino dell'Universit Jaume I), e a Rubn Montas (professore associato di Greco dell'Universit Jaume I), per l'aiuto, la pazienza e il tempo speso a chiarire i miei dubbi, per aver fornito e corretto le traduzioni, per aver suggerito documenti e bibliografie e per aver indicato modifiche e correzioni. Gli approfondimenti che il lettore riscontrer nel romanzo si devono soprattutto all'aiuto di queste persone; se invece esistono degli errori, l'autore  l'unico responsabile.

Grazie all'intero gruppo editoriale Ediciones B, a Faustino Linares, Ricardo Artola, Ramn Rib, Vernica Fajardo, Carmen Romero, Desire Baudel, Francisco Navarro, Andrs Lana; a Samuel Gmez per le sue splendide copertine, ad Antonio Plata per le mappe e a tutte le persone che hanno lavorato per la redazione e la promozione del romanzo. Grazie ai distributori e al resto del gruppo editoriale, dal momento che ognuno di loro, in un modo o nell'altro, sta contribuendo alla diffusione dei miei romanzi incentrati sulla figura di Scipione. Un grazie a Jos Sanz per la cura del sito web www.santiagoposteguillo.es. Inoltre, voglio ringraziare infinitamente i librai e le migliaia di lettori il cui crescente interesse verso i miei libri ha fatto s che essi si diffondessero sempre pi.

Un grazie speciale a Luca Luengo, il mio editor, per aver creduto in me e in questa trilogia fin dal primo momento, con pi fiducia dello stesso autore.

E infine, non voglio essere colui che lo tradir di nuovo: grazie a Publio Cornelio Scipione, per essere esistito e per aver vissuto una storia talmente straordinaria che  valsa la pena raccontarla.
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FINE.